La fine dello Stato sociale

Economia
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Aumentano le disuguaglianze grazie ad un politica miope, colpevolmente protesa al nulla. La strana, ma neanche tanto poi, modifica dell'articolo 38 della nostra Costituzione

Le “stimmate“ delle classi dirigenti politiche, comunitarie e nazionali, degli ultimi anni sono state le falsificazioni dei dati per giustificare la distruzione dello stato sociale. Nel contempo hanno  creato le condizioni per il definitivo azzeramento di ogni proprietà pubblica consegnando, a soggetti privati e/o stranieri, la ricchezza pubblica creata in decenni da cittadini italiani. Dalla socializzazione dei cosiddetti crediti di difficile riscossione (Non Performing Loans) del sistema bancario italiano alla distruzione della sanità pubblica, dai servizi pubblici al sistema pensionistico. Da un Parlamento in cui la legittimità dei rappresentanti è ampiamente confutata dalla sentenza della Corte di Cassazione (8878/2014) sono stati presentati alcuni disegni di legge volti a modificare l’articolo 38 della Costituzione. Il fine? Introdurre al quarto comma la seguente integrazione dopo il termine “ Stato”, “ (..) secondo principi di equità , ragionevolezza e non discriminazione tra le generazioni”, finalizzata quindi alla realizzazione di una nuova riforma delle pensioni resa obbligatoria da questa legge costituzionale di revisione. I motivi? L’aumento del numero delle pensioni, la maggiore incidenza quantificata in 3,7 punti percentuali di PIL rispetto alla media europea, la qualità di vita dei futuri pensionati ovvero degli attuali giovani. Il tutto supportato da un Rapporto “ Pensions at Glance 2015“ diffuso dall’OCSE 20 mesi fa. Nelle relazioni di accompagnamento ai due progetti di legge si insinua che la disuguaglianza tra i pensionati di domani e quelli di oggi è dovuta all’eccesso di numero di  pensioni dei vecchi ritenute, tra l’altro, “generose“.
Opportuno citare i dati delle pensioni in maniera corretta, senza strumentalizzazioni o peggio interpretazioni manifestamente insulse di un ceto politico stracolmo di prebende e guarentigie, ignobilmente mantenute anche nel tempo del dramma collettivo, che da 10 anni segna il Paese. Il riferimento è il 4 Rapporto sulla Previdenza. Nel 2015 (ultimo dato disponibile) la spesa pensionistica è stata di 217.863 milioni di euro, i contributi versati 191.333 milioni di euro, con un incremento dello 0,91% rispetto al 2014. Le ritenute IRPEF sulle pensioni sono state di 44.750 milioni di euro, a cui vanno aggiunti 3312 milioni di addizionale regionale e 1332 di addizionale comunale, per un totale complessivo di 49.394 milioni !! Il saldo tra entrate e spesa è di 22.864 milioni di euro. Bisogna poi considerare la spesa per pensioni di natura previdenziale cioè quella che è riferita ai contributi versati e  che risulta pari a 168.501 milioni di euro. Da questa somma andrebbe sottratto anche la cifra delle integrazioni al minimo, che portano la spesa per pensioni a 159.164 milioni di euro. Il PIL 2015 ammonta a 1.636.672 milioni; quindi la incidenza percentuale della spesa pensionistica è del 9,72%. Falso quindi che la spesa previdenziale italiana è superiore di 3,7 punti a quella media UE (15,1% UE a 16). Da dove arrivano allora questi dati elaborati in mala fede o in palese grave ignoranza? Dal considerare la spesa pensionistica comprensiva delle tasse . Dal considerare la spesa per l’assistenza (pensioni di invalidità civile, indennità di accompagnamento, pensioni di guerra, integrazioni al minimo) che deve essere a carico della fiscalità generale nella spesa pensionistica.
Sciocca, inoltre, l’affermazione che i contributi sono esentasse perché a essere seri bisognerebbe sommare tutti i contributi versati da ogni pensionato, capitalizzare gli interessi e poi determinare la rendita non come si opera oggi con il grande imbroglio di rivalutare i contributi versati con la variazione del PIL nominale degli ultimi 5 anni. Inaccettabile poi la comparazione, tra la spesa pensionistica tedesca pari al 13,6% del PIL, ma con esenzione delle tasse con quella italiana dove non solo si tassano le pensioni ma poi la comparazione si fa al lordo.A questo punto sorge legittima la domanda ? Perché questa modifica costituzionale?  Perché viene fabbricato fraudolentemente un problema di sostenibilità finanziaria? Di certo va considerato l’effetto cumulato delle riforme delle pensioni, di quelle del mondo del lavoro e dei vincoli di finanza pubblica imposti dalla UE. E’ stato il Palazzo ad alterare l’eguaglianza sancita dall’art 3 della Costituzione!  L’ennesimo attacco al welfare attraverso la fallace contrapposizione “pensione dei vecchi”, “non discriminazione tra le generazioni”. L’aumento delle prestazioni erogate è la conseguenza della decennale recessione, degli esuberi formati nei settori colpiti dalla crisi, nei pensionamenti anticipati.

Insomma nelle politiche di austerità imposte dalla UE. Incredibile anche la totale omissione nel valutare politicamente l’ultimo bollettino BCE, il numero 36, dove viene pubblicata la ricerca “Monetary-fiscal interactions and the euro area’s malaise”, Working Paper Series, No 2072, ECB”, di Jarocinski, M. and Mackowiak, B. (2017), in cui si certifica il fallimento delle politiche di austerità. La tesi sostenuta è che l’insieme delle regole esistenti, e quindi sia TUE che TUEF, oltre che a regolamenti, rendono i paesi che usano l’euro “vulnerabili agli umori di mercato” (leggi attacchi speculativi). Viene affermato con faccia tosta che le politiche adottate (imposte !!!) dal 2009 “erano sbagliate“ perché concentrate sul contenimento del debito (da noi è cresciuto di quasi 400 mld!!) INVECE che sugli STIMOLI FISCALI. In presenza di dati che :a)  smentiscono le interpretazioni truffaldine; b) di una ricerca della Bce pubblicata sul bollettino ufficiale (https://www.ecb.europa.eu/pub/economic research/resbull/2017/html/ecb.rb170629.en.html); c) delle dichiarazioni di Vítor Constâncio, Vice Presidente BCE: “(..) è precisamente nel campo delle riforme per contenere il peso a lungo termine dell’invecchiamento della popolazione sulla spesa pubblica che I paesi sotto stress hanno già effettuato aggiustamenti. L’Italia ed il Portogallo, per esempio, hanno aumenti stimati per spese legate alla longevità minimali…”.
Affermazioni confermate dal grafico che vi proponiamo. I disegni di legge presentati da 13 parlamentari del Partito Democratico, da 35 parlamentari di FI e Area Popolare o sono da considerare atti dettati ad utili idioti, oppure la motivazione vera è che la scarsità di risorse pubbliche per adempiere ai vincoli comunitari, in particolare il Fiscal  Compact. E, inoltre, per aggirare i principi contenuti negli art 3 e 4, immodificabili attraverso la revisione costituzionale, si modifica l’art 38 della  Costituzione. E, in maniera indiretta, anche l’euro.