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Mer, Dic

Gli anni '80 e '90 del cinema italiano

Gli anni '80 e '90 del cinema italiano

Cinema

La crisi, i successi, i personaggi e i film d'autore. Analisi comparata con altri Paesi di grande tradizione cinematografica

Agli albori del nuovo decennio si avvertono i primi sintomi di una crisi che esploderà nella seconda metà degli anni ottanta e che si protrarrà, con alti e bassi, fino all’inizio degli anni novanta. Per dare un’idea delle proporzioni di questa crisi industriale, basti pensare che nel 1985 vengono prodotti soltanto 80 film (il minimo dal dopoguerra) e il numero totale di spettatori dai 525 milioni del 1970 scende inesorabilmente a 123 milioni. Si tratta di un processo fisiologico, che investe nello stesso periodo altri Paesi dalla grande tradizione cinematografica come il Giappone, la Gran Bretagna e la Francia. La crisi colpisce soprattutto il cinema italiano di genere, il quale, in virtù dell’affermazione della televisione commerciale, viene privato della stragrande maggioranza del suo pubblico. Cosicché, i film di genere realizzati negli anni ottanta non fanno altro che copiare pedissequamente i blockbuster d’oltreoceano, con il risultato di produrre semplici film di serie B, i quali finiscono direttamente nel circuito dell’home video. Di conseguenza le sale cinematografiche italiane si trovano ad essere monopolizzate dalle più abbienti pellicole hollywoodiane, che da qui in poi prenderanno il sopravvento. In questi anni viene a tramontare la commedia all’italiana, in virtù del progressivo esaurirsi della vena creativa dei propri maestri o dei suoi massimi mentori. Eppure i vari Monicelli, Scola, Fellini, Bertolucci, e davanti alla macchina da presa, Sordi, Gassman, Tognazzi, Manfredi e Mastroianni, saranno ancora in grado di tirare fuori dal cilindro i loro ultimi grandi colpi, segnando in maniera indelebile il ventennio in questione, almeno fino alla prima metà degli anni ’90. All’inizio degli anni ’80, il maestro Monicelli dipinge su un Alberto Sordi in grandissima forma, uno dei personaggi più importanti della carriera del grande Albertone, quel “marchese Onofrio del Grillo”, protagonista della pellicola “Il marchese del Grillo”(1981), nobile burlone, che fa parte della guardia di papa Pio VII, ai tempi dell Roma papalina di inizio ottocento, destinato ad entrare nell’immaginario comune popolare grazie ad uno straordinario successo di pubblico. Il protagonista è infatti interamente e deliziosamente costruito attorno alla grande capacità dell’attore romano di interpretare e caratterizzare maschere popolari sempre in bilico tra sentimenti umani contrastanti. Il film rappresenta una commedia popolare, un’opera di puro intrattenimento teatrale nella quale i giochi di battute, condite di abbondante dialetto romanesco, di situazioni paradossali, di scambio di persone, determinano totalmente la comicità. E questo è stato il segreto dell’enorme successo della pellicola, con una chicca di Sordi, entrata nell’immaginario popolare:a un gruppo di popolani arrestati perché coinvolti con lui in una rissa, spiega lapidario la propria immunità alla legge, «Io sono io, e voi non siete un cazzo».
