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Lun, Giu

CIO' CHE SA(N)REMO

CIO' CHE SA(N)REMO

Idee

Chissà come e quando, ma passerà. Da quel momento in poi, esaurito l’attimo dei festeggiamenti e dei buoni propositi, andrà in scena l’eterno immutabile inesorabile Festival della Commedia (all’) Italiana. Finita l’era delle mascherine, riesploderà l’ora delle maschere. Che CosmoPolis è in grado – purtroppo -  di anticiparvi

PASSERA'? Ovviamente sì. Chissà come, chissà quando: se il virus verrà battuto, se il virus si batterà da solo, se il virus sparirà e basta e non ci saranno mai risposte certe (che gran terreno fertile, questo, per i tuttisti). Nell’attesa, dal premier in giù è tutto un moltiplicarsi di “saremo migliori”, “ci renderà più attenti”, “ci renderà più forti”, “avremo memoria”, “torneremo ai valori”, “ne usciremo coesi”. Balle. Stronzate. Siamo fatti per la scontatezza, siamo fatti per sentirci daccapo immortali non appena guariamo da qualsiasi tipo di bua, da qualsiasi genere di angoscia, siamo fatti per riscoprire (un) Dio quando butta da cani e poi ridiventare atei al primo segnale di luce. All’incredulità dopo il sospirato pass, al sollievo per la riapertura delle gabbie, per un paio di settimane seguiranno eccessi da Capodanno 1001, noi maschi tutti Rocco Siffredi, voi donne tutte Lady Godiva, i pigri tutti pietromennea, i tirchi tutti scialacquatori, i mesti tutti animatori, gli orsi tutti discotecari, gli astemi tutti vodka e Campari, i vili tutti guerrafondai, gli irosi tutti panciafichisti, gli ignavi tutti cheguevaristi, i democristiani castristi, i giornalai giornalisti e i giornalisti induisti, panisti, pianisti. Ciò che sa(n)remo: il primo, il secondo e il decimo Festival del ritorno alla vita lo, li dedicheremo a noi stessi e ne saremo, senza la enne, nel contempo presentatori, vallette, truccatori, cantanti, spettatori, direttori d’orchestra e special guest.
Dopodiché ci ritireremo come le acque con la bassa marea, riandando ad avvolgerci nei soliti vizi, nei soliti gesti, nei soliti schemi, nei soliti volti, nei soliti screzi. Empatia, solidarietà, eventuali profondità e costrittive introspezioni finiranno, se non nello sciacquone, nel baule dei vestiti smessi: quelli di quando eravamo magri. A quel punto, purtroppo, ricomincerà il Festival che conosciamo meglio, immutabile, invariabile, inesorabile; un Festival i cui primattori già si affacciano in vetrina e con tempismo da applausi, tra libri in uscita e ospitate da Fabio Fazio. Essi potranno finalmente risistemare anche fisicamente il loro sussiegoso culo sui soffici divani che gli competono: quelli mediatico – editorial- televisivi, a seconda del mezzo e dell’occhio che arriverebbe, arriverà a raggiungerci pure mentre siamo sul water. Finita, grazie al cielo, l’era delle mascherine, tornerà l’ora delle maschere. Proviamo a riassumerle.
GLI SPECIALISTI. Avete presente l’onda lunga dei grandi crimini, dei delitti irrisolti, dei misteri nebbiosi, dei processi pregressi? Certamente sì, non si è mai esaurita: da Cogne a Novi Ligure, da Sarah a Yara a Meredith, amanti diabolici ogni paio di mesi, l’arcano di Arce, Garlasco, la strage di Erba. Trasmissioni specialistiche e non, monotematiche se occorre: Porta a Porta, Chi l’ha visto, La vita in diretta, Buona Domenica, Quarto grado, Delitti e chissà quante altre. Campavano e campano tutti, tutte. Continueranno a farlo, aggiornando o integrando i temi. E avete presente il campionario dei criminologi divenuti celebri, a qualsiasi ora e per qualsiasi format? Il barbone che ci spiega come fare il test del Dna sul capello nel brodo per scoprire se è caduto alla moglie o alla figlia maggiore, la biondazza che ci spiega come si fa a restare bonazza nonostante una vita a contatto con gli efferati. Bruno, Picozzi, Bruzzone, Denti, persino quel luminare che diventò onnipresente grazie al merito di aver dato una cattedra a Schettino: todos caballeros. Beh, accadrà lo stesso, con altre facce e altri diplomi di laurea: virologi, pneumatologi, epidemiologi, infettivologi, pediatri, podologi, podisti, medici generici, medici specifici, medici qualunquisti, portantini con vent’anni di esperienza, pronipoti di barbieri che fecero i segaossa allo Spielberg di Silvio Pellico, anestesisti in possesso di verità alternative, ricercatori in grado di pronosticare sviluppi non considerati: lo zoo sarà ricco come neanche nella jungla di Mowgli. Non mancheranno – e chi lo nega – i professionisti degni, catapultati nel web o nell’etere per il proprio magistero e\o per la propria disponibilità; ma si accettano scommesse sul numero delle ore e delle perle concesse a nuovi improvvisi improvvisati figli di Ippocrate, a maggior gloria di sé stessi e di chi organizza i palinsesti. Gli eroi veri, i medici e gli operatori caduti sul campo e sul camice, meriteranno in rubrica una lacrimuccia e un ricordo toccante; con umidifica intervista ai familiari del caro estinto, cosa prova, cosa si prova? Requiescant.
