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Mer, Apr

ELOGIO DELLA MEMORIA

ELOGIO DELLA MEMORIA

Idee

La Giornata della Memoria rischia di svuotarsi del suo significato più profondo. La lezione che il nostro passato recente vuole impartirci può servire a respingere il veleno dell’indifferenza e del vuoto affettivo inoculato attraverso propaganda delirante  

La Giornata della Memoria con la quale ogni anno il 27 gennaio ricordiamo le vittime della Shoah rischia di svuotarsi del suo significato più profondo, della sua ragion d’essere. I testimoni di giustizia, coloro che hanno dato voce a quelle pagine buie della nostra storia, scompaiono o peggio potrebbero silenziarsi nella nostra percezione degli eventi. La sovraesposizione al male, la sua inoculazione sistematica, potrebbe anestetizzarci contro le brutture, gli orrori, le prevaricazioni, la morte che fu in quei luoghi. Il pericolo è aver generato inconsapevolmente gli anticorpi necessari per dimenticare pur rammentando, una sorta di oblio consapevole, di sonnambulismo morale. Auschwitz, il campo di sterminio più tristemente noto, i cui cancelli ricordiamo così dolorosamente, non può costituire solo un simbolo impersonale, una metafora dell’inferno in terra, ma al di là di noi. Le immagini che hanno accompagnato il nostro trascorso storico lasciando che ciascuno di noi vedesse attraverso i propri occhi fisici, quelle inimmaginate brutalità, risulterebbero vane, se deprivate di un’autentica coscienza addestrata e consapevole, di quella forza impressiva necessaria all’azione. Il timore di aver maturato una sofistica rete di anticorpi resistenti, virgulti e bellicosi, in grado di annichilire la nostra humana pietas, di ottenebrare il nostro giudizio, è concreto.

Necessario dunque che la memoria non sia un puro esercizio mentale, un asettico movimento oculare mancante di cuore, di anima. Il nostro quotidiano ci offre, ad oggi, innumerevoli spunti per restituire l’insegnamento lasciatoci in dono. La lezione che il nostro passato recente ha voluto malamente impartirci può servire a respingere il veleno dell’indifferenza e del vuoto affettivo. Ricacciare i tentativi di narcotizzarci, affrancandoci dalla altrui sofferenza è un dovere, una responsabilità civile, il più autentico scopo dell’essere umano. “Coltivare la memoria è ancora oggi un vaccino prezioso contro l’indifferenza e ci aiuta, in un mondo così pieno di ingiustizie e di sofferenze, a ricordare che ciascuno di noi ha una coscienza e la può usare”. Così scrive Liliana Segre, sopravvissuta ai campi di concentramento nazisti, deportata nel 1944 da Milano al campo di Auschwitz Birkenau.  “Io sono stata una clandestina. – aggiunge -Ora mi sono aperte le porte del Senato. Ma tanti anni fa ero una bambina impaurita a cui venne rifiutato l’asilo in Svizzera”.

L’eredità di cui oggi siamo custodi, e il testamento spirituale consegnatoci dai nostri padri, è di inestimabile valore, di portata infinita, ma anche un ingombrante fardello. L’obbligo che ci impone è restituirne il senso più autentico attraverso azioni virtuose, oneste, gesti operosi e retti che partano da una rilettura più efficace della nostra realtà, del comune vissuto. L’osservazione dell’uomo privato della sua dignità e consegnato al volere di scelte politiche opinabili, di faziosità sterili, una sorta di proselitismo fanatico e delirante, come visione disturbante, è peggio della morte fisica, piuttosto una amputazione interiore grave, perchè inconsapevole e naturale.

La macchina politica – propagandistica che portò alla esaltazione ottusa della italianità, alla sublimazione del noi a dispetto del loro, risulta ad oggi ancora un temibile spettro, una scellerata minaccia. Di contro l'idea di un noi necessario ma indispensabile se non attraverso l’altro, se non nella misura di una ricchezza fortemente interconnessa e interscambiabile resta ancora la scelta più saggia, il più puro e lungimirante modo di vivere. “Io sono stata una clandestina con le carte false. –aggiunge la Segre - Io lo so cosa vuol dire essere nella terra di nessuno quando nessuno ti vuole. Io lo so come si sta quando le frontiere sono chiuse e quando si ergono muri. Io lo so, ma come faccio a gridarlo a chi erge i muri”. A noi dunque l’onere di abbattere i muri ed erigere ponti forti, robusti, belli capaci di restituirci umani, di riscoprirci umani. Perché Auschwitz è dietro di noi, ma anche dentro di noi.