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Alitalia e Ilva: il fallimento dei manager voluti dalla politica

Economia
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I commissari dell'impianto siderurgico, come quelli di Alitalia, sono stati scelti dal decisore pubblico. Non hanno determinato quelle radicali trasformazioni a beneficio dell’interesse generale. Si sa solo che all’atto del loro insediamento il patrimonio netto di Ilva era di 2,4 mld e, dopo due anni di gestione, il capitale netto risulta azzerato. Un’impresa insolvente, insomma, e messa in Amministrazione straordinaria

La vicenda Alitalia e gli straordinari sviluppi in atto rimandano alla censurata tragedia di Ilva e della città di Taranto. Forse rappresenta anche il paradigma di una rimossa ‘questione meridionale’ trattata con cinismo e,  rinnovata e violenta discriminazione, operata da un inadeguato decisore pubblico. Una ricerca dell’Ufficio Studi di Mediobanca dal titolo  “Stima dei costi diretti, pubblici e collettivi, originati dalla gestione Alitalia (1974-2014)” quantifica in 7,4 mld (in moneta 2014) l’onere complessivo a carico del settore pubblico e della collettività. Tale perdita è per 4,1 mld prodotta dalla gestione commissariale: tra il 2007 e il 2014. Nei giorni scorsi è stato deliberato un prestito ponte di 600 mln e resuscitato una proposta, abbandonata alcuni anni fa. Le FS (Ferrovie dello Stato) dopo aver “assorbito” l’ANAS, e disponibili ad assorbire ATAC di Roma e ATM Milano, dovrebbero secondo una dichiarazione/proposta del neo commissario Gubitori assorbire Alitalia. In via incidentale, aggiungo, che la costosissima quanto inutile “stazione Foster”  sotterranea di Firenze dopo aver speso centinaia di milioni di euro diventerà una stazione autobus e la cooperativa Coopsette capofila del consorzio, cui erano stati affidati gli appalti da 700 mln, costretta a chiedere il concordato preventivo forse potrà contenere la disfatta. Risorse a pioggia tranne che per ristrutturazioni industriali produttrici di malattie e morti. Questa è la cifra della classe dirigente italiana! Le responsabilità su Alitalia sono tutte della politica e, poi, dei costosissimi manager scelti dalla politica.
A Taranto come in Alitalia, sprovvisti della cultura di settore dove sono stati chiamati a operare. Cultura generalista dei manager a certi livelli di elevatezza? Mah! Responsabilità della politica su Alitalia che vanno dall’incredibile cattedrale di nome Malpensa, eretta a simbolo della vincente Lega di 20 anni fa, che ha contribuito allo sprofondo rosso della Compagnia di bandiera. Una Malpensa assurdamente baricentrica doveva essere per, volontà del decisore pubblico, l’hub del Sud Europa con 25 obsoleti aerei di lungo raggio, mentre KLM –AIR France ne aveva 134, Lufthansa 170 e Britisch Airways 130 con volumi di traffico annuali sei volte quelli di Malpensa. Sono poi arrivati i “capitani coraggiosi” con Colaninno e Riva. Altro disastro con obiettivi di competizione sulle brevi tratte, dove il low cost è imbattibile !!! Oggi i 600 mln di prestito ponte (??) sono erogati senza un credibile Piano industriale. Soldi che basteranno fino a ottobre e poi ci sarà bisogno di altre risorse, salvo che non vendono Alitalia a pezzi o investono in aerei per voli intercontinentali. Da escludere considerando le votazioni imminenti.  
Su Ilva, invece, non sembra sia stato adottata la stessa ottica sostanzialmente interventista. Concreta, con risorse, o un Piano B di totale riconversione. Sembra, invece, che si troverà il modo di venderla e saranno gli stranieri a utilizzare le provvidenza di industriary 4.0, di “internet delle cose” e, perché no, in una prospettiva di lungo termine, fruire dei robot collaborativi e del combinato disposto “manifattura additiva” e del rivoluzionario nano materiale chiamato grafene. I commissari di Ilva, come quelli di Alitalia scelti dalla politica, non hanno determinato quelle radicali trasformazioni a beneficio dell’interesse generale. Si sa solo che all’atto del commissariamento il patrimonio netto di  Ilva  era di 2,4 mld e, dopo due anni di gestione, il capitale netto risulta azzerato. Un’Ilva insolvente, insomma, e messa in Amministrazione straordinaria. Sul piano della “vista lunga“ s’ignorano letteralmente i grandi trend che sono: a) sovraccapacità produttiva europea e globale; b) competitività e quindi incidenza della produttività complessiva dei fattori della produzione nella battaglia sul mercato; c) caduta del costo delle materie di base; d) ricadute della cosiddetta “internet industriale” sulla motivazione, spacciata come principale e rappresentata dalla tutela dell’occupazione in Ilva.
L’internet industriale rappresenta l’infrastruttura che collega macchine e dati: ovvero la tecnologia che mette insieme big data, machine learning e “macchine con macchine” (M2M). Alcuni la chiamano “quarta dirompente innovazione” o “ Industriary 4.0”. L’obiettivo finale? La costruzione di sistemi che usano l’intelligenza delle macchine per automatizzare processi e decisioni. Ne avevamo parlato tre anni fa su questo giornale. La conseguenza? I robot sostituiscono moltissime operazioni degli uomini nel processo produttivo. Parleremo ampiamente di queste rivoluzioni in atto e delle ricadute in ambito sociale. Adesso rileviamo solo un dato, che come sempre ci rende unici nel campo delle visioni strategiche. La quarta rivoluzione industriale comprende un insieme di soluzioni tecnologiche, che dovrebbero condurre all’innovazione di processo, di prodotto e dei modelli di business del settore manifatturiero. In termini generali robotica collaborativa, “Internet delle cose (IoT), big data, cloud compunting, stampa additiva e in particolare “3D printing“ richiedono  un elemento fondamentale che si  chiama connettività.
Dentro la “fabbrica” e dalla “fabbrica” verso l’esterno. Quindi i 13 mld di incentivi fiscali per Industria 4.0 senza nuove reti a banda larga, e quindi l’attuazione del Piano Nazionale a Banda Ultralarga in corso risolverà (?) solo momentaneamente l’esito del processo di riduzione occupazionale. Dio mai non voglia che l’esito tarantino caratterizzato da bonifiche mancate, licenziamenti, da rivoluzioni industriale o riduzioni dell’offerta di acciaio, in un mondo liberalizzato o, in un’Europa con sovraccapacità di acciaio e patologie diffuse da inquinamento industriale non regali, a Taranto e al Sud, l’ennesima ingiustizia prodotta da una classe dirigente di “ veduta corta“ e cinismo strutturale.  

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