Taranto accoglie Beppe Fiorello

Cinema
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“Chi m’ha visto”. Un chitarrista fra sogno e realtà ci ricorda quant'é importante saper voltare pagina

L’EVENTO
Nella serata di domenica 8 ottobre, l’attore Beppe Fiorello si è recato presso il Cinema Teatro “Ariston” di Taranto, in occasione della proiezione dell’ultimo film del quale è protagonista, intitolato “Chi m’ha visto”, in questi giorno nelle sale cinematografiche italiane. Già dai primi secondi di palco, selfie alla mano, il noto attore siciliano inizia a dialogare apertamente con la platea gremita di fan, che a sprazzi assiepano i piedi della scena, brandendo foglietti di carta e penne biro, nel tentativo di ottenere un autografo. Poi, Fiorello inizia a fare sul serio, sottolineando l’importanza d’un pubblico attivo e capace nel mantenere viva l’arte cinematografica, costruendo un continuo “passaparola”, senza mai osare fermarsi all’esperienza, ma ricordando sempre di condividerla con l’altro, soprattutto se positiva. A questa considerazione, dalla platea svetta una voce: “Fate anche voi il passaparola!”
Già, perché il film è stato girato nella vicina Ginosa, punta tarantina delle Murge, dal regista Alessando Pondi, non primo alle riprese pugliesi, il quale prontamente risponde ai microfoni della stampa: “La scelta non è ricaduta sulla città di Taranto ma su Ginosa, perché cercavamo un paesino isolato per nascondere il protagonista del film”. E quale posto più idoneo della caratteristica gravina di Ginosa per voler nascondere qualcuno? Poi, riprende: “I pugliesi ci hanno regalato un’accoglienza meravigliosa, con ospitalità e collaborazione: un grande spirito di comunità, come se gli abitanti stessi fossero parte del set”. Pondi ci lascia con la promessa di un film anche a Taranto, che come già sapranno gli affezionati lettori del nostro giornale, pare già atteggiarsi a nuova meta prediletta da produttori e registi di tutta Italia.
Se aggiungiamo a questo gli effetti che dovrebbe sortire il Decreto voluto dal Ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini, approvato proprio qualche giorno fa, l’industria cinematografica italiana ne uscirà vincente, e chissà se non vedremo privilegiate le realtà nascenti del Mezzogiorno. Perché oltre a voler aumentare l’offerta di produzioni italiane, la finalità di questa normativa sarebbe innanzitutto quella di alzare il tiro: una necessità reale nel cinema italiano, che negli ultimi anni è sembrato spesso arrestarsi, depresso, al solito copione “cinepanettonico” od alle serie TV inquisitorie e moralizzatrici, tutt’al più tendendo a qualche sparuto guizzo con alcuni volti noti del grande schermo, che riescono a trasformare una pellicola mediocre in un lavoro compiuto. Paolo Sorrentino non fa testo. Che Taranto venga scelta o meno, non deve importarci troppo, in fondo: possiamo essere contenti per Ginosa, località della quale sono state mostrate in questo film bellezze e lentezze.
Ma, torniamo alla star: Fiorello intona a cappella “Nel blu dipinto di blu” (1958) di Modugno, ed il pubblico lo segue entusiasta. Ai giornalisti presenti dichiara: “Il film sta andando benissimo, la gente si diverte. Poi, provo un particolare affetto per la Puglia (ndr, vedere lo spettacolo teatrale “Penso che un sogno così” di G. Fiorello), e ringrazio la Apulia Film Commission per il lavoro svolto. Sarebbe bello girare il prossimo a Taranto”.
Ma il vero legame con Taranto, è un chitarrista nostrano: Martino De Cesare. Presente anche lui sul palco dell’Ariston, ha ispirato il soggetto del film proponendo una lettura importante di un avvenimento della sua vita: una sera tornò a casa, e trovò sua madre piangere davanti alla televisione. Il motivo? Alla trasmissione “Chi l’ha visto?” parlavano di una ragazza scomparsa da giorni. De Cesare ha ben proposto un collegamento con la realtà che fa riflettere: “Forse sparire diventa un fatto”, e quindi, alle volte, per essere acclamati, è sufficiente rendersi invisibili. Certo, il personaggio di Lenny Belardo interpretato da Jude Law in “The Young Pope” ci ha fornito una lectio magistralis sull’importanza dell’assenza, che stimola curiosità nelle folle. Ma il potere di una commedia come questa non è da sottovalutare, poiché espone il medesimo concetto proponendo delle brillanti risate, e come ha dichiarato Beppe “è un film leggero nel trattare l’argomento”.