In uno scenario desolante, in cui la tv ha letteralmente saccheggiato i magazzini dei produttori cinematografici e manda in onda un quantitativo spropositato di film, di fatto inducendo il pubblico a disertare le sale e contribuendo a mettere in crisi l’industria della celluloide, la crisi del mercato cinematografico diventa anche crisi creativa. Cessata la spinta per l’innovazione e la ricerca, si aprono orizzonti diversi e più dozzinale che puntano al guadagno facile e immediato. L’ormai defunta commedia all’italiana viene rimpiazzata dalla farsa pecoreccia e fine a se stessa, che porterà alla creazione dei “cinepanettoni” o collaterali simili, farsacce con dialoghi scurrili, che raggiungerà il suo apice di indecenza agli inizi degli anni ‘2000, con pellicole come “Natale sul Nilo” o “Natale in India”, sia pur avendo nei cast attori tutt’altro che mediocri, come Christian De Sica o Massimo Boldi. In un contesto simile, dicevamo, è arduo, già agli inizi degli anni ’80 individuare buoni soggetti su cui impegnarsi, soprattutto riferito ad attori, di consumata fama, che hanno fatto dell’ottimo, e in svariati casi, eccelso livello delle pellicole da loro interpretate, la base principale della loro carriera. Un attore su tutti, di indiscusso talento e fama internazionale, come Ugo Tognazzi, si trova a dibattere in questo scenario desolante. Ma qualcosa che rasenti il capolavoro riesce a tirare fuori dal cilindro: due film su tutti nel decennio, “La tragedia di un uomo ridicolo”(1981) e “Amici miei: atto II”(1982). Se la seconda pellicola, sempre diretta da Mario Monicelli, è l’ottima continuazione della avventure dei cinque amici vitelloni cinquantenni, che organizzando burle esorcizzano la morte, con Tognazzi sempre leggendario nei panni dello spiantato conte Lello Mascetti; la prima, diretta da Bernardo Bertolucci, è quella che consegna Tognazzi definitivamente nell’olimpo dei grandi interpreti del cinema mondiale. Ne “La tragedia di un uomo ridicolo” di Bernardo Bertolucci, Tognazzi interpreta magistralmente un industriale a cui hanno rapito il figlio, e che decide di investire nella propria azienda i soldi raccolti per il riscatto quando gli comunicano l’uccisione del figlio. Ma il figlio non era morto e la truffa tentata gli si rivolterà contro. Un amara, terribile riflessione sul rapporto tra padri e figli, ma anche lucida rappresentazione della borghesia italiana che cerca di barcamenarsi tra le incertezze di quegli anni. Un film sulla perdita dei valori, dei sentimenti, “tutto sulle spalle di un meraviglioso Tognazzi, attore comico che qui coinvolge, sorprende, sconvolge, incanta…”. Il film esaltato dalla critica, viene presentato in concorso al Festival di Cannes in quello stesso anno e Tognazzi è candidato per la quarta volta come miglior interprete maschile della prestigiosa kermesse francese. E’ in lizza per quella “Palma d’oro” a Cannes, tante volte sfiorata, ma mai vinta, e che sarebbe la sua consacrazione nel mondo del cinema. La gioia trasmessagli dall’incontro con un grande regista come Bertolucci, in anni così bui per il cinema italiano, seguita dall’euforia divampata per la successiva assegnazione, tra applausi scroscianti, della Palma d’oro come miglior interprete maschile al festival di Cannes, non è sufficiente a levare al sensibile Tognazzi l’amaro di bocca, sia pur nell’ovvia soddisfazione di aver vinto, forse, il premio più prestigioso che un attore possa vincere nella sua carriera. Quel riconoscimento lo giudica tardivo; era stato in più occasioni a un soffio dal ritirarlo, ma gli era solo e sempre passato sotto il naso: una volta perchè i giurati avevano deciso di assegnarlo a un attore brasiliano e dunque alla cinematografia emergente; un altra perchè i francesi avevano boicottato “La donna scimmia”, reo di aver fatto a pezzi l’icona di Annie Girardot; un’altra perché alla sua interpretazione nell’“Immorale” era stata preferita quella di un oscuro attore israeliano dal momento che era appena scoppiata la Guerra in medio oriente; un’altra ancora perché Ingrid Bergman, che presiedeva la giuria, aveva minacciato di andarsene se fosse stata concessa una qualsiasi gratifica a “La grande abbuffata”, un film a suo dire indecente. Ora che con “La tragedia di un uomo ridicolo”, finalmente si pose rimedio a quell’ingiustizia ventennale, Tognazzi non sa gioirne fino in fondo. Lo avverte quasi come un risarcimento, non proprio come un premio, oppure non come un premio all’interpretazione del film, ma quasi come se fosse una Palma d’oro alla carriera, quindi risarcitoria.
