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Venerdì, 17 Novembre 2017
Ispettorato Territoriale del Lavoro di Taranto. I sindacati incontrano i lavoratori in assemblea

Breve storia del futuro di Taranto

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Il dibattito avviato ieri dalle colonne di CosmoPolis, con l'articolo "Taranto, una città poco signorile", viene ripreso e rilanciato dall'ex sindaco del capoluogo jonico: Mario Guadagnolo. Perchè Taranto non ha una classe dirigente preparata e lungimirante? Il nostro declino, in fondo, si spiega con l'inconsistenza degli uomoni posti nei luoghi di comando. A tutti i livelli

Premetto che parlando delle attuali condizioni della nostra città e del suo futuro il dovere dello storico mi impone schiettezza e verità. Per questo mio malgrado io dico che Taranto non ha futuro e corre il rischio di arrivare al capolinea attraverso una marginalizzazione progressiva e inarrestabile. Perché? Perché manca alla nostra città una classe dirigente consapevole, lungimirante, con in testa il bene comune e un progetto di città a lungo termine. E la classe dirigente di una città è il frutto delle scelte del popolo che si ritrova. Un popolo maturo, capace di fare scelte oculate e consapevoli produrrà una classe dirigente responsabile e consapevole, un popolo immaturo che si lascia irretire da saltimbanchi, populisti e venditori di tappeti produrrà una classe dirigente immatura, irresponsabile e non all’altezza di governare i destini di una comunità. I due elementi sono strettamente collegati e l’uno è figlio dell’altro. Taranto nella sua storia ha conosciuto un alternarsi periodico di crisi e di euforia produttiva che ha avuto come conseguenze gravissime crisi occupazionali che si sono alternate con momenti di crescita. Crisi e crescite sono state sempre legate allo Stato e alla sua politica quella estera e militare in particolare. Taranto cresce quando l’Italia è in guerra ed ha bisogno di armamenti navali entra in crisi quando è in pace e le armi tacciono. La situazione endemicamente drammatica della città nel secondo ‘800 viene superata dall’avvento della prima industrializzazione naval meccanica e statal militare, (la costruzione dell’Arsenale), grande euforia produttiva con l’avventura libica (1911) e il primo conflitto mondiale con la necessità di costruire armamenti e navi, pace dopo il primo conflitto mondiale e conseguente crisi degli anni venti, ripresa economica con la politica bellicista del Fascismo e con la seconda guerra mondiale, crisi economica e disastro occupazionale con la pace che segue alla fine del secondo conflitto. Di nuovo grande euforia e ripresa alla fine degli anni ’50 e anni ’60 perché lo Stato corre ai ripari con la seconda industrializzazione forzata stavolta non con le navi ma con l’acciaio, crisi degli anni ’70 e ’80 le cui conseguenze scontiamo ancora oggi. In questo alternarsi di eventi quale ruolo ha svolto la classe dirigente di questa città? Nessuno. Semplicemente perché una classe dirigente degna di tal nome in questa città non è mai esistita perché il popolo di Taranto non è mai stato all’altezza di fornire un ricambio adeguato quando essa ha fallito il suo compito. Il dramma della nostra città è sempre stato rappresentato dall’assenza di una classe borghese imprenditoriale e capace di grandi cose, per intenderci quella che al nord ha trasformato i piccoli borghi in grandi città. Colpa della storia che al nord ha visto i comuni guadagnarsi con la spada e con la politica la loro libertà e la loro autonomia mentre nel sud permaneva il Medioevo, il feudalesimo, i baronati, il latifondo. La borghesia imprenditoriale tarantina avrebbe potuto giocare le sue carte per lo sviluppo poiché lo Stato nella storia gliene ha fornito per ben due volte l’occasione mai colta perché classe operaia e borghesia a Taranto sono state ambedue classi anomale rispetto al modello marxiano classico essendo ambedue nate come classi assistite. L’una la classe operaia ha avuto di fronte un padrone che non era un padrone nel senso ottocentesco del termine ma lo Stato e la borghesia non ha mai dovuto affrontare né costruire da sè il proprio futuro poiché il danaro per imprendere le è venuto sempre dallo Stato. Il primo dato storico che balza agli occhi è che sul piano politico-amministrativo la classe dirigente di questa città è andata sempre più degradando da livelli di alto senso dello Stato e del bene comune a livelli sempre più bassi. Dai grandi sindaci comunisti delle Amministrazioni di sinistra dell’immediato dopoguerra (Voccoli, Di Donna, De Falco) si è passati ai grandi sindaci democristiani e centristi come Leone, Monfredi, e poi a quelli del centro sinistra come Conte, Curci e Lorusso. Poi dopo l’esaurimento della “spinta propulsiva del centro sinistra” si è arrivati alla svolta delle amministrazioni di sinistra guidate da Cannata e Battafarano seguite dall’amministrazione di sinistra centro guidata da Mario Guadagnolo.

