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Ecco perché essere giovani in Italia puzza di stantio

Qualche giorno fa, ho conosciuto una ragazza che si è vantata per tutta la serata del suo aeroplano tatuato sulla caviglia.

Ho riflettuto sul fatto che in questi anni sono stato con un mucchio di tipe che avevano aeroplani tatuati addosso. Ma anche rose, canzoni de Lo Stato Sociale, massime di Eraclito scritte in greco su un fianco.

Due con le fasi lunari

Due con una falena.

Tre con il simbolo dell'infinito.

A volte ho la sensazione che la mia vita sentimentale si riassuma interamente nella home di Tumblr.

Tutto questo sta diventando abbastanza patetico.

Mi sono rotto il cazzo delle tipe che incastrano tutte le scelte indie dell'esistenza perfettamente al loro posto: la svolta vegana, l'esperienza lesbo, la ritrosia alle relazioni stabili. Modi di stare al mondo anche condivisibili se spontanei, ma stucchevoli se adottati a tavolino, in maniera seriale. E poi, l'abbracciare qualsiasi causa sociale sulla cresta dell'onda: i diritti delle farfalle, dei fenicotteri rosa, delle mozzarelle di bufala. L'indignazione per la società maschilista, "che svilisce il ruolo della donna" e poi a letto "picchiami, sono la tua troia". L’emancipazione sbandierata nei post di Facebook e poi la silenziosa sottomissione a retaggi patriarcali mai davvero abbandonati: il non sapersi liberare dal guinzaglio di qualche ex fidanzato o dalle interferenze familiari anche circa frequenza con cui andare in bagno. Inizio a detestare le playlist di Spotify con le stesse 30 canzoni del cazzo - tutte uguali, con la stessa chitarrina minimal e la stessa voce anonima: Canova, Motta, Gazzelle, qualcosa di Calcutta, qualcosa de Lo Stato Sociale, ma non tanto perché "ormai si sono venduti il culo".

Mi è venuta l'orchite a furia di uscire con le tizie che ti fanno il terzo grado sulle serie TV. Lo vedi Il Trono di Spade? E Fargo? C'è l'hai Netflix? Che dopo due minuti sei talmente terrorizzato che inizi a balbettare scuse tipo "Netflix me l'ha mangiato il cane". Una volta sono uscito con una twitstar di provincia - “ma ruspante”, come recita la bio del suo profilo da più di 10mila followers - che mi ha piantato in asso, lasciando il moscow mule (manteniamo un certo stile, eh...) a metà, quando le ho confessato che non avevo idea di chi fosse Cersei Lannister. E poi che noia quei profili Instagram pieni di tazze di caffè americano+maglioni di lana grezza+romanzi di David Foster Wallace, le magliette con la manica tagliata per far vedere il tatoo sul fianco, il bianco e nero esasperato degli sguardi sconvolti. La bio di Twitter con una freddura acida, la foto di Whatsapp con Frida Kahlo. Mi hanno rotto il cazzo le tipe che si portano la reflex anche al cesso e quelle che ostentano una generica spiritualità, lanciando a casaccio termini come "yoga", "chakra", "tantra", anche se si sta parlando della ricetta della bagna cauda.

Non ne posso più di sentirmi ripetere alla terza uscita "ah, è bene essere chiari, io sono contraria al matrimonio e non ho intenzione di fare figli", quando tu stavi cercando di ordinare soltanto un'altra birra, forse una porzione di pollo fritto, ma figli e matrimoni proprio no. Mi ammorbano le tipe che vedono un'opera d'arte in qualunque sgorbio scarabocchiato su una Moleskine, le camere universitarie tappezzate di occhi disegnati con la penne Tratto e... cioè... ho appeso il simbolo del karma sul letto... perché... cioè... rispecchia cioè... la mia spiritualità.  Ah, e infine, quanto ci hanno fracassato i coglioni con il vintage? Ogni domenica un cazzo di mercatino vintage, con le solite macchine fotografiche scassate, carcasse di radio degli anni 60 e spillette di Lenin. Un girone dantesco dove cianfrusaglia più vecchia di 10 anni è vintage - e quindi figa -, anche i registratori di cassa Olivetti del 1992. E loro, le tipe vintage, sono il simbolo di questo livellamento. La frangetta, la camicetta a pois, la gonna larga, i mocassini. Tutte. Perfettamente. Uguali. Che se vai ad una festa universitaria sembra di stare sul set di un film con Amedeo Nazzari e Silvana Mangano.

I sociologi parlerebbero di "omologazione nata dalla necessità di non omologarsi". Quel che è certo è che gioventù in Italia puzza di stantio; che tatuarsi una rosa sulla spalla, tornare a fare le foto con le Polaroid (e poi fotografarle con l'Iphone) e indossare le camicie a quadrettoni sarebbero potute essere anche cose fighe, se fatte con cognizione di causa.

Ma in questo modo è solo una guerra contro il conformismo combattuta con una divisa addosso. La stessa, per tutti.

E spesso anche di dubbio gusto.