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Gio, Ott

Sex Pistols, una storia di Rock ed eccessi

Sex Pistols, una storia di Rock ed eccessi

Musica

Paul Cook ripercorre la storia dei Sex Pistols e degli anni della Londra Punk, nell’incontro pubblico ai Giardini Peripato di Taranto targato Medimex

<< Mi sono innamorato di Taranto, verrò in vacanza da queste parti. >> Così Paul Cook, classe ’56, noto per esser stato il batterista della storica band dei Sex Pistols, ha concluso la sua chiacchierata con i fan presenti ai Giardini Peripato del capoluogo ionico; un altro appuntamento del ciclo “Incontri d’Autore” targati Medimex, questa volta moderato dal giornalista Francesco Costantini. Non che le ore trascorse insieme a Giuliano Sangiorgi, Raphael Gualazzi, Diodato, siano state dabuttare, ma qui parliamo della storia della musica. Cook e la sua band (attiva soltanto dal 1975 al 1979), segnarono un punto di rottura importante nel mondo del Rock: basti pensare alla maglietta indossata da Johnny Rotten, cantante della band, con su scritto: “I Hate Pink Floyd” (trad. “Io Odio i Pink Floyd”). Quel volersi distaccare a tutti i costi dalla scena Rock’n’Roll “tradizionale” di quei tempi, manifestando uno spirito di sovversione tirato all’estremo, conficcò un paletto nel terreno delle musiche ribelli: così quell’ondata Punk, col dovuto ritardo, arrivò anche in Italia con gruppi come CCCP – Fedeli alla Linea, in una scena dove si era abituati ad ascoltare i numerosi “complessi” Pop da un 45 giri e via.
Molte le curiosità emerse dai racconti di Cook, che non ha perso l’occasione per farsi più di un bagno di folla, firmando autografi ai fan dei Sex Pistols di età sorprendentemente eterogenea. Incredibile come una corrente artistica, in questo caso il Punk, possa essere vissuta a distanza di quarant’anni: i genitori dei teenagers degli anni ’70 non avrebbero mai accompagnato i loro figli a farsi autografare “Never Mind the Bollocks”. Siamo ufficialmente davanti al culto dei mostri sacri che trasciniamo dal secondo Novecento ai giorni nostri. Gli ultimi proiettili nel revolver di quella che forse, fra cent’anni, sarà appellata con l’ossimoro di “Nuova Musica Classica”. Già, perché neanche i Pink Floyd tanto odiati da Rotten erano degli stinchi di santo: la droga e la ribellione erano in tutta la scena inglese (e non solo) degli anni 60s e dei 70s, ma la manifestazione di quel pensiero anti-estabilishment navigava in modi molto diversi, e con stili musicali molto diversi.

Parla Paul: << Quando fondammo i Sex Pistols eravamo innamorati della musica e della moda; poi vedemmo quello che succedeva attorno a noi: potevamo suonare e creare il nostro sound. Nacque tutto a King’s Road, attorno negozio di Malcom McLaren (ndr, futuro produttore della band, nonché “inventore” dei Sex Pistols; il negozio del lussuoso distretto di Chelsea, noto come “SEX” e “Let It Rock”, vendeva articoli di anti-moda, come abbigliamento fetish, capi stracciati, ecc.), in un momento nel quale non ci piaceva molto la scena Rock: c’era instabilità sociale in Inghilterra. >>
E poi, sulla scelta di Johnny: << Cercavamo un cantante: un giorno arrivò John e quando glielo chiedemmo, ci rispose che non sapeva cantare. Facemmo comunque un provino nel negozio di Malcolm utilizzando un jukebox, e John fu disastroso. Ma l’atteggiamento era quello che cercavamo. >>

Una carriera durata neanche quattro anni, ma che li ha visti subito al centro della bagarre: << Cercavano tutti questa rabbia, e al nostro pubblico piaceva il nostro modo di vestirci. Ma la partecipazione a quel programma televisivo fu la svolta. >> Paul si riferisce al famoso “incidente” avvenuto in diretta alle 6 del pomeriggio del 1° dicembre 1976, quando sulla BBC, durante la trasmissione di Bill Grundy, i Sex Pistols iniziarono a rispondere in maniera scostante alle domande del giornalista, culminando con il chitarrista, Steve Jones, che mandò letteralmente a quel paese il presentatore. Da quel momento, i Sex Pistols diventarono il nemico numero uno dei media inglesi.
A tal proposito, Cook ha riferito: << Ci impedivano di partecipare a molti show: eravamo la sgradevole voce del Punk Rock; parlavano tutti male di noi. >>
E se il titolo del primo singolo, “Anarchy in The U.K.” fu inequivocabile, con “God Save The Queen” (ndr, omonimo dell’Inno Nazionale del Regno Unito), i Sex Pistols segnarono un'ulteriore pietra miliare della rivoluzione Punk: << La scrivemmo tempo prima, ma venne pubblicata in concomitanza con il 25° anno di Regno della Regina Elisabetta II d’Inghilterra. >> Un bel regalo per il Giubileo d’Argento, non c’è che dire. E poi, Paul prosegue: << Il tumulto che provocammo ci fece capire cosa avevamo fatto. Eravamo i primi in classifica per vendite, ma la BBC ci mise al secondo posto. Molte persone volevano picchiarci, ucciderci. Ci venivano vietati molti posti dove esibirci. >>

