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Giovedì, 26 Aprile 2018
Droga. Deteneva 8 confezioni di Suboxone. Denunciato pregiudicato.

Senza se e senza Mauro

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Se Mauro Rostagno fosse ancora vivo… Se non fosse stato ucciso due volte, dalla mafia prima e dalla nostra colpevole dimenticanza poi… La storia non si fa con i se, ma neppure con i sé dell’autoreferenzialità politica e giornalistica. Abbiamo bisogno di eroi. La giornata in ricordo delle vittime della mafia è un inizio, ma forse non basta (Prima Puntata)

La funzione del mito è eminentemente pratica: fornendo modelli di comportamento orienta le persone al bene e al vivere civile. La creazione e soprattutto il mantenimento del mito prevedono tuttavia un costante sforzo di memoria (individuale e collettivo) non a caso suggellato dal rito, che ne può codificare le modalità sacralizzandole. Rito funzionale al mito diventa anche la stessa narrazione (era il lavoro dell’epica) che aiuta a tenerne in vita la memoria, contemporaneamente tutelando l’esemplarità edificante dei valori che simbolicamente il mito, e l’eroe nello specifico, incarnano. Curioso: la parola salva, la parola può condurre alla morte, come nel caso del protagonista del nostro ricordo. Si dice che sia una patria (e ancor più un tempo) disgraziata quella che necessiti di eroi. E difatti mai come oggi pare necessario ricordare i paladini perduti della verità e del coraggio, scarseggiandone di analoghi tra i vivi. Togliere qualche granello di polvere dalla figura e dall’operato di personaggi come Mauro Rostagno può configurarsi dunque come una sorta di dovere morale del nostro tempo amnesico, in cui vagolano tanti ciechi ma pochi Omer.
Per contribuire a farlo, nel nostro piccolo, ci faremo aiutare (riproponendone ampi stralci) da una inarrivabile intervista di Claudio Fava, realizzata nel luglio dell’88, due mesi prima che Rostagno venisse ucciso. Essa ispira anche una accurata ricostruzione documentaria realizzata dalla trasmissione “Il Tempo e la Storia” (Rai 3), puntata monografica che sarebbe da inserire obbligatoriamente nei programmi delle Scuole Superiori, come del resto la lettura di una commovente biografia della figlia di Mauro, Maddalena Rostagno, pubblicata in collaborazione con Andrea Gentile nel settembre 2011 (”Il suono di una sola mano”), mentre finalmente dopo 23 anni di vergognosi depistamenti si stava compiendo il processo sull’assassinio del padre, conclusosi nel maggio 2014 con la condanna in primo grado all'ergastolo dei boss trapanesi Vincenzo Virga e Vito Mazzara, mandante ed esecutore materiale su ordine di don Ciccio Messina Denaro, il patriarca del Belice. Conclusione apparente: è di appena venti giorni fa la notizia, dopo un’interminabile iter in appello, che la Corte d'Assise di Palermo ha confermato la condanna all'ergastolo per Vincenzo Virga, mentre invece i giudici di secondo grado hanno assolto Mazara per non aver commesso il fatto. Un tempismo sarcasticamente perfetto per la data del 21 marzo. Per non dimenticare, appunto.
Anche il WEB fornisce molto materiale valido perché ci si faccia un’opinione circostanziata dei fatti. Innanzitutto i filmati originali delle trasmissioni e delle interviste di Rostagno, tutti preziosi strumenti che sarebbe complicato citare per intero, ma fra i quali un posto di rilievo merita il contributo di Adriano Sofri, autore di un intenso libro dal titolo “Reagì Mauro Rostagno sorridendo”, del 2014 (uno dei più attivi sostenitori della pista mafiosa quando dell’omicidio saranno accusati gli amici e la moglie di Rostagno). Interviste, ricostruzioni, biografie, tutto può giovare ai più giovani per prevenire la polvere prima ancora che si strutturi la superficie su cui poggiarsi.
L’intervista dunque da cui muove il presente tributo (pubblicata su “King” il mese successivo all’incontro tra Fava e Rostagno) è una festa, un piacere, un manuale di giornalismo e di psicologia ma anche una pagina di cuore. Ironia giocosa e tanta poesia. Da entrambe le parti. Leggete anche solo l’attacco di Fava (chi meglio di lui, mito vivo: ricordiamo che anche suo padre fu ucciso dalla mafia per lo stesso imperdonabile “peccato” di Rostagno, la parola votata al vero):