Come si può notare, gli ultimi colpi della “vecchia” guardia del cinema italiano, sono tutt’altro che “colpetti”, e anche Nino Manfredi non è da meno rispetto all’amico e collega Tognazzi. Nel 1980 esce nelle sale “Cafè express”, diretto da Nanny Loy, e interpretato in maniera memorabile da Nino Manfredi nel ruolo di Michele Abbagnano venditore abusivo di caffè sulla tratta ferroviaria per Napoli, a detta di molti la sua interpretazione più intensa e sofferta. Tra comicità e patetismo, un mondo di risorse e umanità, affidato all’estro agrodolce del grande Manfredi, che rende appieno l’intenzione del regista. E a coronare questa sua stupenda interpretazione, Nino Manfredi vinse l’ennesimo David di Donatello della sua carriera come miglior attore protagonista.
Nel 1987 un film su tutti trova il consenso unanime di pubblico e critica ed esce vincitore (solo) morale dal festival di Cannes: “La famiglia”, splendido ritratto di una famiglia italiana del ‘900 diretta dal maestro Ettore Scola e interpretata da attori di gran classe come Vittorio Gassman, Stefania Sandrelli e Carlo Dapporto. Il film che è stato anche candidato all’Oscar come miglior film straniero, racconta la storia di Carlo (Vittorio Gassman) e della sua famiglia della media borghesia romana. Molti gli avvenimenti: l’avvicendarsi delle generazioni, battesimi, nozze, lutti, bisticci, conflitti, pranzi, compromessi, attraverso ottant’anni della storia d’Italia, dal 1906 al 1986, la storia di una famiglia per raccontare più in generale la storia del nostro paese e dei numerosissimi cambiamenti sociali ed economici avvenuti. Un film di attori ( su tutti Gassman e Carlo Dapporto), una bella prova di professionismo e maestria narrativa, di sintesi all’insegna dell’armonia. Scola riesce nell’impresa di rendere straordinaria l’insignificante avventura esistenziale del protagonista, a cavallo tra comicità e patetismo. Scola riesce a tenere a bada l’emozione intensa, perfino la forza del ricordo è coscientemente controllata, fermata nel passato, sotto il trucco e sotto la polvere: un film malinconico, ma memorabile. E il personaggio interpretato da Vittorio Gassman, è la perfetta chiusura del cerchio così come era stato pensato dal regista e reso meravigliosamente dal “mattatore” del cinema italiano. Gassman oltretutto si aggiudicherà il David di Donatello come miglior attore protagonista della stagione 1987, l’ennesimo della sua sfolgorante carriera.
Nonostante questi ultimi grandi “fuochi”, è ovvio che gli attori di punta della cinematografia italiana con l’avanzare dell’età, diradino la loro presenza cinematografica, e vengano affiancati da una nuova generazione di interpreti di indiscusso valore, su tutti Carlo Verdone, Massimo Troisi e Roberto Benigni. Nel 1980 il cineasta Carlo Verdone propone nel film “Un sacco bello” un’originale vena comica supportata da un impianto narrativo conforme agli schemi classici della commedia all’italiana. L’esordio al cinema di Verdone come regista e attore avvenne sotto l’egida addirittura del grande Sergio Leone, che si spese affinché “Un sacco bello”vedesse la luce, convincendo la Medusa a produrre e distribuire il film. Realizzato in cinque settimane con un budget di 500 milioni di lire, il film si guadagnò i favori di critica e pubblico, con un incasso di oltre 2 miliardi. Verdone fino a quel momento aveva lavorato in teatro e in televisione, dando prova delle sue doti di trasformismo comico. Diviso in tre episodi che si sviluppano sullo sfondo di una Roma semideserta ( siamo a ferragosto), “Un sacco bello” è costruito intorno a tre personaggi, comici e al contempo malinconici, tutti interpretati da Verdone, con una vis comica di incredibile efficacia. Verdone pone qui le basi del suo cinema: una galleria di tipi umani variamente caratterizzanti e una comicità attraversata da una vena di profonda malinconia, dettata soprattutto dalla spesso penosa situazione dei suoi