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Lun, Mag

Due copie di Gazzetta

Due copie di Gazzetta

Idee

Saltato lo stipendio di dicembre a causa del sequestro e delle note vicende penali dell’editore, i redattori del quotidiano barese chiedono ai lettori (e non) il segnale di un duplice acquisto per sabato 29: c’è un gran bisogno, a quanto pare, di ‘libertà’

Poche storie. Evitate di star dietro a classifiche, vivibilità, parametri, lo smog, le biciclette, il traffico, il carovita, la ricettività, l’eletto e l’elettorato, le coste e le colline. I veri, unici indicatori dello spessore di una città (italiana) sono due: il suo pallone e il suo giornale. Prendete Taranto, poi Bari. Cominciamo da Taranto. Il suo pallone storico retrocede dalla B (presidente Donato Carelli) nel ’93 e nella stessa estate viene dichiarato fallito senza misericordia (del barese presidente Figc Antonio Matarrese) insieme alle varie Trieste, Caserta, Messina, Arezzo. Gli tocca ripartire dalla serie D: un’onta. Chi alza un dito, qui? Non vale neanche la pena di individuare sugli annali il sindaco dell’epoca, e non che ne fosse il responsabile. La politica? Formidabile. L’imprenditoria della città con più finanziarie d’Europa? Di più. Non ci fosse il compianto prof. William Uzzi, che si tassa di cinquanta antichi milioni e coinvolge altri analoghi versatori, neanche la D sarebbe accessibile. Seguono 25 anni di strazzacòre in cui della B due o tre volte si sente il profumo, ma solo quello. Seguono, anche, ulteriori fallimenti societari. Che confluiscono in ulteriori fallimenti tecnici.
ADESSO dedichiamoci al calcio Bari. Ventotto anni di presidenza Matarrese (Vincenzo, mentre Antonio si muoveva su più tavoli, sempre partendo dal cadreghino parlamentare in quota DC). Abbastanza vincenti, con parecchia serie A, tante soddisfazioni e splendidi giocatori (Boban, Platt, Maiellaro, Protti, Tovalieri, Joao Paulo, sino a Glick, Bonucci, Ranocchia con Conte in panca, eccetera). Gioie assortite, anche vergogne epocali, vedi il calcio-scommesse, Masiello, commistioni con caicchi ultras e compagnia cantante dalle quali si esce magari con infamia (il derby col Lecce), ma sempre alla grande (l’importante è far dimenticare). Però quasi sempre quasi tutto finisce. Nel giugno 2011 Matarrese si dimette. Tre anni di traversìe, sino al fallimento del maggio 2014. Ed ecco Gianluca Paparesta (Bari plaude, Bari in festa), l’ex arbitro-vip che chiamava Meani perché chiamasse Galliani perché chiamasse Richelieu Letta affinché facesse sbloccare una pratica che per lo studio comm.le del dott. Gianluca significava centinaia di migliaia di euro. Paparesta rileva con 4,8 milioni. Presi dove? I risparmi dei compleanni? Nessuna risposta. Si scoprirà, ahem. Venticinque mesi dopo, il mancato versamento del bel Gianluca (7,5 milioni) spiana la strada all’uomo nuovo, Mino Giancaspro (Bari plaude, il futuro non sia aspro). Altri venticinque mesi (dev’essere un numero esoterico) e anche stavolta il Bari, anzi, ‘la’ Bari, fallisce per la seconda volta di fila e piomba anch’essa, ahilei, in D. Finita? Taranto docet? Anche sì, ma al contrario. Mobilitazioni popolari, tre cordate sull’uscio, il Sindaco Decaro che si scamicia sui balconi e gronda lacrime commoventi, politica in rivolta, imprenditoria in caldana, indignazione alla riscossa. Morale: il 31 luglio scorso svetta niente meno che Aurelio De Laurentiis, il re del cinepanettone. Con un po’ di quelli che per lui sono spiccioli, il co-presidente del Napoli ottiene subito il contratto con Dazn, mette su uno squadrone da alta Lega Pro, spiattella i suoi programmi a lunga gittata e riproietta il Bari verso il sol dell’avvenire. Fatto.  
SIAMO AI GIORNALI. Taranto ha il proprio dal Secondo dopoguerra, grazie soprattutto a un quartetto di eroi (Acquaviva, Stagno, De Gennaro, Ferrajolo) che sanno come si aggiungono i buchi alla cinghia: il ‘Corriere del Giorno’. Il quotidiano sospenderà più volte le pubblicazioni cartacee e resterà in vita perlopiù grazie alla tettarella ufficiale della Democrazia Cristiana o a quella della pubblica contribuzione (cooperativa dal luglio 1985). Dal gennaio 2014 non resterà altro a cui appendersi (quasi sempre quasi tutto finisce), e il giornale dei Due Mari dovrà rinunciare forever al sogno di festeggiare i settanta. Chi alza un dito, qui? Appena la voce, semmai, ma tanto per: qualche assessore itinerante, qualche regionale salmodiante (“Il pluralismo, ma come si fa”). L’imprenditoria? Vedi alla voce: pallone, vedi alla voce: spessore. Il vecchio ‘Corriere’ è morto di se stesso, con (de)merito. Qualcuno si scamicia, ma finge, o non ne ha. Infatti non suda. Forse perché è l’8 gennaio, non il 31 luglio.