Chicca Ranieri e la figlia Maddalena alla chiusura del processo

C’è un pezzo di Sicilia annegata tra le viti e gli ulivi. Un’antica fattoria con i muri di pietra bianca e una fila di pini con i rami impudicamente intrecciati.
C’è una piccola terrazza, sul tetto della fattoria, da dove puoi misurare la vastità della campagna, i campi seminati a grano e la montagna di Erice, in fondo alla valle.
Quando non soffia lo scirocco, se guardi verso il mare riesci a vedere l’isola di Favignana, lontana e impalpabile come in un incubo.
C’è un uomo, davanti a me. La barba chiazzata di bianco, gli occhi mansueti che scrutano con curiosità, un nome impegnativo ed evocatore: Mauro Rostagno.
La sua vita, in fondo, sta tutta nelle dimensioni d’un epigramma: la fabbrica di Torino, i Quaderni Rossi, Trento, il Sessantotto, Renato Curcio, Lotta Continua, i processi, il circolo Macondo.
L’India, infine, con l’anima che si tingeva di arancione.
E adesso la Sicilia.
Oggi Rostagno a Trapani significa alcune cose ben precise: la più grande comunità per tossicodipendenti dell’isola, l’unica televisione siciliana che sia disposta a fare giornalismo militante contro la mafia, il gusto della denunzia e della sfida.
Soprattutto un vento nuovo, che non odora di scirocco: l’ultimo guizzo di dissacrante fantasia di Mauro Rostagno, classe 1940, professore di sociologia, rivoluzionario in congedo.

In genere gli eroi non sono anche divertenti. Raramente simpatici. Raccontano invece che Rostagno fosse un gran compagnone. Strambo, parecchio folle, sempre coerente. Appassionato. Difficile da fermare e ancor meno da inquadrare. Complicato. Controverso e controcorrente. Essenziale e tanto. Discutibile (grave fosse il contrario). Inquieto. Incazzoso ma pacifico. Resiliente. Concreto e aereo. Seducente e canterino. Pieno di sé senza tuttavia mai perdere la capacità di contenere il mondo (anomalie fantastiche proprie degli eroi mitici!). Giusto, ma come può esserlo un uomo. Più Ettore che Achille, probabilmente.
Del resto la mamma, con il suo lavoro di operaia alla FIAT, difficilmente avrebbe trovato il tempo di immergere il piccolo Mauro nel poco olimpico Po trattenendolo da un tallone. Rostagno nasce infatti in un quartiere popolare di Torino, il 6 marzo 1942. A diciott’anni si sposa e ha una figlia da una ragazza di un anno più piccola, circostanza che gli fa ritardare il conseguimento della maturità scientifica. Non sarà lei la donna della sua vita: la lascerà prestissimo, abbandonando anche l’Italia per la Germania e poi per l’Inghilterra, dove farà un po’ di tutto per campare. Ma la sua passione è quella del giornalismo, per cui torna in Italia per tentare la strada a Milano, dopo essersi finalmente diplomato. Qui viene tuttavia coinvolto in tafferugli legati a una protesta antifranchista in difesa di uno studente spagnolo ucciso dal regime. E’ costretto a lasciare nuovamente l’Italia per Parigi ma anche qui, nel corso di una manifestazione di protesta, verrà arrestato ed espulso. A Trento si iscrive alla nuovissima facoltà di sociologia, divenendo presto uno dei più attivi riferimenti del movimento studentesco che darà vita al Sessantotto, affianco ad altri attivisti quali Renato Curcio e Maria Cagol, che in seguito fonderanno le Brigate Rosse. Anni duri, di contestazioni e botte, che partendo da una fase creativa e finanche collaborativa con i docenti stessi dell’Università, virerà presto nella lotta armata, con grande disappunto di Rostagno che si dichiarerà sempre un marxista libertario, profondamente contrario all’uso della violenza. Nel 1969, insieme ai compagni Adriano Sofri, Guido Viale, Marco Boato, Giorgio Pietrostefani ed Enrico Deaglio, fonderà il movimento extraparlamentare di sinistra Lotta Continua, laureandosi l’anno seguente col massimo dei voti. L’arresto pretestuoso del compagno Marco Boato (in seguito prosciolto) in occasione di scontri con la polizia, lo spingerà a intensificare ulteriormente la propria attività militante, affermandosi come uno dei più convincenti leader politici dell’estrema sinistra, impegno che nelle elezioni politiche del 1976 lo porta a mancare la conquista di un seggio per pochi voti, da candidato alla Camera come rappresentante LC nell’ambito della Lista Democrazia Proletaria. Nel frattempo aveva intrapreso la carriera universitaria, prima come ricercatore e poi, dal ‘72 al ‘75, come assistente presso la facoltà di Sociologia dell’Università di Palermo, città dove conosce Peppino Impastato, il quale descriverà l’incontro con Mauro come un “episodio centrale” della sua vita. Tornerà a Milano nello stesso 1976, dopo lo scioglimento di Lotta Continua, del cui fallimento programmatico aveva preso atto, fortemente caldeggiandone la fine. A questo punto si colloca uno dei tanti colpi di scena della sua ricchissima vicenda: la fondazione a Milano del mitico Macondo, un locale superalternativo di “liberameditazione” (non a caso il nome stesso rimanda all’immaginifico mondo magico-realistico di Cent’anni di solitudine di Gabriel Garcia Marquez) che ben presto diverrà un centro culturale e aggregativo molto frequentato dall’estrema sinistra e altrettanto presto (è il 1978) chiuso dalla polizia per consumo e spaccio di droga. Anche da questa accusa Rostagno verrà prosciolto, dopo un po’ di carcere.