I COSTUMISTI. Sociologi, psicologi, massmediologi, cattedratici, sessuologi, andrologi, ginecologi, corsivisti, elzeviristi, folcloristi, esperti delle dinamiche familiari, idraulici delle tubature sentimentali, manovali delle manutenzioni educative, funzionari delle interpretazioni formative, agricoltori delle piattaforme didattiche ci insegneranno, ci spiegheranno con delle slide in diretta cos’è stata l’Italia del Covid-19 e come sarà quella del post. Cosa siamo autorizzati a fare, cosa dovremo dimenticare, cosa dovremmo ricordare, come cambierà il mondo (che non cambierà affatto, buchi nella cinghia a parte, sai che novità), cosa sta per accadere e accadrà in termini di rapporti interpersonali e\o nel nostro modo di sentire, di interfacciarci. Completo beige e cravatta rossa, o completo rosso e cravatta beige, un libro distrattamente in mano, chissà com’è che ce l’ho qui, beh, a ‘sto punto tanto vale presentarlo, è appena uscito: ‘Dieci modi per ripartire con grazia’, o ‘Venti elementi per una resurrezione’ o anche ‘Trenta sospiri nell’ammirare l’alba’. Imperdibile. Imperdibili. Mi raccomando.
I NARRATORI. La mandria più sterminata e incontenibile. A seconda del budget, le tivvù generaliste verseranno il gettone al vip affermato e le tele-pollaio l’ospitata al comprimario nei pressi. Volti noti e meno noti, con occhi estatici e sgranati come quelli di Carolina La Mucca, ci racconteranno di come la quarantena abbia fatto la differenza, riportandoci all’elogio della lentezza, all’amore per i piccoli gesti, all’attenzione per i piccoli figli, alla spoliazione dai grandi egoismi. Che bello, che gioia quando mia moglie buttava la pasta e io le insegnavo come scamiciare l’aglio, quando mia figlia riceveva i compiti online e io mi proponevo di aiutarla, quando il mio cane si ostinava a ronfare e io mi impegnavo a insegnargli la verticale, quando il mio gatto si fotteva l’orata e io mi impegnavo a insegnargli la ruota, quando requisivo il telecomando a chiunque e a quel punto chiunque mi mandava affanculo. Quante cose ho imparato nella quarantena: grazie alla quarantena. Adorante, la presentatrice ammicca alla telecamera, umide entrambi (la presentatrice e la telecamera): vedete, sentite, Raoul Bova, Valerio Mastandrea, l’agreste Rocco Papaleo, l’ecumenico Dibba, il sempre accigliato Brunori, la pinzimonia Arisa Pippa, la coltissima Giorgia, con quanta sensibilità ci ammaestrano. L’amore ai tempi del colera-virus. Per non dimenticare.
I MISTICI. Si scindono in due sottogeneri, uno per sesso. I Biblisti sono quasi tutti uomini. Entreranno in scena con sandali e tunica bianca, barba canuta alle ginocchia tipo Panoramix e capelli alla Doc di ‘Ritorno al futuro’. Espressione grave, mani giunte ma all’occorrenza indice sguainato modello fra’ Cristoforo davanti a don Rodrigo, il Biblista (a gettone anch’egli, of course) sul sofà ammonirà sulla collera degli dei e\o di Dio, ci rammenterà che – se non siamo morti - dobbiamo morire e che, in subordine, la fine del mondo è vicina, molto vicina. In attesa delle trombe del Giudizio, o della tromba di Ninì il Rosso, se ortodosso l’austero Biblista citerà Abacùc, Osea, l’Apocalisse e il ciclo delle piaghe, i bei tempi (che stanno per ritornare) delle acque colorate di rosso e delle locuste. O non vi siete accorti che mai come negli ultimi mesi le cavallette, quelle spade dell’ira di Dio hanno invaso l’Africa, divorando etnie, capanne e coltivazioni? Ergo, stanno per raggiungerci. Poi arriveranno i rospi. Se si aggira casualmente a spasso negli studios per una cinquantina di programmi, Cannavacciuolo coglierà la palla al balzo per dettagliare al colto e all’inclita come si speziano le rane fritte, specie nella tradizione del limitrofo distretto Vercelli - Santa Maria Capua Vetere. Prenderemo appunti.