LA ‘GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO’, vuoi mettere. 130 anni di storia celebrati in pompa magna con incontri sussiegosi e magniloquenti in ogni dove. Del resto, a sentire Piero Liuzzi, ex parlamentare ed ex decennale sindaco di Noci, trattasi del giornale il cui “pungolo” ha consentito a “varie contrade e città pugliesi” di forgiarsi “nella loro identità”. Accidenti. Non che strada facendo manchino gli stati di crisi abbastanza ufficiali; ma insomma, per decenni, prima di arrendersi a un passivo alle soglie della luna, lo storico Editore, il Banco di Napoli, continua a palleggiarsela con l’altro caro figliolo, il ‘Mattino’ di Napoli. Ma quasi sempre quasi tutto finisce. Da una speranza all’altra, da una zattera all’altra, in balia delle onde Bari chiama ma non più Bari risponde: bensì Catania, nella persona del super imprenditore etneo Mario Ciancio Sanfilippo, proprietario storico de ‘Il Giornale’ di Catania,  più altre 31 società e altre sette partecipate. Dal 2010 il neo Mecenate, ahitutti, finisce sotto la lente della procura catanese, e non per un solo capo di imputazione. Negli anni, la ‘Gazzetta’, o meglio, Mario Ciancio, chiude Brindisi e Matera, procede a tagli e prepensioni, ricorre al contratto di solidarietà. Mugugni: tanti. Una bazzecola, tuttavia, rispetto a quanto esplode lo scorso 24 settembre: Carmelo Zuccaro, il piemme catanese, comunica che quelle di Sanfilippo sono azioni imprenditoriali “nell’interesse proprio e di Cosa Nostra”. Segue sequestro di ogni sua proprietà sequestrabile, valore complessivo 150 milioni di euro. Compresa la GdM.
SIAMO ALLA CRONACA odierna. Per un paio di mesi gambe tremule ma più o meno tutto ok, forse le riserve di cassa. A dicembre, invece, salta il primo stipendio, più la tredicesima. Orizzonti foschi, dopo gli orizzonti loschi. Il Miles Gloriosus rischia la chiusura? Che non accada: è un augurio. Magari andrebbe esteso, con lo stesso risalto e il medesimo impegno, a qualsiasi altro tipo di lavoratore e per qualsiasi ditta o società finisca sul marciapiede, con una famiglia a carico, per aver perso il posto e magari dopo mesi o anni di angosce e ristrettezze. Però, come fare di tutt’erba un fascio? Sentite che dice il presidente dell’Assostampa pugliese, Bepi Martellotta: “Non si può trattare un’azienda editoriale alla stregua di una fabbrica di bulloni”. No, presidente? Presidenti si diventa o forse si nasce. Ascoltate allora Raffaele Lorusso, primo dirigente della Fnsi, appena esaurite le lagnanze contro i tagli di Stato all’editoria: “E’ la chiara ritorsione di chi ha vendette da consumare”, in cerca dello “scalpo da offrire agli elettori, lo scalpo di una categoria che fa informazione e che per mestiere aiuta i cittadini a illuminare la realtà in cui vivono”. Per buona misura, gennaio o dicembre, il Governatore Emiliano suda (lui sì) come se fosse il 31 luglio: “Sarebbe una vera calamità per la Puglia”, un autentico “inaccettabile naufragio”. Si aggregano solidarietà sindacali, politiche, imprenditoriali, variopinte, l’autorità portuale, l’ordine dei farmacisti, quello degli ospedalieri, la Lega Coop, l’UniSalento, sindaci assortiti, assessori volanti e persino un consigliere regionale della Lega (ma i due vicepremier non stavano esultando per lo scalpo?). Clima definitivamente maturo perché si concretizzi l’iniziativa - proposta dei colleghi gazzettisti: sabato 29 dicembre tutta la regione in edicola per acquistare non una, ma due copie della GdM. Una risposta di massa, con bell’incasso annesso, sarebbe, secondo i promotori, “un segnale agli amministratori giudiziari della capacità del territorio di voler difendere la testata”. La Confindustria interprovinciale ne ha già prenotate mille (chapeau). Va difesa e irrorata, riassumendo, la libertà di un’azienda privata che vuole sentirsi libera (ed ovviamente è) di scegliersi padrone, orientamento e linea: nei decenni scorsi e in questi, come dire, riconoscibilissimi. Del resto, non la si può mica trattare alla stregua di una fabbrica di bulloni, la centotrentennale illuminante testata che ha forgiato l’identità di contrade e città, in rima (molto) baciata se occorre. Ciò che Taranto non imparerà mai è che, quando alza un dito, Bari sa come si fa. E pure dove metterlo.