Yamashita tiene Taranto col naso all’insù

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Il chitarrista giapponese sembra entrare in trance prima dei tre preludi e, fra una suite e l’altra, s’assiepa dietro le quinte, meditando per l’esibizione successiva. Carezza il manico dello strumento, stabilendo con esso un contatto che ha del metafisico. Sembra parlarci

Nella serata di ieri, presso l’Auditorium “Tarentum”, è approdato il virtuosista della chitarra classica Kazuhito Yamashita, classe ’61. Nato a Nagasaki, sin dall’adolescenza ha sfoggiato il suo prodigioso talento al cospetto delle sei corde, il giapponese ha nel suo curriculum musico-professionale più di ottanta dischi alle spalle, al qual computo vengono aggiunti i numerosi premi e riconoscimenti dal pulpito di prestigiose istituzioni mondiali ed europee. Tutt’altro che nuovo ai palchi di fregio peninsulare, Yamashita è noto non soltanto come strumentista d’elevato rango acclamato dalle più grandi sale del pianeta (da New York a Vienna), ma anche per le sue considerevoli competenze nell’ambito della trascrizione di composizioni classiche di autori del calibro di Dvorák, Stravinskij, Vivaldi, Beethoven, e Musorgskij: basti pensare che di quest’ultimo, il Nostro ha interpretato “Quadri da un’esposizione”, suite resa ancor più celebre da direttori d’orchestra che portano il nome di Ravel, ma anche dall’inequivocabilmente unica rappresentazione Rock firmata da una delle band più importanti della storia della musica moderna: gli Emerson, Lake & Palmer.
Ad incantare la platea ionica, tuttavia, è stata l’interpretazione delle tre suite per violoncello di Bach, esattamente le numero 4, 5, e 6, ovviamente riportate con pedissequa perizia sulle corde della chitarra classica. Che giapponesi e spagnoli fossero fra i più formidabili chitarristi classici al mondo c’era già dato di sapere, e n’eravamo a conoscenza anche grazie all’eredità musicale lasciata dagli stessi ispanici nell’Italia meridionale durante il Regno di Napoli, e tramandatasi ai giorni nostri grazie alla musica folk Novecentesca di pertinenza partenopea; ma avere modo di ospitare un concerto come questo in una Taranto che rinsavisce, sofferta, da un’estate quasi totalmente scarna d’eventi artistici e culturali, è cosa da sottolineare positivamente. Dalla brochure scopriamo che la serata è targata dall’Associazione Jonica della Chitarra, e dall’Associazione Musicale Euterpe.
Il Prof. Antonio Rugolo introduce il Maestro Yamashita. La platea non ha modo di conoscere la sua voce, ma soltanto quella della sua chitarra. Sul palco non ci sono microfoni; non c’è spartito: soltanto uno strumentista del Sol Levante impettito di raffinata eleganza, con le sue dita velocissime sul nylon della classica impazzita. Una somma serietà accompagna la fase prodromica all’esibizione: la folla è ammutolita in ossequio alla sacralità del momento. Yamashita sembra entrare in trance prima dei tre preludi, e fra una suite e l’altra s’assiepa dietro le quinte, meditando per l’esibizione successiva. Carezza il manico dello strumento, stabilendo con esso un contatto che ha del metafisico. Sembra parlarci; alle volte lottarci. Ci fa l’amore. Unge le corde con il gentil vigore dei suoi polpastrelli, punendole con le consuete unghie da chitarrista pronte a far vibrare gli animi degli astanti, e ne dirompe arpeggi degni di quella simpatia nella sua accezione più greca che contemporanea: un senso rimasto permeato nella città magnogreca, che premia il suo ospite orientale, come ha sempre fatto con i meritevoli forestieri, alzandosi in piedi e salutandolo fra scroscianti applausi ed invane richieste di bis.
Sperando che un bis ci sia; sperando che serate come questa possano occupare numerose caselle del sovente sguarnito calendario tarantino, magari provando ad attrarre un maggior numero di giovani, sottraendoli all’infausto destino di spritz e smartphone al quale accennò Mentana non troppo tempo fa.