personaggi. E’ da molti considerato l’erede naturale di Alberto Sordi (anche se lui ha negato spesso questo accostamento), per la capacità di far rivivere nel contesto degli anni ’80 una figura di abitante della capitale che, in tutte le sue sfaccettature anche contrastanti, rappresenta l’archetipo dell’italiano medio. Sordi e Verdone, uniti da una forte amicizia, hanno anche girato due pellicole insieme, entrambe da loro sceneggiate con Rodolfo Sonego: “In viaggio con papà”(1982), per la regia dello stesso Sordi, e “Troppo forte”(1986) diretto da Verdone stesso. Il successo dei suoi personaggi stralunati e bizzarri è immediato e porterà l’attore a produrre per tutti gli anni ’80 numerose pellicole, tra le quali si ricordano: “Bianco, rosso e Verdone” (con Elena Fabrizi e Mario Brega), “Borotalco” (con Eleonora Giorgi), “Acqua e sapone” (1983), “Io e mia sorella” (1987) e il film corale “Compagni di scuola” (1988). Tra i vari riconoscimenti Verdone vanta ben nove David di Donatello e otto Nastri d’argento, arricchita con la partecipazione nel ruolo di co-protagonista al film di Paolo Sorrentino, “La grande bellezza”(2013), che si è aggiudicata l’Oscar come miglior film straniero. Il laboratorio di maturazione e crescita dell’artista è da ritrovarsi nel programma televisivo “Non stop”, che dal 1978 in poi sforna una ricca fucina di talenti tra i quali Massimo Troisi, lo stesso Carlo Verdone, Roberto Benigni, Lello Arena, Diego Abatantuono.
E nello stesso verso può essere inteso il curioso film “Il pap’occhio”(1980) diretto dallo showman Renzo Arbore, importante per capire come il confine tra cinema e televisione si stia andando rapidamente dissolvendo. In maniera goliardica e sgangherata il film racconta dell’incarico di costruire un palinsesto per la televisione Vaticana assegnato dal papa a Renzo Arbore. Tutti i personaggi che gravitavano attorno al personaggio di Renzo Arbore, legati da lui da una stretta amicizia, nonché quelli che lavoravano insieme a lui nella trasmissione “L’altra domenica”, sono stati quindi coinvolti nell’avventura, interpretando se stessi nel film. Tra questi da ricordare senza dubbio i monologhi deliranti di Roberto Benigni e l’accento “terrunciello” di Diego Abatantuono. Non figura nel film, pur facendo parte della schiera dei più stretti amici di Arbore, nonché dei più importanti attori emergenti, quel Massimo Troisi, che di lì a poco dominerà tutto il cinema italiano degli anni ’80 e nella prima metà di quello successivo con il suo modo personalissimo di interpretare il cinema, prima che lo colga la sua morte prematura avvenuta nel 1994.Massimo Troisi debutta al cinema con la pellicola “Ricomincio da tre”, che svela al pubblico cinematografico tutta la sua comicità innovativa e umorale. Il film, acclamato dalla critica, permette a Troisi di ottenere tre Nastri d’argento (tra i quali uno per il miglior regista esordiente e uno per il miglior attore esordiente) e due David di Donatello per il miglior film e per il miglior attore. Dopo l’uscita della pellicola “No grazie, il caffè mi rende nervoso”, nel 1983 dirige e interpreta “Scusate il ritardo”, che addirittura ottiene un successo ancora maggiore del suo film d’esordio, con Giuliana De Sio, dove l’attore ha modo di riproporre le caratteristiche dei suoi personaggi precedenti. Nel 1984 arriva nelle sale cinematografiche “Non ci resta che piangere”, diretto e interpretato assieme all’amico e collega Roberto Benigni. L’opera è ricca di citazioni ed è rimasta nell’immaginario collettivo per le numerose invenzioni ideate dai due artisti. Fra le tante, si menziona la scena della scrittura della lettera a Girolamo Savonarola, chiara citazione dell’analoga scena interpretata da Totò e Peppino De Filippo in “Totò, Peppino e la… malafemmina”. Il film ebbe un successo di pubblico senza precedenti, pieno di gag e tormentoni entrati nel linguaggio comune e divenuti immortali. I due comici, grandi amici, simili per l’uso personale della parola e della mimica e per il ricorso al dialetto, ma anche profondamente diversi per l’appartenenza a due universi culturali tra loro assai distanti, appaiono come complementari in questo che restò il loro unico film recitato in coppia.  