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Ven, Nov

Senza se e senza Mauro

Senza se e senza Mauro

Idee

Prosegue il tributo alla memoria di Rostagno, con la narrazione della sua vita in parallelo alla riproposta di alcuni passaggi dell’intervista che il giornalista concesse a Claudio Fava due mesi prima di essere ucciso (Seconda puntata)

Negli stessi anni dell’impegno nella comunità Saman, Rostagno torna a dedicarsi alla vecchia passione giornalistica, avviando una collaborazione esterna, che presto diviene sempre più costante ed incisiva, con Radio Tele Cine, una piccola TV privata di Trapani. Assieme ad alcuni amici e a ragazzi di Saman il giornalista dà vita a una redazione rivoluzionaria nelle modalità e nello spirito con i quali plasma l’informazione e il lavoro stesso di ricerca e di inchiesta sul territorio. Intanto i telegiornali vengono condotti dallo stesso Rostagno: barbuto, irruente e immutabilmente vestito di bianco. I temi che affronta sono scomodi e disturbanti, per la palude abituale dell’informazione ingessata e soprattutto omertoso-connivente di quegli anni: la mafia, appunto. E i suoi rapporti con il potere politico. Rostagno è instancabile nel raccogliere materiali e interviste destinati a inchieste di approfondimento e volti a ricostruire le collusioni tra gli intoccabili della provincia trapanese e personaggi e/o situazioni più che controverse. Con le telecamere, Rostagno entra in Corte d’Assise per riprendere le facce dei boss (che in pochi conoscevano) durante i processi a Cosa Nostra. Li cerca con i microfoni. Li infastidisce. Non si era mai fatta televisione così. In particolare non si perde un’udienza di quello per l'omicidio del sindaco Vito Lipari, nel quale erano imputati i boss mafiosi Nitto Santapaola e Mariano Agate, il quale durante la pausa di un'udienza gli mandò a dire che “doveva dire meno minchiate” sul suo conto.

E allora, Rostagno, vent’anni fa scrivevi sui muri di Trento “l’immaginazione al potere”. Cosa c’entra con la lotta alla mafia?
"Sono la stessa cosa. Ed esprimono l’identica esigenza: la gioia di vivere. Vedi, agli uomini capita di mettere radici, e poi il tronco, i rami, le foglie… quando tira vento, i rami si possono spaccare, le foglie vengono strappate via: allora decidi di non rischiare, di non sfidare il vento. Ti poti, diventi un alberello tranquillo, pochi rami, poche foglie, appena l’indispensabile…".
Oppure?
"Oppure te ne fotti. Cresci e ti allarghi. Vivi. Rischi…Sfidi il vento…Sfidi la mafia, che è una forma di contenimento, di mortificazione… La mafia ti umilia: calati junco che passa la piena, dicono da queste parti. Ecco, la mafia è negazione d’una parola un po’ borghese…".
Dimmela…
"La dignità dell’uomo! Io voglio avere la possibilità di guardare una persona negli occhi e dirgli di sì o di no con la stessa intensità. E la mafia questo non te lo consente".
Che ruolo può giocare l’immaginazione contro la mafia?
"La mafia è un gioco finito, come il calcio: uno vince e l’altro perde. Io credo invece che vadano cambiate le regole del gioco".
Ma tu ti sei dato regole?
"Certo!".
E le rispetti?
"No, naturalmente…".
Le disprezzi, allora…
"Semplicemente le trasgredisco. E quando mi accorgo di averle trasgredite molte volte, le cambio".
Rostagno, vent’anni dopo sono cambiate soltanto le regole?
"E’ cambiato anche il gioco. E’ avanzato il degrado dell’ambiente, è peggiorata la qualità della vita, la mafia è diventata infinitamente più forte…".
Perché?
"Perché si! E poi perché si è trasformata in mafia imprenditrice. Adesso si dice anche in televisione, grazie a uno come Ferrara: la mafia è la diciottesima potenza al mondo…".
Un grande fratello?
"Non ancora. E’ più forte di prima e basta: nei partiti, nelle banche, nella cultura… Da queste parti, per esempio, ci sono ancora quattro paesi dove ti possono ammazzare durante un comizio e nessuno ammetterà mai di aver visto qualcosa".
Quali sono?
"Sono Paceco, Santa Ninfa, Alcamo e Castellammare".
E la gente, Rostagno?
"C’è qualcosa di nuovo. I semi dell’opposizione, lanciati molti anni fa da uomini come Placido Rizzotto, stanno maturando. C’è un filo, con quel passato, anche se questo filo ha perso la bandiera rossa: oggi la lotta alla mafia è più semplicemente una lotta per il diritto alla vita. La mafia è sopravvivere, l’antimafia è vivere…".
E tu come lo racconti tutto questo alla gente? Parlaci del tuo giornalismo…
"Anzitutto c’è la denunzia: il degrado politico, la partitocrazia, la corruzione, le solite cose… Poi c’è la scelta di non fare televisione seduti dietro a una scrivania ma proiettati in mezzo alla gente, con un microfono in pugno, mentre i fatti succedono… Sociologicamente si chiama 'primato dell’esistenziale sul teorico': e già questo, a Trapani, è profondamente antimafioso".
Quanti telegiornali mandate in onda ogni giorno?
"Facciamo due notiziari. Parliamo dei bambini e dei mafiosi, della spazzatura e dei poeti. La copertina la dedichiamo sempre a storie che non hanno mai avuto dignità di notizia nei telegiornali tradizionali".
Per esempio?
"Entriamo in asilo e raccontiamo quello che sta succedendo, parliamo con i bambini, con le maestre… Scegliamo tutto a caso perché non vuole essere una notizia, è solo un pezzo di vita".
Il vecchio gusto della provocazione…
"Facciamo solo un’informazione che non informa…".

