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Venerdì, 17 Novembre 2017
Ispettorato Territoriale del Lavoro di Taranto. I sindacati incontrano i lavoratori in assemblea

La "mediocrazia" causa dei mali endemici di Taranto

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Il tema sollevato da CosmoPolis lo scorso 29 ottobre, con l'editoriale di Vincenzo Carriero, relativo alle ragioni storiche alla base dell'inconsistenza della classe dirigente locale, sta animando il dibattito cittadino. Dopo l'intervento dell'ex sindaco di Taranto, Mario Guadagnolo, oggi è la volta del segretario provinciale della Ul: Giancarlo Turi

La tesi proposta potrebbe apparire ardita, ma, valutandola  bene, ha una sua precisa ragion d’essere. In maniera solo apparentemente spregiudicata, tentiamo di arricchire il dibattito lanciato dal direttore di CosmoPolis nei giorni scorsi, relativo all’inconsistenza della classe dirigente tarantina, con elementi di valutazione decisamente inediti e con il coraggio di chi non intende rassegnarsi alla mediocrità che, purtroppo, ci circonda. Prima ancora, però, di trattare il tema occorre fare qualche necessaria premessa. La crisi della siderurgia del 2012, partita dall’inchiesta della Magistratura, ha totalmente azzerato la classe dirigente dell’epoca. Si ricorderà come tutti i vertici degli enti locali (Comune, Provincia e Regione) ne  furono coinvolti: rimosso Florido, anche Vendola e Stefàno iniziarono a percorrere quella parabola discendente che li ha, poi, portati fuori dalle traiettorie della politica, sia territoriale che nazionale.
Non che quella fosse una classe di politici da rimpiangere, anzi: avevano, ampiamente, demeritato e avevano accumulato responsabilità importanti nelle vicende che li hanno visti coinvolti. Ma le modalità della loro traumatica uscita di scena hanno determinato, comunque, un vuoto. Solo per un caso fortuito avremmo potuto trovare una classe politica in grado di colmare questo vuoto. Inoltre, quella uscita di scena era stata pensata, prima, e messa in campo poi, proprio per uscire da un altro disastro: quello del dissesto del Comune di Taranto.
Quindi, nell’arco di sei anni si sono consumate due crisi diverse, ma entrambe epocali nella sostanza, che hanno, letteralmente, raso al suolo tutto quello che, anche se poco e male, faceva funzionare i meccanismi di governo del territorio. Ma, e qui la situazione si complica, il malaffare, nota comune ad entrambi i fatti delittuosi, affonda e si nutre di un sostrato civico molto modesto (l’accezione culturale mi parrebbe addirittura spropositata e fuori luogo). Gli “affari sporchi” si consumano non solo perché trovano sciagurati protagonisti pronti ad interpretarli, quanto, e più, perché vengono commessi in un ambiente circostante omissivo, molto spesso consciamente o inconsciamente connivente, a volte rassegnato. Non a caso gli abusi vengono sempre perseguiti da indagini della Magistratura, con una società civile quasi immobile.
Se ci fossero stati protagonisti autentici, in grado prima di denunciare e poi di sovvertire il malaffare, questi si sarebbero posti, naturalmente, quale alternativa naturale alla classe dirigente, inquisita e condannata. Questo per evidenziare come i mali siano molto più profondi e riguardino l’intera società jonica, con responsabilità diversa a seconda dei ruoli rivestiti. I guasti si sono prodotti nel tempo: poi, sono arrivati i disastri! Sarebbe stato difficile per chiunque ripartire dopo due autentiche debàcle, quasi impossibile per una città già in crisi da qualche decennio prima. I prodromi si avvertirono, forti,  già dalla fine degli anni novanta (in questo convengo con Guadagnolo).Non si tratta di attenuanti, ma di evidenze; la ricostruzione storica non può sotto stimarli o, peggio ancora, ignorarli.
Tornando al tema più generale, la crisi dei partiti ha danneggiato l’intero Paese, ma ha inciso, ancor più, nelle aree deboli del Sud, quelle ove il tessuto sociale è stato decisamente più esposto alle divisioni e alle fragilità ed ha decisamente ceduto sotto i colpi durissimi della crisi mondiale del 2008. Indeboliti i partiti, la cui consistenza è ai minimi storici, è venuto meno non solo uno dei luoghi di selezione delle classi dirigenti del territorio ma, anche, quello del confronto e della discussione, che davano anima e sostanza ai programmi politici. A questo, per completare un quadro di per sé estremamente negativo, si aggiungano anche i dogmi della politica emergente (oggi si assiste, dopo i fallimenti, ad una fase di revisione) che puntava sulla disintermediazione del ruolo dei corpi intermedi, promuovendo il rapporto diretto con la società civile. L’improvvisata classe dirigente che si è formata in questo clima, ha, di fatto, badato (e continua a farlo senza ripensamenti) non più a promuovere processi di selezione per reclutare i migliori, anzi: li ha avversati, perché pericolosi, promuovendo i mediocri con l’intento, chiaro, di favorire l’autoconservazione.