La consacrazione di Massimo Troisi avvenne nel 1989 alla 46esima edizione del festival di Venezia, quando vinse il premio come miglior interprete maschile ex aequo con Marcello Mastroianni per il film “Che ora è?”(1989), diretto da Ettore Scola, ed interpretato proprio dalla insolita coppia. Un film sublime sulle difficoltà di comunicazione tra un padre e un figlio costruito sulle qualità recitative eccezionali dei due attori, che infatti trionfarono a Venezia. Pochi mesi prima c’era stato anche “Splendor”(1989), sempre diretto da Scola e sempre interpretato dalla coppia Troisi-Mastroianni, un film malinconico, perfetto, memorabile e nostalgico: un amarcord per i film del passato e per una stagione ormai conclusasi, di cui è metafora la chiusura della sala, appunto lo Splendor del  titolo. Mastroianni ne interpreta il proprietario, Troisi il suo proiezionista appassionato morbosamente a tutto ciò che riguarda il cinema. Presentato in concorso alla 42esima edizione del festival di Cannes, ottenne la nominations come miglior film della kermesse. Curioso come questo film sulla morte del cinema in sala e sul ricordo di un glorioso passato, venga interpretato da chi ne è stato uno dei massimi esponenti a livello mondiale (Mastroianni); e da chi si accingeva a diventarlo (Troisi).
In questi anni, anche Roberto Benigni arriva al successo, il quale dopo alcune felici prove nei film “Berlinguer ti voglio bene” e “Chiedo asilo”, rispettivamente di Giuseppe Bertolucci e Marco Ferreri, mette in scena tutta la sua verve comica nel film da lui diretto “Tu mi turbi”, uscito nelle sale nel 1983,è un film diviso in quattro episodi molto divertente, nei quali si parla in un modo o nell’altro di Dio, e venne molto apprezzato da pubblico e critica La sua irruenza satirica (propria del vernacolo toscano), unita ad una studio maturo della commedia degli equivoci porterà l’artista a dirigere pellicole di grande successo come “Il piccolo diavolo” (1988), “Johnny Stecchino” (1991) e “Il mostro”, del 1994. All’interno di questa “nuova ondata” va sottolineata l’opera dell’attore romano Enrico Montesano, che per tutti gli anni ’70 e ’80 ha coniugato la propria attività teatrale a pellicole cinematografiche disimpegnate, non trascurando incursioni più serie e mature. Infatti, dopo l’interpretazione di “Febbre da cavallo” di Steno in coppia con Gigi Proietti (1976), gli anni ’80 sono molto proficui sul fronte cinematografico. È del 1982 il ruolo de “Il conte Tacchia” di Sergio Corbucci accanto a Vittorio Gassman e Paolo Panelli, seguito dal film “Più bello di così si muore”, del regista Pasquale Festa Campanile. Nel 1984 è diretto nuovamente da Steno in “Mi faccia causa” e l’anno successivo, grazie al film “A me mi piace”, vince il David di Donatello e il Nastro d’argento come miglior regista esordiente. Nel 1985 è poi splendido protagonista in “I due carabinieri”, accanto all’altrettanto grande Carlo Verdone. La pellicola divenne subito campione d’incasso della stagione e si aggiudicò il Biglietto d’oro AGIS, registrando la più alta presenza al botteghino dell’anno solare. A seguire arriva la collaborazione con Mario Monicelli ne “I picari” e quella con Maurizio Ponzi ne “Il volpone”, entrambi del 1987. Dal punto di vista autoriale, Michelangelo Antonioni ripercorre il tema dell’alienazione nel film “Identificazione di una donna” (con Tomas Milian), uscito nel 1982. Il film, presentato al festival di Cannes nello stesso anno, darà l’occasione al regista di ricevere una Palma d’oro speciale per l’insieme della sua opera. Dal canto suo Federico Fellini, parimenti, prosegue la sua ricerca surrealista e onirica nei