Interviste come queste sono sempre vive. Danno ogni volta l’impressione di essere tu, lì, presente. A guardare quei due che chiacchierano; un po’ giocando, tanto tagliando nel profondo mentre continui a chiederti: quale reale consapevolezza si ha mai delle cose? Della portata di ciò che si fa. Di ciò che si rappresenta. Di ciò che si dice, soprattutto. Le conseguenze. Come si può essere in grado, viceversa, di non lasciare che la paura conduca a frequentare luoghi meno pericolosi? Magari a rallentare il passo, riscuotendo una dignitosissima rendita da ciò che di buono si è già fatto. Rostagno (non fu il solo; non è, il solo) evidentemente non venne mai sfiorato da un siffatto pensiero.

Al 26 settembre del 1988 dobbiamo per forza arrivarci. Non possiamo più allontanare il momento, inconsciamente lasciando (troppo) spazio a riflessioni divaganti e alla fin fine nemmeno tanto necessarie allo scopo del presente tributo.
La sera del 26 settembre Rostagno sta tornando in comunità, con la sua Duna bianca. E’ quasi arrivato. Frazione Lenzi Valderice. Curioso, manca la luce. Lo aspettano. La giovane Monica, un’ospite di Saman, è con lui. Gli sparano, con un fucile a canne mozze che però esplode in mano a Vito Mazzara, il quale non esita a finire il lavoro con la pistola. Del resto è un acclarato professionista, per quanto uno dei primi tentativo di depistaggio, ad opera del maggiore Nazareno Montanti, capo del Reparto Operativo dei Carabinieri di Trapani, si fonderà sull’ipotesi che se fosse stata cosa di Cosa Nostra il sicario non sarebbe stato così imbranato da farsi inceppare lo strumento. Altro che. Freddissimo nel completare il lavoro, finisce Mauro, che dopo la prima raffica aveva però trovato la forza di intimare a Monica di rannicchiarsi sotto il sedile. Lei si salverà, e testimonierà.

E allora Rostagno, da uomo a uomo, dov’è la vera rivoluzione: vent’anni fa con Lotta Continua oppure oggi a Trapani, con la tua piccola emittente locale?
"Qui, a Trapani…".
Perché?
"Le tensioni che mi sentivo dentro nel Sessantotto culturalmente possedevano già un vestito, la rivoluzione. E avevano pure una biancheria intima, l’ideologia marxista… Tutto il movimento di quegli anni è stato una grande emersione di nuovo che si vestiva di vecchio. Non siamo neppure riusciti a inventarci un linguaggio: usavamo parole antiche, terrificanti, inutili…".
E adesso?
"Adesso questa cosa non la chiamo più rivoluzione, non ci vedo più alcun rapporto col marxismo. Però la vivo come una sfida molto più impegnativa: è la vita, il diritto di vivere…".
E anche gusto di trasgredire, immagino… Vent’anni fa avevi regole molto più rigide.
"Vent’anni fa non ti avrei mai detto queste cose".
Rostagno, ti senti solo a Trapani?
"All’inizio c’era solitudine. Oggi è tutto molto più schematico: c’è solidarietà e opposizione".
L’opposizione come si manifesta?
"In modo molto rozzo, con le minacce. Ma anche in modo intelligente, con il silenzio: opposizione burocratica, i cento cavilli che la Regione inventa per non riconoscere la nostra comunità Saman. Aspettiamo da otto anni…".

Dopo… Ad una parte degli innumerevoli tentativi di depistaggio rispetto alla pista mafiosa abbiamo accennato (droga a Saman, armi, Servizi e Cardella). Ma in realtà fin dal primo momento sia i giornali locali e nazionali che soprattutto il capo della squadra mobile Calogero Germanà affermarono che si trattava di un delitto tipicamente mafioso, in opposizione a quanto sostenuto dal maggiore Montanti, il quale continuò a portare avanti le indagini in maniera quantomeno maldestra (prove scomparse, se non eliminate, testimoni ascoltati tardi, intercettazioni attivate con inaccettabile ritardo…). Tutte circostanze in seguito chiaramente denunciate in aula dal pubblico ministero Gaetano Paci, il quale puntò il dito anche contro certi “orientamenti di pensiero di taluni rappresentanti istituzionali dell'epoca naturalmente adesivi verso la presenza mafiosa”.

