BREAKING NEWS
Domenica, 22 Ottobre 2017
"Wind day. Libertà negate ai cittadini, un favore agli inquinatori". Domani dalle 10.30 alle 12.30 sit in di protesta, organizzato dai "Genitori Tarantini",  sotto la Prefettura

Perde l'acqua

Economia
Typography

Crisi idrica e "Questione meridionale" sono le due facce della stessa medaglia. In egual misura segnano il fallimento della classe politica italiana degli ultimi 40 anni. Incredibile la storia del grande invaso Pappadai di Taranto. Spesi 370 milioni di euro per un'opera mai ultimata e divenuta, nel frattempo, una grande discarica di rifiuti

L’ennesimo attacco al settore pubblico dopo aver spolpato, quasi tutto, il patrimonio con i regali chiamati privatizzazioni degli anni ‘90. Oggi attentano anche all’esistenza fisica dei cittadini. La questione “emergenza idrica”, e il richiamo a una fallimentare gestione pubblica dell’acqua a Roma, ne sono un misero riscontro degli spartiti suonati da una miserrima e autoreferenziale classe, che è dirigente prevalentemente per fedeltà agli apparati partitici. Un’emergenza idrica causata da mancati investimenti nelle reti e colta, strumentalmente, dall’apparato politico affaristico per le seguenti  motivazioni: a) le concessioni in scadenza e le inevitabili proroghe concesse sul modello applicato ad alcuni gestori come la  piemontese Smat, alla Metropolitana  Milanese e Padania Acque. A dicembre scade la concessione dell’Acquedotto Pugliese; b) il processo di concentrazione del settore intorno a Iren, A2A, Hera, Acra, che farebbero da pivot verso le numerose società locali; c) l’integrale inglobamento delle società del Sud, totalmente escluse da questo processo di formazione della “colonna vertebrale del sistema idrico italiano”; d) gli acquisti da parte dei fondi comuni specializzati sulle azioni di società, che operano nel settore idrico. L’emergenza idrica richiama, anche, a una riflessione seria alla questione delle infrastrutture al Sud, sulla distribuzione territoriale delle scarse risorse pubbliche e proprio, a causa di questo, alla necessità della valutazione del costo opportunità e, nel caso delle reti idriche, di questioni vitali.
Investimenti nelle reti idriche, già presenti nella prima delibera attuativa delle legge obiettivo del 2000, e sistematicamente inattuata se non, per gli investimenti, in alta velocità e strade. Oggi si assiste agli slogan del ministro delle Infrastrutture che cambia il nome dell’allegato infrastrutture in “connettere l’Italia“ e lo condisce con alcuni slogan rancidi e datati come “mobilità sostenibile“, “valichi alpini“, “corridoi merci” e il bla bla bla di sempre che copre la malleveria verso i costosissimi investimenti in rete di trasporto prevalentemente concentrati al Nord e cari all’apparato politico affaristico. Sull’emergenza idrica, che da sempre segna il Sud, e ancor più oggi, sarebbe utile fare un “bagno nella memoria”. Innanzitutto ricordare, a ministri come quello dell’Ambiente, che quando va sui media a rilasciare interviste, dovrebbe ricordarsi che l’Italia è soggetta a tre procedure d’infrazione per violazione sulle norme europee in materia di acque reflue urbane. La direttiva è di 26 anni fa , la 91/271/CEE. A dicembre scorso la Commissione UE ha deferito l’Italia alla Corte di Giustizia chiedendo una sanzione di 62 mila euro (una tantum). Ha inoltre proposto, la Commissione, una sanzione giornaliera di 347.000 euro nel caso di non raggiungimento della piena conformità alla direttiva entro la data in cui la Corte emetterà la sentenza. I vari Governi succedutisi negli ultimi 20 anni se ne sono fregati degli investimenti nel ciclo idrico, reti, fognature e depurazione proprio mentre si stracciavano le vesti sul protocollo di Kyoto e gli effetti dell’aumento del riscaldamento globale.
Eppure le reti idriche, per il 60%, hanno più di 30 anni e influiscono per le perdite attorno al 35% a livello nazionale, con un 26% al Nord e un 45% al Sud. Inquietante l’atteggiamento del politicume quando indossa la grisaglia istituzionale insieme alle tecnocrazie a esso contiguo. Negli anni ‘60 fu progettata sulle Madonie un invaso, che doveva servire alle province di Agrigento, Caltanisetta ed Enna. Inizio costruzione nel 1989: per l’invaso del “Blufi” si spendono soldi a palate, ma non sarà mai realizzato. Berlusconi nella famosa serata del 2001, da Vespa, ne annuncia la realizzazione ma, la stessa, non avverrà mai. Sempre in opere idriche, e in Sicilia, troviamo la diga fantasma di Pietrarossa che doveva servire 21 mila ettari di terreno agricolo. Troviamo inoltre la diga fantasma dell’Ancipa gestita da Enel. In Calabria il “famoso lago Azzurro“, nel cuore della verdissima zona del Melito. Una storia iniziata negli anni ‘80 che doveva essere il più grande invaso del Sud e il terzo in Europa. Inserito, tra l’altro, dal Governo Berlusconi nelle opere strategiche nel 2001. Nulla!! Chissà come mai i vari governi, compreso l’attuale, non hanno nominato commissari straordinari per gestire queste opere che riguardano un settore vitale. Ne hanno creati ad hoc per alta velocità e autostrade varie!
Incredibile poi la storia iniziata nel 1984 del grande invaso Pappadai di Taranto. Spesi fino ad oggi 370 mln di euro. L’acqua doveva arrivare dall’invaso del monte Cutugno, che a sua volta riceve l’acqua del fiume Sinni. Di quest’opera resta oggi solo la sagoma di una discarica di rifiuti. La cosiddetta emergenza idrica mette a nudo tutta la incapacità delle classi dirigenti politiche nazionali e locali. Incapacità tollerata nel tempo passato ma inaccettabile oggi a causa  degli effetti esiziali che il riscaldamento globale genererà soprattutto al Sud, in termini di siccità, penuria di acqua, effetti sull’agricoltura, ma anche sulle aziende energivore. Una svolta per la vita che richiede da parte dei Governi equità nella ripartizione delle scarse risorse pubbliche e soprattutto riequilibrio negli investimenti, con priorità verso quelli che riguardano i sistemi idrici e, quindi, la vita biologica e sociale degli cittadini.

WhatsApp Share