"Il grande spirito" per Taranto di Sergio Rubini

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Quando l'arte è speculazione, spicciola ricerca del consenso, buonismo venduto a buon mercato, diviene altro. "I tarantini non riescono a liberarsi dell’Ilva perché, al pari di quanto avveniva per gli ebrei nei campi di concentramento, se ne vergognano". Quando la si smetterà di ricordarsi che esistiamo solo per sparare cazzate? E farsi belli agli occhi di un'opinione pubblica senza più alcun pubblico

Tra Dostoevskij e Sergio Rubini, c’è Taranto. Calata così, senza saperlo, nel bel mezzo di un assolo per metà letterario e per l’altra metà cinematografico. Una sorte d’interstizio delle possibilità negate, dei fraintendimenti reiterati. Quasi fosse un palcoscenico naturale – teatrale, verrebbe da dire– dello spirito del tempo. Sempre vivo, immarcescibile, duraturo. Nonostante qualsiasi cosa. Nonostante persino, se non soprattutto, la sua stessa storia. “Taranto è una città in guerra, uno scenario perfetto per il mio ultimo film”, racconta il regista pugliese per il Venerdi di Repubblica a Federica Lamberti. Pellicola che non a caso s’intitola: “Il grande spirito”. A Dostoevskij interessavano i perdenti, gli ultimi. I diseredati. Chi non ce la fa perché alla speranza, quella più intima che si cela nell’animo umano, non sa e non vuole sostituire il bieco opportunismo. E, a Taranto, “una città che è rimasta un passo indietro rispetto al resto della Puglia”, avrebbe trovato materiale a iosa per costruire i suoi racconti. “I tarantini non riescono a liberarsi dell’Ilva perché, al pari di quanto avveniva per gli ebrei nei campi di concentramento, se ne vergognano. Loro con quella fabbrica hanno mangiato, cresciuto i propri figli. Sono ammaccati, troppo feriti (…)”.
Rubini è artista troppo intelligente per credere realmente a tutto quello che dice. Compie un’operazione nota a chi, anche sommariamente, ha avuto modo di sfogliare un testo di sociologia della comunicazione almeno una volta in vita sua. In base al principio dell’”euristica delle possibilità”, ogni persona tende a stimare la probabilità di un evento basandosi più sull’impatto emotivo di un ricordo legato a quell’evento che sulla possibilità oggettiva che l’evento in questione si verifichi. I tarantini non sono prigionieri del senso di colpa, in relazione all’Ilva. Nel senso di colpa esiste, a vario titolo, l’ammissione di una responsabilità anche recondita che qui manca. La volontà a non riproporre una sorte di coazione a ripetere che, da queste parti, di fatto non si è mai registrata. Taranto è qualcosa di più complesso della permanenza consumata in città giusto il tempo per finire le riprese di un film. Il carattere dei tarantini, al pari di qualsiasi altro popolo, investe una sfera più intima, più variegata di un’intervista, seppur importante, rilasciata per il lancio della propria opera. Troppe speculazioni su Taranto da parte di chi non conosce Taranto, fanno più male che bene. C’è un’idea che la città jonica rimanda di se stessa che rischia di divenire più perniciosa persino del dato reale. L’arte, quella vera, quella che non insegue i messaggi ad effetto e gli affari al botteghino, è svelamento della realtà. Non credo che a Dostoevskij sarebbero piaciuti i paraculi.