film “E la nave va”(1983) e soprattutto “La città delle donne” (1980) e “Ginger e Fred” (1985), dove ritrova come primo attore l’amico Marcello Mastroianni. Su queste due pellicole val la pena aprire un’ampia parentesi. “La città delle donne”(1980) è un film dalle caratteristiche tipicamente felliniane, la storia grottesca, onirica e visionaria di un uomo che, per seguire una donna che gli appare durante un viaggio in treno, si trova coinvolto in una sorta di incubo avventuroso dove varie figure di donna lo inseguono, lo irretiscono, cercano di linciarlo, lo processano, lo condannano. Al risveglio di quest’incubo l’uomo si ritrova con la moglie nello scompartimento, mentre il treno entra in una galleria, metafora della sessualità. Il personaggio di Mastroianni ha molto in comune col protagonista di “Otto e mezzo” (1963,sempre interpretato da Mastroianni), di cui riprende il soprannome Snaporaz e la visione delle donne, creature sognate ma che nello stesso tempo gli incutono timore, che popolano le sue visioni, i suoi ricordi e i suoi sogni. In questo personaggio Mastroianni ancora una volta è allo stesso tempo alter ego del regista, di cui riprende nel trucco le fattezze fisiche, ma allo stesso tempo anche autoritratto, cercando di portare in Snaporaz tutta l’ironia, l’amore giocoso, la visione in parte goliardica in parte ammirata del mondo femminile caratteristica dei due amici Marcello e Federico, che insieme si divertono a inventare filastrocche allusive, fare lunghi giri in macchina, commentare le ragazze che li circondano e che rendono più divertente la loro vita. Mastroianni viene ancora una volta lodato come perfetto alter ego del regista riminese, Morandini in particolare specifica che “ritornando ad essere portavoce, strumento, tramite del regista, Mastroianni offre una delle più misurate e sottili interpretazioni della sua carriera”. Tutti comunque sono concordi nel riconoscere la potenza visionaria del regista, che nella sua descrizione carnale e formosa delle donne e nel ritratto chiassoso, colorato e rutilante dell’ambiente in cui si muovono i personaggi, sembra anticipare molta della superficialità e della sfacciata opulenza di quello che sarà la fine del secolo. “Ginger e Fred”(1986) a sua volta ha come protagonisti Giulietta Masina, l’attrice preferita di Fellini,nonché sua moglie da quasi 50 anni; e ancora una volta Marcello Mastroianni, l’attore preferito del regista riminese, nonché suo alter ego. Il film racconta la storia di Amelia ( G. Masina) e Pippo ( Mastroianni) due ex artisti che hanno alle spalle un modesto ma entusiasmante trascorso come ballerini di avanspettacolo specializzati nell’imitazione dei numeri di danza di Fred Astaire e Ginger Rogers. Dopo un lungo periodo di assenza dalle scene, i due ormai attempati danzatori accettano l’offerta di una tv privata italiana di partecipare ad uno show televisivo. Il momento del loro numero di danza arriva, ma un black out lo interrompe sul nascere: nell’oscurità dello studio televisivo Amelia e Pippi comprendono la loro estraneità a quel modo di fare spettacolo. La coppia si convince che il miglior finale per Ginger e Fred sia l’abbandono della ribalta proprio mentre l’occhio di bue è spento, ma quando i due decidono di andarsene l’elettricità ritorna e il loro numero di danza deve riprendere, e qui la loro magia, per un attimo, si prenderà una rivincita sulla volgarità del mondo degli spot e degli sponsor. Il film è una feroce satira della cultura del consumismo e del mondo delle TV private, che Fellini detestava specialmente per la cattiva abitudine di interrompere i film con gli spot pubblicitari. Lo strapotere della pubblicità cancella ogni poesia, mettendo al centro della scena la figura scialba di un presentatore televisivo, ferocemente ritratto da Fellini. Il telequiz e la pubblicità sono rappresentati come le forme dominanti e alienanti della nuova cultura di massa. In forma ora