Vuole comprarsi l'Ilva ma non ha i soldi per pagare i debiti contratti

Economia
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Il presidente dell'Eni, assieme al fratello Antonio, deve 150 milioni di euro allo stabilimento tarantino. L'istituto di credito che le ha concesso i finanziamenti è Banca Intesa: la stessa che, assieme ad ArcelorMittal e proprio a Marcegaglia, compone la cordata per rilevare la fabbrica che fu dei Riva

L’ultimo numero del settimanale “L'Espresso” riporta un ampio reportage sulla vendita dell’Ilva assai interessante. Ripropone lo schema delle due cordate che si contenderanno sino alla fine la fabbrica tarantina. ArcelorMittal da una parte (assieme a Marcegaglia e Banca Intesa) e Jindal (con Arvedi, Del Vecchio e Cassa depositi e prestiti) dall’altra. Due strutture imprenditoriali con a capo società indiane o, comunque, rinvenenti da quel gigantesco Paese. La cosa sorprendente, però, attiene alla famiglia Marcegaglia. Vorrebbero acquistare l’acciaieria pugliese e, al tempo stesso, hanno accumulato un debito con la stessa nell’ultimo anno per un valore di 150 milioni di euro. Emma, recentemente confermata alla guida dell’Eni, assieme al fratello Antonio è da sempre cliente di Ilva. Peccato che non paghino le commesse ordinate. E, aspetto assai singolare, la banca con la quale il gruppo mantovano è maggiormente indebitato, qual è? Facile: Banca Intesa, lo stesso istituto di credito con il quale vorrebbe tentare la scalata all’ex azienda dei Riva. Un puzzle grottesco, un sistema incardinato attraverso la logica delle scatole cinesi. Un’altra privatizzazione, come quelle operate in Italia nei primi anni ’90, che servirà a qualcuno: facendogli guadagnare un mucchio di soldi o, comunque, garantendogli il rientro di pendenze economiche accumulate negli anni. E’ la via nostrana al liberismo: svendere gli asset pubblici per arricchire i privati. Le solite 4, 5 famiglie emblema di un capitalismo senza capitale.

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