Yakuza, romanticismo e violenza

Cinema
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"Yakuza", un cult degli anni Settanta, che porta la firma di Sydney Pollack. Dolce e forte insieme, girato con una estrema attenzione al particolare

Sydney Pollack è stato un regista molto più grande di ciò che la maggior parte della critica ci ha fatto credere. Non solo un cineasta capace di mettere in scena splendidamente le sue storie, senza fronzoli e con gusto, ma in verità un autore che ha sfornato capolavori come "Corvo rosso non avrai il mio scalpo", "Come eravamo", "I tre giorni del Condor" e forse il meno conosciuto "Yakuza", un cult degli anni Settanta al pari dei tre precedenti titoli.
Robert Mitchum è Harry Kilmer, un detective in pensione che torna in Giappone, dove fu ufficiale di marina a Tokyo, per liberare la figlia dell’armatore e suo ex commilitone George Tanner rapita dalla yakuza, la mafia giapponese. Ai tempi del suo soggiorno nel Sol Levante, Kilmer aveva avuto una storia d’amore con una donna giapponese, Eiko, al cui fratello, Tanaka Ken, chiederà ora aiuto per portare a termine la sua disperata missione.
Scritto da Paul Schrader (sceneggiatore di Taxi driver e regista tra gli altri di Tuta blu e Mishima) – il copione fu però rivisto da Robert Towne (L’ultima corvè, Chinatown) – Yakuza è un film duro e romantico al tempo stesso (oggi sembra quasi un “Kitano girato a Hollywood”) dalla struttura rigorosa e chiusa quanto la delirante morale dei suoi protagonisti, l’americano Kilmer e il giapponese Tanaka Ken, entrambi perfetti nell’esprimere al meglio questa sensazione di ineluttabilità che aleggia sull’intera vicenda.
Sydney Pollack appartiene alla vecchia scuola hollywoodiana, capace cioè di eccellere in tutti i generi in cui si è cimentato, da grande narratore di storie alla Howard Hawks. Sono convinto che girasse ogni scena come fosse la più importante dell’intero film, con una cura e un’attenzione al particolare che solo i grandi sono capaci di avere in questo fantastico mestiere. Valga per tutte la scena in cui Mitchum incontra dopo diversi anni la sua vecchia fiamma: essenziale, perfetta, priva di inopportuni dialoghi che ne avrebbero fatto perdere l’efficacia. Pollack lascia parlare le immagini perché in fin dei conti i volti e i corpi dei suoi attori sono in grado di raccontare da soli il dolore e il rimpianto per quella loro lunga separazione.