Beata Confratellanza

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Vennero a convegno gli Arcibeati d’ogni congrega e camarilla per deliberare a maggior gloria del nostro destino. Ma nulla sarebbe giammai cominciato se non fosse arrivato lui: il Vate, il Maestro, l’Arcisantissimo della Confraternita della Pizzella. E le sue sacre parole furono…

“Santissima Piazza Immacolata”, sospirò l’Arcibeato della Congrega dei Mitili Noti: “ho dimenticato come si chiama il pupazzo che abbiamo fatto eleggere”. “Dipende da quale dei tanti”, replicò l’Arcipriorissimo del Patrio Bonifico con la mozzomazzetta di velluto verde dollaro.”Il tuo è palamitico Vangelo”, benedisse l’Illuminato Nostromo della Paranza Episcopale. I solenni convenuti nel sancta sanctorum del Tribunale Vecchio, misterica e ignota aula magna fondata da Guglielmo Pepe, provvista di connessione a banda musicale, contraerea di aeroplanini d’alluminio, caloriferi in clima Congo Belga, sferze in pelle di tutablù Belle Epoque, frigobar con barista nel freezer e semipalco con starlette per sussulti utili a piselli inutili, scrutarono con occhi agri i Rolex di platino da PIL del Paraguay. “Egli ritarda”, soffiò con alito canceroso il Nobilissimo Fustigatore del Benemerito Supplizio.
 Egli.
 Un mutismo devoto scortò il condiviso evocativo pensiero.
 “Avete sentito”, tentò un break lo Sgangato Leoncino del Rampantissimo Rotarazz: “hanno cominciato a coprire i parchi minerali”. “Lo abbiamo deciso noi?”, chiese scappucciando il labbro (e rivelando il baffo) il Sepolcrale Patrunessòtte della Collusa Pastorizia. “Perché”, puntualizzò il Crocefisso Vongolatore dell’Arciquadro delle Nozze, “c’è qualcosa che non abbiamo deciso noi?”. Come contraddirlo: per santissima carità. Il mormorio confraterno destò dal sonno l’Esecrabile Arciabate del Sommo Costume Senza Il Pezzo Di Sopra: “Si parla di Italsider?”. “Ahem”, corresse servilmente l’astro nascente del Rotarazz: “da qualche tempo la chiamano Ilva”. “Ah. E, di grazia, mi spiegate allora cosa cazzo abbiamo deciso?”. “Non rabbuiarti, o Esecrabile Abate. Basta seguire i tiggì, i comunicati, le agenzie. Si chiama creazione del pensiero comune. Siamo bravi. Bravissimi. Sappiamo come diffondere”.
“Ma era proprio necessario spendere quella vagonata di milioni? Sinora ne avevamo fatto un intercetto, come dire, assai più opportuno”, opinò giustamente il Tanto Esimio Capocondomino del Pianerottolo Focolaresco. “Stai sereno, Tanto Esimio: sono aiuti di Stato previa largizione incazzata dell’UE. Dirottiamo le briciole, foraggiamo i comizi. Questione di stile. Il nostro”. “Che faccende noiose”, sbadigliò il Baronale Arcicugino della Camarilla dell’Erba Tritata: “polveri, tumori, operai. Dettagli. Peones. Non c’è arte, né spirito. Come la chiamiamo, quando siamo in trasferta dai confratelli romani? Manovotanza. Per il resto?”. “Per il resto”, aggiornò lo Sgangato Leoncino, “tutto come pianificato e auspicato: disoccupazione in crescita, dispersione scolastica ai massimi, strade forate, bidoni riempiti, aziende che crepano e ci chiedono prestiti, menti che emigrano e ci chiedono crediti, professionisti molto liberi che vanno a fare i camerieri, riottosi finalmente domi che vanno a fare i buttafuori. Ogni grafico ci conforta. La disperazione va dove deve andare: verso i nostri sacri accoglientissimi lombi”. “E la barzelletta sulla cultura?”. “Basta”, troncò il Sottilissimo Arcimarchese del Millimetrico Scappellamento: “sentita troppe volte, non fa ridere più”. “Allora proviamo col dissenso”, provocò il Redivivo Stilita della Pratica Decameronesca. “Il dissenso?”, tossì l’Esecrabile, e sparò uno scaracchio che scartavetrò l’intera dinastia Ming: “tanto vale evocare la cosiddetta stampa”. “Purché storica”, motteggiò l’Arcieunuco Arcibellone dell’Umanistica Genuflessione. Fu troppo, per il confraternale Consesso. Che, travolto dalle gutturali risate, rischiò il soffocamento nel confraternico cappuccio.
Ma.
Nel bel mezzo dello sdilinquimento, una voce ultraterrena rimbalzò tra le arcane pareti.
Egli.
Il Santo Divino Vate Iperpriore della Confraternita della Pizzella.
Con alati passi di piombo, con piombati passi di ali, Egli era pervenuto. Neanche una lontra avrebbe mai potuto udirlo.
Non fosse che le lontre non hanno poi chissà quale proverbiale udito.
Il silenzio arcidevoto si tagliò con una scorza d’anguria.
Egli tacque. Dissolvenza.
Indi sillabò: “Avete ordinato?”
“Sì, Maestro”, balbettò  Leoncino: “quattro stagioni per tutti. Come sempre”.
“Bravo”, lo accarezzò il Vate, che non disdegnava i leoncini, specie se maschi, specie se (molto) giovani. “Del resto, le mezze stagioni non esistono più. Un’altra cosa che abbiamo deciso. Noi.”
E, per accomodare meglio, meglio si accomodarono.