Altro che Costa Brava, vuoi mettere la nostra litoranea

Economia
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Perché in altri posti – in Italia, ma non solo – il tempo trascorso ha migliorato, potenziato, modernizzato l’esistente e da noi no? Il nostro litorale, il suo desolato e trentennale abbandono, il suo potenziale inespresso e colpevolmente sopito, rappresentano l’emblema di una sciatteria culturale senza eguali. Sbaglia chi continua a rimpiangere il vecchio notabilato democristiano o socialista (i comunisti erano altrettanto colpevoli, ma dirlo sta male…): se ci troviamo in questa situazione, la colpa è essenzialmente loro. Il destino di una comunità, l’orizzonte verso il quale incamminarsi, va pensato e predisposto oggi per vederne gli effetti tra trent’anni

Perché la nostra litoranea non si è sviluppata negli ultimi trent’anni, restando tale e quale nella sua lenta ed inesorabile regressione? Perché in altri posti – in Italia, ma non solo – il tempo trascorso ha migliorato, potenziato, modernizzato l’esistente e da noi no? Emblematico è il caso della Costa Brava e dell’intera Andalusia, in Spagna: emblemi di un Sud povero ed arcaico, segnato da una dittatura protofascista e dai tratti ridicoleggianti, senza infrastrutture e con molte storture ideologiche, che ha completamente ridisegnato l’esistente in poco più di un ventennio. Perez-Diaz, un acuto studioso iberico, ha motivato tutto questo in un pregevole libro di qualche anno fa: “La lezione spagnola”. In cosa consiste, al dunque, questa lezione? In un mix di buona politica, alta progettualità - da finanziare con le risorse economiche messe a disposizione dall’Europa per le regioni ad Obiettivo 1 (quelle, per l’appunto, più povere del Vecchio Continente) e un’idea di progresso mutuata direttamente dal nostro Pier Paolo Pasolini. Progresso è crescita duratura, sostenibile, poggiata sull’unica industria che non può conoscere flessioni e crisi: quella dedita al concetto di bellezza e alle sue molteplici declinazioni. Sviluppo, invece, è il suo esatto contrario: crescita rapace, poco rispettosa dell’ambiente circostante, violenta e a tempo determinato. Se volessimo banalizzare (neanche tanto, poi): nell’ultimo trentennio di storia patria ci siamo troppo attardati ad inseguire lo sviluppo dimenticandoci del progresso (anche le deleghe ministeriali e assessorili recitano ‘sviluppo economico’ in luogo di ‘progresso economico’). Le vicende finanziarie hanno prevalso sulle scelte politiche – in democrazia avviene l’esatto contrario - e il cortocircuito del tirare a campare, dell’azione dedita al piccolo cabotaggio, del politico incolto sintesi di interessi altri, ha finito per occupare la scena. In pessimo modo, chiaramente. Senza alcun stile e slancio ideale. La nostra litoranea, il suo desolato abbandono, le sue potenzialità inespresse e colpevolmente sopite, rappresentano l’emblema di una sciatteria culturale senza eguali.

Sbaglia chi continua a rimpiangere il vecchio notabilato democristiano o socialista (i comunisti erano altrettanto colpevoli, ma dirlo sta male…): se ci troviamo in questa situazione, la colpa è essenzialmente loro. Il destino di una comunità, l’orizzonte verso il quale incamminarsi, va pensato e predisposto oggi per vederne gli effetti tra trent’anni. Ieri come oggi, nulla è cambiato. Fallimentari – e falliti (politicamente, of course) erano quelli; fallimentari e falliti, sempre politicamente s’intende, sono questi. La storia continua, nessuno legge Perez-Diaz. Neanche se dovessimo salire sulle dune, deturpate dalle auto che sfidano le leggi della fisica, per ammirare il mare più bello d’Italia.

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