In comunità ti chiamano Sanatano…
E’ un nome indiano, vuol dire eternità.
Hai trascorso tre anni in India con i Saniasi, gli “arancioni”. Cosa ti è rimasto dentro?
Ho incontrato un uomo a cui ho voluto molto bene. Si chiamava Rajneesh Bhagwan e mi ha detto: adesso tu pulirai i cessi, e fallo con amore perché pulendo fuori ti pulisci dentro.
E tu?
Ho pulito cessi.

Il viaggio in India e l’incontro col guru noto come “Osho”, appunto. Mauro parte dopo la chiusura del Macondo, con la compagna Chicca Roveri (eccola, la donna della vita: l’aveva conosciuta nel ’70 ed era stata subito una storia speciale) e loro figlia Maddalena, di 5 anni. Due anni dopo Osho sceglierà di spostarsi negli USA per fondare una nuova comunità. Anche Rostagno fonderà una comunità, prima come comune arancione di meditazione, presto trasformandola in un rivoluzionario centro di tipo terapeutico-riabilitativo, in particolare da tossicodipendenze e alcolismo.
Lo farà lasciando l’India per Lenzi, presso Trapani; con Chicca, che nel frattempo ha sposato, e con l’incredibile Francesco Cardella, proprietario del terreno dove sorge Saman ma soprattutto tanto altro (grande amico di Craxi, giornalista di "Cronaca Nera" e “Playmen”; a Milano fondatore del quotidiano "Ora” ed editore del settimanale socialmente impegnato "ABC" oltre che, contemporaneamente, della rivista erotica "Le Ore"…). Cardella sarà implicato in uno dei primi tentativi di depistaggio tentati subito dopo l’assassinio di Rostagno, accusato di esserne il mandante in accordo con la stessa Chicca Roveri, per una storia legata a spaccio di stupefacenti tra i membri della comunità Saman. Incriminazione cui seguirono mandati di cattura per loro e per alcuni ospiti della comunità, ritenuti gli esecutori materiali del delitto. Cardella fuggirà in Nicaragua diventando amico di Ortega, giacché c’era, e creandosi un impero finanziario. In seguito verrà anche ipotizzato un suo coinvolgimento in un traffico di armi con la Somalia, secondo un’altra teoria, mai effettivamente suffragata da conferme giudiziarie, per cui a tale attività sarebbe stata da correlarsi la morte di Rostagno, e che si sarebbe svolta tramite due ex pattugliatori della Marina Svedese acquistati dal Cardella per la Saman come “sede marina" della comunità, spesso visti a Malta e, sembra, nel Corno d'Africa. Tale pista spingerà le sue implicazioni fino alla guerra civile in Somalia, all'uccisione della giornalista Ilaria Alpi ed anche dell'agente del SISMI Vincenzo Li Causi che operò in quegli anni per l’organizzazione Gladio a Trapani, coordinando in zona una base logistica del SISMI. L’ipotesi si basava sull’idea che Rostagno avesse scoperto il traffico di armi in cui sarebbero stati coinvolti Cardella ed i Servizi Segreti e volesse pubblicamente denunciarli. In realtà va però detto che l'accertamento della morte di Rostagno per mano della mafia non ha mai escluso un possibile collegamento anche con il traffico d'armi e con Gladio, attraverso un intreccio tra cosche, massoneria deviata e settori militari corrotti, finalizzato al traffico di droga oltre che di armi. Anzi, i giudici hanno sottolineato come i “sordidi legami” chiaramente emersi in loco tra pezzi della massoneria ed agenti dei servizi, “per quanto non direttamente afferenti al movente del delitto, abbiano avuto l’effetto di incoraggiare i vertici dell’organizzazione mafiosa ad agire, nella ragionevole convinzione di poter contare, una volta commesso il delitto, su una rete di protezioni e connivenze pronta a scattare in caso di necessità: come alcune sconcertanti emergenze di questo processo fanno paventare sia accaduto”. In pratica questo passo delle tremila pagine che costituiscono la motivazione della sentenza di condanna, dice chiaramente che Cosa Nostra fu l’esecutrice materiale del delitto, ma con le spalle coperte da poteri differenti da quelli mafiosi. Motivo per cui a tutt’oggi permangono diversi punti da chiarire. Che con tutta probabilità resteranno tali.
Ma torniamo alla vita a Saman, che intanto scorre secondo pratiche comunitarie di impianto “arancione”, con musica, canti, danze e momenti di auto-analisi in un clima totalmente privo di forzature coercitive e men che meno di atteggiamenti moralistici (figurarsi!) nella gestione delle complesse problematiche individuali degli ospiti, che infatti sempre in maggior numero e con indiscusso entusiasmo partecipano alle attività e risiedono stabilmente nel centro.