Il secondo sottogenere è quasi esclusivamente femminile. Capello sciolto senza più shampoo, sorriso avana senza più dentifricio, ascelle al vento senza più rasatura, con selva ricciuta da feticisti di Tinto Brass, canotta lilla senza più un reggiseno che occulti ciò che sarebbe assai meglio per tutti, piedi scalzi senza più bagnoschiuma, petali bianchi lasciati cadere al passaggio anche per bilanciare gli aromi dell’alluce, la neo figlia dei fiori, la Re-Beat Generation, occuperà antimilitarmente i salotti televisivi e non. Dalla tasca del pantaloncino da giocatore di basket sfuggirà il titolo di un mai sfogliato saggio di Nanda Pivano, dopodiché la Re-Beat non aspetterà l’approccio di Mara Venier ed esordirà con uno stordente: piiiis, bròder, pliiis; che fa pure rima e che vorrebbe significare: pace, fratelli, prego. Quale che sia la domanda seguente, la Re-Beat attaccherà con un monologo in cui confonderà Neil Cassady con Butch Cassidy, Lawrence Ferlinghetti con Inge Feltrinelli, Allen Ginsberg con Natalia Ginzburg e Naked lunch con Naked dinner; indi concluderà con una pippa sull’alimentazione vegana, possibilmente integrata da canapa, e sui pomodori verdi dell’orto di casa: tranne che a casa non ha un orto, ma solo balconi in via Monte Napoleone. Corona Virtus: che volete farci.
I TELAVEVODETTISTI. Rasatura fintamente sciatta alla Giorgino o Scanzi, in realtà curata al millimetro da sei o sette parrucchieri per donne, camicia a quadroni fintamente rimboccata alla Baricco, look complessivo fintamente trasandato alla Jack London reduce da una gara di slitte con Zanna Bianca, il Telavevodettista è geneticamente impossibilitato a passare di moda e dunque non potrà esserlo neanche nella benemerita era post coronavirus. Cane sciolto indubitabile, smorfia scocciata e sdegnata anche più, infinito tempo da perdere non avendo un cazzo da fare dalla mattina alla sera, alla Gruber di turno egli sgranerà il rosario delle sue previsioni inascoltate o sottovalutate o boicottate: in quanto, appunto, cane sciolto, senza padroni e padrini, restio ai presenzialismi, fuori dai canali generalisti dei quali è – ma questo è un mistero – ospite fisso. Lo aveva detto, lui, per esempio nel 2011 a Tele Caimano. Sì, ma si parlava di varicella. “Non importa, il concetto è lo stesso”. Lo aveva detto lui, per esempio nel 2019 a Tele Barbazza. Sì, ma si parlava del ponte di Genova: “Non importa, il concetto è lo stesso”. Lo aveva detto, lui, per esempio nel 2016 a Tele Girgenti. Sì, ma si parlava di crepe a una diga: “Non importa, il concetto è lo stesso”. Che imperdonabile peccato mortale, non averlo ascoltato prima. Lui, e tutti i cani molto sciolti come lui.
I POLECISTI. Entità (poco) favolose tipo l’ircocervo, l’idra a sette teste, l’unicorno e l’araba fenice, di quest’ultima i polecisti hanno senza dubbio l’inattaccabile capacità di rinascere continuamente dalle proprie ceneri. Incrocio mitologico tra un politicante, un bilioso, un polemista e un attaccaciuccio dove vuole il padrone, i polecisti sciamano ma soprattutto sciameranno – quando non sarà più necessario questo residuo di pudore – per ogni spazio disponibile: specie quelli lottizzati un tanto a editore e un chilo per area. Presunti conduttori orienteranno i sondaggi del malcontento o della rinascita, presunti opinionisti esalteranno i provvedimenti tempestivi o i spareranno sui ritardi esiziali. Qua e là, ma soprattutto sia qua che là, social in primis, compariranno i giganti del pensiero precolombiano e post coronario: Di Maio tornerà a chiamare Ping il presidente cinese Xi Jinping e a millantare una solida amicizia col presidente americano, come si chiama, massì, Ronald Reagan; Salvini tornerà a sostenere che le frontiere andavano non chiuse, blindate, salvo dimenticare che un mese dopo aveva urlato che le frontiere dovevano restare non aperte, spalancate, o volete scoraggiare gli investitori esteri? Renzi convocherà tutti alla Leopolda perché quello sarà il momento ideale per parlare finalmente dell’argomento-cardine, ciò che tutti gli italiani si aspettano di sentirsi dire in uscita dalla pandemia: ragioniamo sulla prescrizione. Quanto al premier Conte, che nel frattempo sarà stato destituito, egli scriverà una biografia della stessa portata mondiale di quella di Obama, vendendo 66 copie, e caracollerà tra le varie conduttrici rammentando al popolo italiano che non bisogna uscire di casa, compilate il nuovo modulo, non quello di stamane, quello di oggi pomeriggio, evitate ogni contatto, ne usciremo più forti di prima. In auricolare qualcuno gli soffierà che da un pezzo la quarantena è finita e che sì, insomma, se ne facesse una ragione, il Presidente del Consiglio ormai ha un altro nome. Ping.
