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Dom, Mar

Ciao Gianni, raffinato artigiano della parola

Ciao Gianni, raffinato artigiano della parola

Idee

Con Mura, il giornalismo italiano perde un fuoriclasse della scrittura. Discepolo di Gianni Brera, impersonificò la via lettereria, colta, mai banale, del racconto sportivo. Una sorta di ricercata esegesi quotidiana. Memorabile il suo lascito per quanti ancora credono nella professione: "Se smettessimo di rappresentare la realtà, diventeremmo mediocri personaggi da avanspettacolo"

Primo Gianni Brera. E poi lui e Mario Sconcerti. Su un altro piano, non perché meno talentuosi, ma per una diversa propensione alla professione, più esteti della parola sussurrata che scritta, Beppe Viola e Sandro Ciotti. Con la morte di Gianni Mura, il giornalismo italiano perde un vero campione. Il giornalismo tout court e non, semplicemente, quello sportivo. Ai grandi mal si addicono gli ambiti di appartenenza, le camicie di forza e gli stupidi inquadramenti. Quando sei sorretto da una poderosa cultura letteraria come nel suo caso, colta si direbbe oggi, eterogenea per interessi coltivati e curiosità mai banali, puoi scriverti un giornale anche da solo. Alla fine ti serve solo la tua compagnia. E neanche quella, a pensarci bene. Mura è stato scrittore di non molte opere, ricordo di aver letto soltanto “Giallo su Giallo”: un noir ambientato nel corso di un’edizione del Tour de France: sua grande passione assieme al calcio. Non m’impressionò molto, a dire il vero ne fui anche un po’ deluso. Segno che si può essere un grandissimo giornalista e uno scrittore appena notevole. Vallo a raccontare a quelli che oggi, non sapendo che fare, si mettono a scrivere libri che mai nessuno leggerà. Mura inizio il mestiere con la Rosea, la Gazzetta dello Sport, prima di approdare a la Repubblica. Eugenio Scalfari non credeva all’importanza per un giornale elitario, un giornale-partito come il suo, liberale e settario nell’ideologia mai celata, delle pagine sportive. Assunse Brera e, su indicazioni di questi, Mura perché alle porte c’era il Mundial del 1982 che bisognava pur raccontare. Il maestro e il discepolo diedero vita ad una squadra super, un duo in grado di vergare corsivi e reportage memorabili, in egual misura ai ragazzi di Bearzot che sul rettangolo di gioco si aggiudicarono l’edizione spagnola facendo sventolare di gioia il tricolore. Mura amava il buon cibo, il vino e le osterie di un tempo. A Milano, città nella quale abitava, era solito frequentarne una che già nel nome era tutto un programma:  “Al vecchio porco”. Tirava sino a tardi a tavola, giocando a scopa e a briscola, raccontando aneddoti di una vita unica, funambolica come la sua scrittura. Nelle sembianze fisiche mi ricordava molto, tanto da confonderli per la mia immaginazione catturata dal talento, sensibile alla bravura dei fuoriclasse, Osvaldo Soriano. Altro esteta raffinato del giornalismo sportivo: argentino e triste, solitario y final. Si chiude un’epoca che si trascina con sé uno stile, nei comportamenti prim’ancora che nella parola ben confezionata. Abile nel consegnarti un sogno appena abbozzato su un foglio di carta. Perchè il giornalismo quando smette di raccontare la realtà, soteneva Mura, diviene triste avanspettacolo per personaggi mediocri.