E poi, forse, la pagina più triste della band: Sid Vicious, bassista subentrato a Glen Matlock nel 1977: << Sid arrivò perché c’erano problemi tra Steve e Glen. All’inizio ci era piaciuto, ma se ci penso ora… Tutte le pazzie che voleva fare, hanno danneggiato gravemente la nostra immagine. Per quanto riguarda l’uso della droga, si accusavano gli americani di essere i responsabili dell’ondata, ma questa fu un’analisi semplicistica: ad esempio, Sid, ne usava già da prima di entrare nei Sex Pistols. Guardando le cose da lontano, prendere Sid nella band fu una mossa sbagliata. Si lasciò andare, e sappiamo tutti come andò a finire. >> I fatti parlano da soli. Il batterista si riferisce alla tragedia che si consumò a cavallo tra il 1978 ed il 1979: Sid in quel periodo viveva in un hotel di New York insieme alla sua fidanzata, Nancy Spungen. I due erano assidui consumatori di eroina, ed una sera, Vicious, chiamò la polizia affermando di aver trovato Nancy morta accoltellata sul pavimento della camera d’albergo. E da qui partì il mistero: il bassista degli eccessi fu l’unico ad essere indagato per l’omicidio di Nancy, a causa delle sue impronte digitali rinvenute sull’impugnatura dell’arma del delitto, ma molte testimonianze lasciano presumere l’innocenza di Vicious, poiché altre versioni raccontano che la Spungen si appartò con un losco figuro, probabilmente uno spacciatore, nei momenti precedenti alla sua morte. Vicious fu incarcerato e rilasciato su cauzione pagata dalla EMI, ma non resistette alle pressioni emotive e legali, alla tossicodipendenza, a se stesso, morendo di overdose pochi mesi dopo l’assassinio della fidanzata, a soli 21 anni, battendo ogni record delle morti giovani nel Rock (v. “Club 27”).

Voltando pagina, i Sex Pistols, in definitiva, sono stati e sono tutt’ora un fenomeno di massa: << Abbiamo influenzato moltissimo: dopo di noi tutto è cambiato. All’inizio non avevamo idea dell’impatto che avremmo avuto… Eravamo ragazzi che venivano dalla sottocultura dei “Teddy Boy”. Secondo me avemmo un grande impatto per la semplicità del nostro messaggio, come dire: “Non vi va bene qualcosa? Ribellatevi!” >>

La band nel 1977 pubblicò un solo album registrato in studio, ormai culto e mattone del Rock: “Never Mind the Bollocks, Here’s the Sex Pistols”: << È difficile guardarsi indietro; capire cosa ci portò a mettere insieme questo album. Suonavamo da tre o quattro anni; forse un afflato di rabbia comune ci portò alla scrittura di “Never Mind the Bollocks”. Era un momento magico, tutto accadde al momento giusto: dal produttore, Chris Thomas, ad una serie di fortunate combinazioni.

Ma la critica ai colleghi dell’epoca non manca: << C’erano band che ci piacevano come i Clash, ma le band spazzatura erano parecchie: pensavano di poter entrare nel Punk solo perché vestivano in un certo modo, ma il Punk è un atteggiamento verso il mondo, verso la vita! >> Basti pensare che in Italia, dalla prima metà dei 70s, vennero definiti Punk Anna Oxa, Edoardo Bennato, Donatella Rettore, Ivan Cattaneo, ed altri autori che sono lontani anni luce dal concetto di Punk: nessuno, all’inizio, era cosciente di cosa si stesse realmente parlando.

Ma queste storie Rock, come ogni romanzo che si rispetti, hanno un inizio ed una fine: << Eravamo destinati a fare quella fine. >> Dice Paul: << Eravamo molto giovani, non potevamo neanche suonare a casa nostra perché ci volevano letteralmente uccidere, tanto che facemmo un tour negli Stati Uniti del sud, e non nel Regno Unito. Non sapevamo come affrontare quella situazione, eravamo troppo, troppo giovani. >>

Per quel che ne sarà del Rock: << Tra le band di oggi, mi piacciono i Foo Fighters. Ascolto molti tipi di musica, ma la mia tendenza rimane quella, insieme al Rock mainstream. Alle volte, però, mi diverte andare a ritrovare musiche del passato che magari ancora non conosco. >>
E per quel che ne è stato: << Sono molto orgoglioso di quello che abbiamo fatto; di esser stato parte dei Sex Pistols: mi ha cambiato la vita. Non amo soffermarmi sul passato, parlarne mi mette anche un po’ a disagio. >>

E con un velo di timidezza, fra selfie ed autografi, si chiude una bella pagina di questo Medimex 2018.