Con Chicca e la figlia Maddalena

Perché hai messo in piedi questa comunità?
Noi non siamo contro la droga o contro l’alcolismo… Noi non siamo contro nulla. Se tu ti fai, e sei contento, non ho niente da dire. Se invece vieni qui e mi dici: guarda, mi sono rotto i coglioni, è una vita di merda, non ne posso più… mi dai una mano a uscire dall’eroina? Allora io ti aiuto!
Come ti comporti quando qualcuno dei ragazzi ti dice che vuole andar via per una settimana?
Facciamo una sfida da popolo degli uomini: una settimana? No, gli dico io, torna fra dieci giorni. E non starò mai a controllare se quando esce si fa o no… E’ una differenza importante rispetto alle altre comunità: qui non siamo in caserma.
E i ragazzi tornano?
Sempre! La comunità Saman è strutturalmente antimafiosa perché è fondata su un patto fra uomini liberi.
Eppure la Regione Siciliana non vuole riconoscervi…
Perché abbiamo preso con noi anche un paio di pazzi e qualche alcolizzato. E poi perché qui chi ne ha voglia può fare l’amore.
Solo per questo?
Perché offriamo un modello di vita consumistico, dicono… Abbiamo una piscina, alleviamo i pavoni, coltiviamo i fiori, balliamo: e allora? Per i burocrati della regione è solo uno spreco, una provocazione. Ed è lì che mi fanno incazzare: siccome qui ci stanno i tossicodipendenti, dovremmo andare avanti a pane e mortadella! Il loro modello è il lager come San Patrignano, bei casermoni stile Fiat e magari uno alla Muccioli che dice sempre parole solenni: i valori del lavoro, la dignità, il rispetto, viva i magistrati…
E tu, a questi ragazzi, cosa dici?
Io credo che i drogati siano belli: se ne sono andati a guardare la morte in faccia ma sono andati anche molto lontano, dove non è permesso… una trasgressione, bada bene, che a me esteticamente non piace: ho provato tutte le droghe del mondo ma non mi sono mai fatto una “pera”. Non mi piace l’intrusione chimica…
Quanti ragazzi sono passati dalla comunità?
Milleduecento. Adesso ne abbiamo una cinquantina e ci costano un miliardo l’anno. Come facciamo? La mia compagna ha appena finito di firmare ottocento milioni di cambiali.

E’ l’ora del “gruppo”. I ragazzi sono scalzi ed hanno facce liete. Qualcuno ride forte. Rostagno si rifugia dietro un giradischi, la musica scivola fuori e i ragazzi cominciano a muoversi. Sono balli semplici, lunghi cori a denti stretti, la voce sommessa di “Sanatano” che guida i loro movimenti, poi ancora risate ingenue, braccia spalancate, l’emozione di riappropriarsi della vita.