Ma siccome poco prima di essere ammazzato Rostagno aveva ricevuto una comunicazione giudiziaria relativa all’assassinio del commissario Calabresi, in cui risultava coinvolta Lotta Continua sulla base delle rivelazioni del “pentito” Marino, che aveva accusato come responsabili Adriano Sofri, Giorgio Pietrostefani e Ovidio Bompressi, allora anche questo divenne un facile appiglio nelle mani di chi aveva interesse ad allontanare dal caso la verità dalle responsabilità della mafia. Anche perché negli anni l’indagine passò nelle mani di sempre nuovi magistrati. L’idea geniale fu suggerita da un carabiniere ad un giudice milanese, che in seguito la smentì. Si cercò di sostenere che Rostagno fosse stato ucciso perché al corrente di tutte le motivazioni, compresi esecutori e mandanti, concernenti l'omicidio Calabresi, in quanto “avendo rotto i ponti con i suoi ex compagni di lotta” forse aveva intenzione di dire la verità… Circostanza assolutamente falsa, avendo peraltro più volte lo stesso Rostagno chiaramente ribadito che non intendeva affatto disconoscere la propria militanza in LC e men che meno togliere la propria fiducia all’amico Sofri, anzi chiedendo di essere sentito al più presto dai giudici per aver modo di comprendere per quale strambo motivo potesse ritrovarsi coinvolto in quella brutta storia. Tutto ciò è agli atti. A Sofri, condannato, poco dopo non verrà permesso di partecipare ai suoi funerali.
Purtroppo sia la pista familiare (che condusse Chicca Roveri al carcere) che quella di Lotta Continua furono per un certo periodo sostenute anche da alcuni eccellenti giornalisti, tra cui Marco Travaglio e Giuseppe D'Avanzo. Solo il secondo si è in seguito scusato, andando personalmente a incontrare Chicca Roveri nel carcere dove era ingiustamente rinchiusa.
Rostagno sorride e si striglia un po’ la barba. Sorriso ingenuo, e d’improvviso mi trovo a pensare che questo signore vestito come un vecchio anarchico dell’Ottocento, con gli occhi mansueti e le sue riflessioni sagge e cortesi, mi sta semplicemente prendendo per i fondelli. Mi pento subito, vecchio compagno Rostagno, d’un dubbio così vile: e ti rivedo sulla strada di Pizzolungo, appoggiato al cippo che ricorda le vittime dell’attentato a Carlo Palermo. Docilmente in posa per la fotografia, con quel lampo di profonda solitudine negli occhi. In quell’attimo m’eri sembrato improvvisamente vecchio e stanco: forse c’erano molte cose da raccontare, quella lapide di bronzo e le troppo rivoluzioni mancate, i giudici e i reduci, i morti, le follie, i rimpianti…Ma non ne avremmo avuto il tempo: solo un’ultima foto, la macchia bianca della tua camicia, il mare di Trapani color piombo, questo lieve sentore di alghe marce nell’aria.

Ah…la luce che mancò. Nel 1989 venne ucciso Giuseppe Mastrantonio, un tecnico dell'Enel che lavorava proprio in contrada Lenzi, ma che soprattutto era l'autista del boss mafioso Vincenzo Virga.  Secondo gli inquirenti, Mastrantonio aveva manomesso la cabina elettrica e partecipato personalmente al delitto Rostagno, ma la richiesta di riesumazione del cadavere per confrontare l'impronta dei suoi polpastrelli con quella rinvenuta su un bossolo ritrovato sul luogo dell'omicidio non fu accolta. Solo dopo molti, troppi anni anche questo tassello è stato ricondotto al suo posto.
E la memoria, la forza, la resilienza degli eroi silenziosi vivi che non hanno mai mollato perché sia pure con ritardo e tanto ulteriore dolore si potesse giungere alla verità è anch’essa un esempio etico di ciò di cui necessitiamo, spesso senza ben sapere dove cercare. Ma non è bastato. Non basta.

L’ultima curiosità: perché vesti sempre di bianco?
"Per farmi fare questa domandina dagli altri".
E come rispondi?
"Dipende da chi ho davanti. Per esempio, perché il bianco è il colore dei riti di passaggio. Oppure, perché consente di vedere subito se sei sporco. Bianco perché siamo infermieri…".
Una risposta per me, Rostagno…
"Vendo gelati, io… Come vuoi che mi vesta?".

NOTA: In memoria di Mauro Rostagno è stato indetto il premio di giornalismo scolastico "Mauro Rostagno" promosso da Libera, la nota rete di associazioni contro le mafie. Il giornalista viene ricordato ogni anno il 21 marzo nella “Giornata della Memoria e dell'Impegno”, in cui viene letto il lungo elenco dei nomi delle vittime di mafia e di fenomeni mafiosi. Dal 2002 è attiva l’associazione Ciao Mauro, al cui sito si rimanda per ulteriori appigli alla memoria. E poi tanto altro. A ricordare con dedizione sono pochi, ma non soli, e soprattutto fortemente motivati.