La riprova? Basta andare con la mente all’ultima consultazione per le elezioni amministrative locali: i due maggiori contendenti potevano ragionevolmente considerarsi espressione della società civile? Cosa avevano fatto di così importante da essere schierati per svolgere un ruolo così decisivo? Quale battaglia avevano mai condotto in difesa di un qualunque progetto? Quale prodigiosa idea avevano avuto modo di manifestare in grado di convincere l’elettorato che veniva chiamato a giudicarli? Nulla di tutto questo è accaduto: le scelte le hanno fatte i notabili dei diversi schieramenti, con il dichiarato intento di pilotarli a distanza (ma nemmeno troppo a distanza). In questo, ha tenuto la rete, sempre attiva, delle clientele, vero problema del territorio. Lobby sparse di qua e di là, sempre pronte a ricomporsi quando annusano posizioni di potere, le cui prebende andranno, poi,  spartite con i compagni di cordata.
Aderisco, convintamente, alla tesi che vede il nostro come un territorio culturalmente depresso, al quale, però, non manca la dimensione organizzativa utile a catturare un consenso che, pur malato, serve a conquistare le diverse cariche con le quali gestire il potere che ne consegue. Ma, se non si condivide la riflessione, allora basta guardare a quello che accadrà alle prossime consultazioni politiche di primavera: non troveremo nessun Berlinguer in campo (e non solo perché nessuno lo ha mai cercato) ma troveremo sicuramente tanti interpreti di statura politica infinitamente inferiore, pronti a sfidarsi, fino all’ultimo, pur di conquistare uno scranno in Parlamento. Della crisi degli uomini e dei partiti ce ne ricorderemo solo dopo, quando i “nostri” vivranno ai margini dell’agone politico, da semplici comprimari (opportuna la notazione di Signorile da parte di Carriero, ultimo Ministro del territorio di trent’anni prima). La griglia di partenza si va componendo secondo un copione consumato e, se le cose vanno così come le conosciamo già, si profila l’ennesima bocciatura. Arriviamo ad oggi, svuotati,  con poche idee e qualche stentato programma, ma, soprattutto, senza aver condiviso le regole del gioco: ognuno va un po’ per conto suo. In questa contingenza storica servirebbe, essenzialmente, riconnettere i pezzi della società jonica, che seguono, tutti, traiettorie autonome ed unificarli in un unico progetto di sviluppo di società che guarda al futuro.
Questo è il compito primario che avrebbe dovuto affrontare il Sindaco neo eletto: confrontarsi con istituzioni, politica, partenariato economico e sociale e movimenti per, poi, fare sintesi delle diverse posizioni e tradurle in azione politica; questo andava, anzi andrebbe, fatto sulle macro questioni che attengono ai destini del territorio (sviluppo, economia, occupazione, ambiente, salute, riqualificazione e rigenerazione urbana) in posizione di assoluta terzietà. L’aver fatto una scelta di campo precisa (mai, a memoria d’uomo, avevamo assistito ad una vera e propria sovrapposizione indistinguibile tra le posizioni assunte dal leader maximo ed uno dei suoi epigoni), ha il significato di una scelta fatta a prescindere dal merito delle questioni. Questa, da sola, è in grado di annullare tutti gli sforzi che  lo stesso cercherà, se mai ci proverà,  di profondere. Tutto inutile!
Quanto al sindacato, anche per la conoscenza diretta di molti fatti e di molte vicende ascrivibili allo stesso, credo si dovrebbe dedicare una sessione dedicata, considerato il ruolo che ha svolto nel tempo anche in posizioni diverse da quelle canoniche ed i profondi mutamenti che continuano ad attraversarlo. Credo possa essere utile ad una migliore ricostruzione storica delle vicende che hanno interessato Taranto e la sua provincia. Meglio ponderare i giudizi prima di emetterli. Infine, come è nel nostro stile, prima di concludere un ragionamento, anche difficile e complesso come quello affrontato, un paio di riflessione finali si impongono: il mondo dei saperi, nella sua accezione più ampia (scuola, università, cultura) é stato, da sempre, serbatoio inesauribile  per le classi dirigenti di ogni comunità ed anche a Taranto gli esempi si sprecano: forse, sarebbe il caso di porvi più attenzione! Ancora: le crisi, soprattutto quelle epocali, e a Taranto siamo proprio in presenza di una di quelle, sono molto influenzate dal fattore-tempo. Sarebbe superficiale, oltre che metodologicamente scorretto,  pensare  che si possano superare nel breve periodo. Ad oggi. ci accontenteremmo di sapere che, almeno, abbiamo imboccato la strada giusta. Ma, purtroppo, così non è. In conclusione, per confutare il “pessimismo della ragione” (ndr. Guadagnolo), occorre contrapporre “l’ottimismo degli uomini di buona volontà”, di quelli che lavorano per il bene comune anche a riflettori spenti. Noi, ostinatamente, ci iscriviamo tra questi.