Gli anni che vanno da Voccoli a Guadagnolo sono stati anni nei quali la politica era una cosa alta, nobile e seria e le amministrazioni comunali pur nella diversità di colore politico erano stabili, capaci di progettare, di avere un’idea di città da costruire guidate com’erano da ideologie e sostenute da partiti organizzati. La cesura con quella stagione è rappresentata dagli anni ’90. Tra gli anni ’90 e il 2000 in dieci anni si sono succeduti a Palazzo di Città cinque sindaci e due commissari prefettizi che hanno segnato un periodo di ingovernabilità, litigiosità e costante instabilità politica ed amministrativa. I sindaci del decennio 90-2000 (Armentani, Carducci, Della Torre, Cito, De Cosmo) hanno governato mediamente un paio d’anni a testa, qualcuno di essi (Armentani) addirittura sarà sindaco per appena quattro mesi. E il popolo alle urne chiamato a correggere le distorsioni di una politica litigiosa e sempre più fragile e inconcludente come ha reagito e quali misure ha intrapreso attraverso il suo voto? Anziché cambiare in meglio ha sempre mutato in peggio malgrado dalla seconda metà degli anni ’90 disponesse di una nuova legge elettorale che demandava in capo al popolo l’elezione diretta del sindaco sottraendola alla mediazione dei partiti. Negli anni 2000 grandi speranze si accesero prima con Rossana Di Bello poi con Ezio Stefàno. Per ambedue la delusione fu pari alla speranza poiché l’una naufragò nel mare del dissesto l’altro è miseramente naufragato nell’inefficienza, nel disordine, nell’immobilismo e i problemi ancorchè essere risolti si sono incancreniti. Con le elezioni del maggio 2017 si pensava che il popolo fosse rinsavito e avrebbe scelto per il meglio usando bene il suo voto. E invece a quanto pare siamo caduti dalla padella nella brace. Personalmente ho creduto molto in questo nuovo sindaco e confesso di aver lavorato per la sua affermazione. Recito un mea culpa pubblico. Dalle prime scelte infatti (quelle famose dei primi cento giorni) ha dato l’impressione di usare male la sua autonomia, si è consegnato mani e piedi al governatore della Puglia Emiliano baresizzando la sua amministrazione. E’ inaudito che il vicesindaco di Taranto sia un barese residente a Bari. E dico questo non per  becero e provinciale campanilismo ma per una questione di stile, di buon gusto e di rispetto per i tarantini. Il sindaco Melucci anziché riscoprire l’orgoglio di una città che ha il diritto di giocare un ruolo di primo livello nel nostro Paese per le risorse economiche, industriali e culturali di cui dispone, ha cucito addosso a Taranto il ruolo che la perseguita da sempre quello di città provincia dell’impero e colonia barese i cui destini vengono decisi a Bari. Ma quel che è peggio Melucci mostra di non avere il benché minimo progetto di città in testa né una visione di insieme del futuro che egli intende costruire per Taranto. Inoltre pur potendo scegliere il meglio si è circondato di una squadra mediocre e non all’altezza. Una totale delusione anche stavolta. Ancora una volta abbiamo sbagliato. E allora c’è da chiedersi dove sta il marcio, qual è la ragione dell’inefficienza, dell’incapacità e inconcludenza delle amministrazioni e dei sindaci che si succedono nella nostra città ormai da quasi trenta anni a questa parte? Se la classe dirigente di una città non è all’altezza delle responsabilità di governo di cui viene investita essendo essa lo specchio del popolo che la elegge ne deriva che la responsabilità va ascritta ad un popolo quello tarantino che non sa scegliersi i suoi amministratori poiché non sa usare in maniera saggia, intelligente e ponderata lo strumento che la Costituzione mette a sua disposizione cioè il voto.

Ecco perché personalmente sono pessimista sul futuro della città per la quale non vedo soluzione ai suoi problemi economici, occupazionali e di sviluppo. Non si vede all’orizzonte nessuna idea di diversificazione praticabile che emancipi il destino di Taranto dall’acciaio e batta vie diverse come quelle dell’economia legata al mare, al porto, al turismo, alla cultura. Non vedo all’orizzonte un leader capace e all’altezza ma solo una pletora di mediocri. La mia convinzione è che ci ritroveremo ancora una volta tra cinque anni a piangere su scelte sbagliate, su ciò che poteva essere e non è stato, su chi avrebbe dovuto farlo e non lo ha fatto, sulla  maledizione che sono sempre altri a scegliere per noi. Vorrei tanto seguire l’ottimismo del cuore perché io amo in maniera persa questa città ma osservandone in maniera disincantata e realistica la condizione attuale in me prevale il pessimismo della ragione. E di questo mi si creda non sono affatto felice.