sognante ora inquietante il film esprime un cupo pessimismo di fondo, mitigato solo dalla dolcezza dei due protagonisti e dalla loro storia d’amore, e sembra anticipare profeticamente i tratti salienti delle forme di comunicazione e dominazione della società di massa contemporanea. La critica di Fellini alla tv commerciale ( il riferimento non certo velato è alle emittenti di Silvio Berlusconi che all’epoca si stavano consolidando) si inserisce sulle vicende personali dei due vecchi ballerini, che rivivono la malinconia dei tempi perduti e il rimpianto di un amore lasciato a metà. Infatti il film è anche una tenera storia d’amore, in equilibrio perfetto tra sentimento ed ironia, con due attori che dir sublimi è dir poco. Dalla nominations all’Oscar come miglior film straniero, a quella ottenuta ai BAFTA nella stessa categoria, la pellicola fece incetta di premi, tra i quali i più importanti sono il David di Donatello e il Nastro d’argento a Marcello Mastroianni entrambi nella categoria “miglior attore protagonista”; e il Nastro d’argento a Giulietta Masina nella categoria “miglior attrice protagonista”. Un caso a parte costituisce l’imponente affresco di “C’era una volta in America”(1984), diretto da Sergio Leone che si avvale di un cast di attori stranieri e una produzione tutta hollywoodiana. Tratta dal romanzo di Harry Grey The Hoods del 1952, la pellicola narra, nell’arco di quarant’anni, le drammatiche vicissitudini del criminale David Aaronson (interpretato da Robert De Niro) e del suo progressivo passaggio dal ghetto ebraico all’ambiente della malavita organizzata nella New York del proibizionismo. La pellicola, malgrado lo scarso successo di pubblico, col passare degli anni, è stata dichiarata come una delle più importanti dell’intera cinematografia italiana, quasi sempre richiamata nelle classifiche di preferenza di pubblico e critica. Tra le poche rivelazioni del decennio meritano d’essere ricordati Carlo Mazzacurati che debutta con “Notte italiana” e Giuseppe Tornatore, che esordisce nel 1986 con la pellicola “Il camorrista”, liberamente tratta dall’omonimo romanzo di Giuseppe Marrazzo che narra la biografia romanzata del boss della camorra Raffaele Cutolo.
Arrivati alle soglie degli anni ’90 c’è da analizzare come questi due decenni, vuoi per ragioni anagrafiche, vuoi per alcune tragedie premature, registrino una marea di lutti nel mondo del cinematografo, lasciando intuire come sia davvero giunta la fine di un’epoca. Già nel 1980 erano deceduti artisti, anche leggendari come Peppino De Filippo e Macario; nel 1984 era morto il grande Eduardo De Filippo; nel 1986 toccherà a Nino Taranto; nel 1988 a Steno. Ma è nella prima metà degli anni ’90, che ci lasciano pezzi enormi della storia del cinema italiano: nel 1990 muoiono Ugo Tognazzi e Aldo Fabrizi; nel 1991 tocca a Walter Chiari e pochi giorni dopo nel 1992 anche a Renato Rascel; pochi mesi dopo aver ricevuto l’Oscar alla carriera, nel 1993 muore Federico Fellini, seguito pochi mesi dopo dalla moglie Giulietta Masina, che non riuscì a superarne il dolore. Poi, e più struggente di così non si può, il 4 giugno del 1994, subito dopo la fine delle riprese del capolavoro “Il postino”, morì, colto da arresto cardiaco, a poco più di 41 anni di vita, il grande Massimo Troisi. Il quale affetto da dei seri problemi al cuore, e in attesa di trapianto, aveva rinviato la data dell’operazione per portare a termine le riprese del film che lo aveva rapito e per il quale diede letteralmente la vita: “Lui stava male e ha voluto fare questo film a tutti i costi: tutti gli dicevano “ma dai, fai il trapianto e poi lo farai”, e lui diceva “No, questo film lo voglio fare con il mio cuore”. […] E poi questo film è il suo testamento morale. » (Renato Scarpa su Massimo Troisi). Nel 1995 morirà anche Marcello Mastroianni, forse l’attore più grande, di sicuro il più internazionale, della storia del cinema italiano.
 

(1.Continua)