Morte indotta

Economia
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A rischio gli stipendi di circa 8 mila addetti nelle imprese dell'appalto Ilva, a partire dal prossimo mese. Lo Stato-imprenditore non paga, le banche non concedono più credito e il sistema rischia d'implodere. Il fallimento della classe dirigente tarantina alla base della più funesta - e amorale -  forma di macelleria sociale nell'Italia repubblicana

Il sistema industriale tarantino muore. Nella sua complessità. Si tratta di una morte indotta dal Governo nazionale. Si sgonfia, come una bolla di sapone, il tessuto connettivo dell’economia jonica. Quello composto dalle piccole e medie aziende dell’indotto Ilva. Un intero distretto metalmeccanico, per dirla con le parole del professor Viesti, rischia d’implodere per ragioni che mal si coniugano con le scienze finanziarie. Il lavoro c’è, lo si realizza anche, ma lo Stato-imprenditore non paga. Così facendo, i crediti vantati dalle imprese diventano inesigibili. L’andazzo dura da troppi mesi. Le banche non prestano più denaro, salvo farselo avere per le proprie malefatte sempre dallo Stato, cioè da noi contribuenti. E gli stipendi da corrispondere agli oltre 8 mila addetti del settore, diventano a rischio. Già a partire dalla fine del prossimo mese.
Taranto non è solo Ilva e pantomime varie da celebrare tra governo e i nuovi proprietari di Arcelor Mittal. E’ anche altro. Gli esuberi previsti dai franco-indiani, riguardano oltre 3 mila dipendenti diretti. A questi potrebbero aggiungersi altri 8 mila addetti nelle imprese dell’appalto. Una macelleria sociale senza eguali nella storia contemporanea d’Italia. Una vicenda triste, che vede responsabilità diffuse tra tutti gli attori che a vario titolo, si fregiano del titolo di classe dirigente: ceto politico, mondo sindacale, sistema dell’informazione e rappresentanti delle associazioni di categoria. Taranto chiude, abbiamo scritto più volte dalle colonne di questo giornale. Dovrà essere davvero questo il nostro epilogo?