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Il processo per i Boc?

Economia
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Il tempo, ancora una volta, è stato più veloce della giustizia. La vicenda relativa ad una delle cause (forse la più importante!) che determinò il dissesto dell'ente civico, non potrà mai appurare se ci furono dei colpevoli

Al di là di come andrà a finire la vicenda giudiziaria (a restare “in piedi” è rimasto solo il procedimento civile in attesa di un verdetto definitivo), il caso del megaprestito da 250 milioni di euro ottenuto dal Comune di Taranto nel 2004 resterà uno dei peggiori incubi finanziari con cui la città dei due mari abbia mai avuto a che fare. Già, perché secondo i bene informati quell'operazione, che secondo i magistrati non andava portata a termine “sia per la mancanza dei presupposti legali sia per l'assenza di convenienza economica per l'ente civico”, ha rappresentato una delle cause del dissesto che ancora oggi frena la ripresa di una città specializzatasi nel non farsi mancare solo una cosa: i problemi.
La vicenda legata all'emissione dei BOC non ha fatto bene ad alcuno. Soprattutto ai politici. Del resto, nessuno ha mai pensato che costringere gli abitanti del capoluogo ionico a sopportare tassazioni salatissime per far fronte ad un debito di proporzioni spaventose avrebbe giovato alla popolarità dell'Amministrazione cittadina degli ultimi anni.
Ma adesso, dopo il recente pronunciamento della Corte di Cassazione che, nel rimettere gli atti al vaglio dei giudici dell'Appello, ha ribadito la nullità del contratto stipulato dall'ente civico e dall'allora Banca OPI, le cose potrebbero volgere al meglio con la concreta possibilità (sempre in caso di conferma della sentenza) di dare il via al piano di estinzione della procedura di dissesto economico. Quello stesso dissesto che fu dichiarato dallo scomparso commissario prefettizio dott. Tommaso Blonda il 17 ottobre di undici anni fa. Arco di tempo che ha fatto registrare inchieste, sentenze, condanne, assoluzioni e tanti interrogativi sull'opportunità di un'operazione di cui la politica non ebbe alcuna responsabilità, come statuito nelle aule del Palazzo di Giustizia.
All'epoca dei fatti, l'indice fu puntato anche contro il sindaco Rossana Di Bello ed il suo vice Michele Tucci. Entrambi accusati di aver ricoperto un ruolo apicale nella vicenda, furono assolti già al termine del processo di primo grado a fronte di una richiesta di condanna pari a 3 anni e 8 mesi di reclusione. Secondo l'organo giudicante, gli allora amministratori cittadini furono completamente estranei alla stesura e alla stipula di un accordo che si sarebbe tradotto in un impegno economico insostenibile  per il Comune (giusto per ricordare, il prestito sarebbe dovuto essere restituito in 25 anni con l'aggiunta di interessi sulla cui portata è meglio non soffermarsi).
Soltanto una volta messa a punto l'emissione dei BOC si realizzò che il Comune aveva “mani e piedi legati” a seguito della gravosità del contratto. Ai quei tempi in molti arricciarono il naso sollevando dubbi e perplessità che furono girati alla magistratura. Ma intanto quel fiume di danaro che sarebbe dovuto servire a sanare un bel po' di debiti pregressi e a finanziare progetti di investimento aveva rivitalizzato le esangui casse comunali. Quei soldi facevano sicuramente comodo (soprattutto per le spese correnti), ma il problema era che tutta l'operazione sarebbe stata viziata all'origine dall'assenza di due passaggi fondamentali: la delibera comunale che avrebbe dovuto autorizzare la stipula del contratto e l'approvazione del bilancio preventivo in cui dovevano figurare proprio i 250 milioni prestati dalla Banca OPI. Due falle enormi che cominciarono a far andare a fondo un'imbarcazione che già a malapena si reggeva a galla nonostante i sorrisi di facciata di chi era al timone.
La dichiarazione del dissesto fece il resto con l'automatico intervento della magistratura. Le indagini furono lunghe e complesse ed alla fine tirarono in ballo  oltre al primo cittadino ed al suo vice dell'epoca anche l'allora dirigente comunale Luigi Lubelli e cinque dirigenti dell'ex Banca OPI, quella che erogò il megaprestito. Al termine del processo di primo grado la condanna riguardò solo Lubelli ed altri due esponenti dell'Istituto di credito (Francesco De Francisci ed Antonio Cancellara) poiché ritenuti i veri artefici di un'operazione che non poteva essere conclusa. Per il resto degli imputati fu decretata l'assoluzione perché il fatto non costituiva reato. Tutto questo nell'ottobre del 2014, otto anni dopo la dichiarazione del dissesto.
Oggi di questa storia se ne torna a parlare per la sentenza emessa dalla Corte di Cassazione nell'ambito di un procedimento civile che deve ancora raccontare più di qualcosa. E quello penale? A che punto si è arrivati? Niente paura, non bisogna  attendere altre lungaggini per fornire una risposta. Quel processo è già arrivato al capolinea lo scorso luglio con una sentenza di non doversi procedere per intervenuta prescrizione del capo d'accusa (abuso in atti d'ufficio). Una prescrizione che, come la stessa Corte ha rilevato, sarebbe dovuta essere eccepita sin dal primo grado di giudizio. E non basta. Con la loro decisione, i giudici d'appello hanno pure eliminato le statuizioni civili che erano state messe nero su bianco nel corpo del verdetto emesso dal Tribunale tre anni fa. In pratica, quel processo (svoltosi nell'indifferenza e nell'anonimato più assoluti, come ebbe modo di sottolineare nella requisitoria del procedimento di primo grado il pubblico ministero dott. Remo Epifani) non ha raggiunto il suo scopo e cioè far capire se tutto si svolse secondo le regole o se ci furono colpevoli per quella che è stata ritenuta una delle maggiori delle cause del dissesto. Il tempo, ancora una volta, è stato più veloce della giustizia. Ma questa non è una novità.