IL FILM
Iniziamo ad addentrarci nella trama, senza svelarla troppo: il film parla del chitarrista, Martino Piccione (Beppe Fiorello), che dalla sua Ginosa è riuscito a solcare i palchi dei più famosi artisti pop italiani, ma non gli basta: vuole sfondare da solista. Col suo amico Peppino Quaglia (uno strepitosamente comico Pierfrancesco Favino, capace di dare movimento ad una pellicola che, al contrario, avrebbe peccato di pretenziosità), ingegnano un modo per renderlo famoso, ossia uscendo di scena. Perché si sa, in questo film come nella quotidianità, spesso ci fermiamo alla prima linea, senza sforzarci di osservare lo sfondo, volentieri traboccante di talenti, e, magari, di umanità. Nel viaggio narrativo, i due personaggi incontrano figure e situazioni dannatamente italiane: dalla giuliva fidanzata del “tronista” fatta per essere guardata, al parroco che tutto fa meno che praticare il predicato, alla madre tipicamente meridionale, alle manovalanze che non considerano l’arte un mestiere, al carabiniere omertoso, alla giornalista psicotica e sciacalla, ai numerosi artisti (Jovanotti, Morandi, Maionchi, Sangiorgi, Elisa, Giorgia, Fedez, Britti, Arisa, D’Alessio, Pezzali, ecc.) che intervengono nel film, al manager sprovveduto ed imbonitore, fino a giungere ad un personaggio chiave del racconto: Sally, una prostituta così romantica da sovvertire ogni ipotesi di finale, interpretata da una sensualissima e sorprendente Mariela Garriga.
Questo film è una favola sull’arte, sull’alienazione, sulla fiducia in se stessi, sulla forza, sull’amicizia, sull’amore, e, soprattutto, sulla speranza. Ma anche sull’adattamento, e sulla necessità di saper modellare se stessi ad un mondo che ci sembra spesso sbagliato ed inadeguato ai nostri costumi, come se fosse impossibile calzare un paltò di dignità senza dover essere costretti a crollare miseramente in compromessi ulteriori a quelli ragionevolmente prevedibili da una condizione, per così dire, ordinaria. Ma la scenografia e la sceneggiatura ci sorprendono fra un road movie avventuriero-filosofico, un parodico spaghetti western, ed un dramma tragicomico: gli ingredienti principali sono la musica, la voglia di farcela, ed il Mezzogiorno. Non si può non pensare al premiato e, sicuramente, superiore in ogni frame, “Basilicata Coast to Coast”, trionfo di sentimenti ed emozioni on the road firmato Rocco Papaleo. Ma se è vero che per tanti artisti solisti oggi è quasi impossibile sfondare, a causa di un muro discografico da accapponare la pelle, è anche vero che i talent ed i reality non hanno aiutato gli emergenti, se non quelli facilmente manipolabili dalle major, quindi vacui di affezione alla musica ed all’arte: ma quando lo chiediamo a Beppe, ci risponde che lui continua a vedere “un’opportunità nei talent, un trampolino di lancio per i giovani”. Forse, però, il suo alter ego, Martino, non la pensa proprio così, se non segnatamente alla questione del trampolino di lancio; ma il punto è: che cosa si nasconde sotto a quel trampolino? C’è un comodo materasso, un groviglio di rovi, o una bolla di sapone? La terza opzione pare quella preferita dal contingente mercato discografico italiano.
Nonostante qualche pesante incertezza sul montaggio audio-video e sulla colonna sonora molto deludente per un film così, e tolto l’accento pugliese “imbruttito”, ed alcune inquadrature un po’ tracotanti, è proprio il caso di andare al cinema e mettersi comodi, per godersi questi 90 minuti di botta e risposta fra ciò che vorremmo essere, ciò che gli altri pensano noi siamo, e ciò che noi realmente siamo. E poi, sopra ogni altra cosa, c’è un motivo per il quale vedere questo film: come ci ha ricordato Beppe Fiorello, con grande autoironia, riferendosi ai suoi numerosi decessi scenografici fra cinema e TV: “In questo film io non muoio… Scompaio, ma non muoio!”