GLI STATISTICI piomberanno in arena a passo di carica con matita sopra la recchia sinistra, visiera da vecchio proto, sette centimetri di unghia al mignolo destro come i vecchi salumieri, tre tablet, sei smartphone e nove quaderni sotto l’ascella chiazzata. Ci inonderanno dei dati più decisivi, delle cifre più fondamentali e dei decimali più stupefacenti. Non lo sapevate? Non avreste potuto, ve lo diremo noi. Durante la quarantena, il 32% degli italiani ha finito in sette giorni la carta igienica, il 48% in cinque giorni il sale e il 97% in due ore le sigarette. Il 68% dei figli maschi minorenni ha accoltellato con successo le madri, il 9% è andato a vuoto; singolare che molto meglio abbiano fatto le femminucce, il cui 79% ha accecato il padre con una forchetta arroventata sul fornello e soltanto il 3% ha fallito il bersaglio. L’ammontare delle separazioni, delle denunce, degli incidenti domestici, degli incendi dolosi e delle risse aggravate tra consanguinei è cresciuto invece sino al 406%. Molti di noi a questa rivelazione commenteranno con un certo pudore che tutto sommato lo sapevamo da soli, e che non c’era alcun dubbio. Anche senza matita dietro la recchia.
GLI ECONOMISTI entreranno in salotto con cera da becchino e passo lento alla Henry Fonda. Un unico quaderno da metro per metro e venti costituirà il loro parco bagaglio. Emaciati, biancastri, sensibili alle croci ed estinguibili solo con proiettili d’argento, gli economisti già ora inastano un pessimismo da prima penale e un alito che arresterebbe la fuga di un rapinatore di banche. La situazione è grave, esordiranno. Ma no? Ci dia uno spiraglio, si attrammerà la defilippa di turno, ci faccia sperare. L’Economista scuoterà il capo con aria ferale, e le occhiaie gli cadranno sui menischi: non c’è niente da fare, siamo in default, the end, my only friend. A quel punto gli spunterà distrattamente dalla tasca, chissà com’è che ce l’ho qui, beh, a ‘sto punto tanto vale presentarlo, il mio libro in uscita: ‘Undici modi per trovare il modo’, o ‘Ventuno elementi per risollevare il Paese’ o anche ‘Trentuno sospiri per arrapare gli investimenti’. Se accadrà da lui, la domenica sera, Giletti dirà benissimo, grazie davvero, potete accomodarvi. Poi si gratterà le palle chiedendo alla camera di fargli un primo piano.
GLI UMORISTI sono e saranno i peggiori di tutti, anche se è difficile stilare una classifica. Quelli teoricamente patentati, come Abatantuono o Siani, si produrranno nei consueti malriusciti plagi di Renato Pozzetto e Massimo Troisi, gabbando per proprie battute sgraffignate a tassisti, posteggiatori e abusivi di Piazza Garibaldi. Ma poi saliranno sul palco i goliardoni dell’ultima ora, da Verdone a Magalli ad Amendola alla penultima comparsa di ‘Non c’è campo’ o di ‘Ferie d’agosto’; i quali ci esalteranno la gioia dei mesi di clausura, la moltitudine degli episodi divertenti e l’inesauribilità comica della vita di condominio (tranne che nessuno di loro, a parte la sfigata comparsa, sa cosa sia un condominio). Come quando la nonnina del piano di su fece le frittelle con l’olio fetente e non potendo avvicinarsi me le lanciò dalle scale, solo che mancai la presa, caddero in terra epperò me le mangiai lo stesso, mica era vietato dalle restrizioni, no? Come quando venne er garzone d’a spesa a domicilio e sbagliò er numero, aprii e me trovai davanti tutto ‘sto bendiddio, e che, ‘o rimannavo indietro? Tanto tutto pagato, stava.
E noi lì.
A creparci.
Dalle risate?

PS, invocazione accorata verso chi coltivava il decoro e non l’ha mai lasciato per strada: vi prego, spegnete. Spegneteli. E’ l’unico modo.
Per non spegnerci.