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Distripark e Agromed, cronaca di una morte annunciata

Economia
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Un'inerzia che perdura da oltre un quarto di secolo, un nanismo progettuale che sconfina nei piccoli interessi di bottega: il fallimento economico - ed esistenziale - di Taranto ha precise responsabilità. Vanno allontanati i guardiani dal tempio prima che sia troppo tardi

Il fallimento economico di Taranto scorre attraverso una linea temporale lunga 25 anni. Un quarto di secolo passato a rincorrere il nulla, con il chiacchiericcio peloso promosso a nuova dottrina politica. Gli altri procedevano spediti verso il futuro, costruivano idee di successo, cambiavano verso alla storia dei propri territori e noi, con fare tracotante, con l’indolenza bagnata dall’umido dello scirocco, con la presunzione tipica dei mediocri, perdevamo senno e occasioni in egual misura. Una dopo l’altra. Di classi dirigenti degne di questo nome, neanche a parlarne. Ne siamo sprovvisti con divertita impotenza, con spavalda noncuranza, quasi fossimo preda di un rituale involutivo. Di un destino sacrificale. Nel 1993 lo Stato decise di aiutarci. Lo fece grazie ad una delibera Cipe (Comitato interministeriale per la programmazione economica, ndr) con la quale furono individuate risorse economiche per un valore pari a 250 miliardi di vecchie lire. Dovevano servire a far nascere Distripark, Agromed  e Agriland in un contesto geografico che, già allora, mostrava i primi segni di un’incipiente crisi economica. Di un modello produttivo monocorde non più autosufficiente, impegnato a trovare nuove soluzioni a problemi atavici. Taranto - e la sua provincia - divennero per i freddi codici ministeriali “area di crisi finanziaria”. Con il Distripark avremmo dovuto dotare il porto di una logistica di livello mondiale, considerata la vicinanza dello scalo jonico con Suez. Sappiamo com’è andata a finire: nello scacchiere mediterraneo, il nostro posto è stato preso da Atene e dal Pireo. Con Agromed, la seconda città pugliese si sarebbe ritagliata un ruolo nella valorizzazione e commercializzazione dei prodotti locali. Soprattutto quelli agroalimentari provenienti dalla vicina Basilicata. Agriland, invece, doveva definire un moderno sistema attraverso cui rilanciare il turismo locale. Siamo stati capaci di mancare miseramente tutti e tre gli appuntamenti, mostrando un’abilità in negativo che ha dell’eccezionale. Della serie: come sbagliare un calcio di rigore a porta vuota. Con l’andata via di Evergreen, il porto di Taranto conta praticamente zero. E’ la brutta copia di quello che poteva essere e non è stato. Vive in una dimensione domestica che stride con il concetto stesso di traffici marittimi. Si arrabatta, si difende come può dalle mire di un notabilato locale, capitalisti senza capitali, imprenditori molto prenditori e poco altro, che non sa più dove fare l’uovo. Costruzioni, appalto Ilva, trasporti, gestione dei rifiuti, le micro-alghe da ripopolare in Mar Piccolo e, adesso, anche la logistica. Facevano prima ad iscriversi ad una gara di decathlon! Tornando al porto: quando non sono i greci a farci le scarpe, ci pensano i cugini baresi. L’Interporto fatto nascere nel capoluogo di Regione pullula di attività legata alla logistica, genera affari per milioni di euro. E’ ormai prossimo alla saturazione. De Gennaro – l’imprenditore messo dalla politica a gestire l’infrastruttura adriatica – gongola. E, considerato il nanismo, i veti incrociati, la conclamata inaffidabilità dei suoi colleghi tarantini, avrebbe avanzato già richiesta per spostare sullo jonio le attività già realizzate nella sua città natale.
Quanto ad Agromed, la vicenda è ancora più paradossale. Un intrigo dalle tinte kafkiane. La Camera di Commercio, l’ente titolare per legge nel sovraintendere la realizzazione dell’opera, ha brillato in tutti questi anni per la sua beata inoperosità.

L’attuale governance, il suo presidente, hanno lasciato ammuffire in un istituto di credito i 10 milioni di euro messi a disposizione dallo Stato. Meglio veder crescere gli interessi, forse, che dotare il territorio di un’infrastruttura strategica, dal sicuro successo economico? Incredibile. Così come incredibile è la storia sull’area dove ubicare Agromed. In un primo momento, come si evince dalla foto della planimetria a corredo del presente articolo, doveva sorgere nei pressi dell’attuale mercato ortofrutticolo. Poi, come d’incanto, si decise di cambiarne la destinazione. E di spostare la stessa dalla statale 106 verso il comune di Massafra, in terreni di proprietà di un ex procuratore della Repubblica. Terreni non più espropriati ma, nel frattempo, con un valore patrimoniale considerevolmente aumentato. Cose che capitano. E, con questi chiari di luna, abbiamo anche la faccia tosta di parlare di Zes (Zone ad economia speciale, ndr)? Taranto e la Basilicata in un’unica Zes, senza un porto degno di questo nome, senza un vero vettore che operi e internazionalizzi lo stesso e, per giunta, con il progetto Agromed chiuso nel caveau di una banca? Tra l’altro: le Zone ad economia speciale, in Polonia, lì dove sono state istituite e pensate, non hanno avuto una crescita inflazionata come qui da noi. In Puglia ne doveva nascere una soltanto; quella relativa, per l’appunto, a Taranto in quanto “area di crisi economica”. E, invece, sappiamo bene quale piega abbia preso la cosa. Ne hanno usufruito tutti, da Foggia sino a Lecce. Con i porti di Bari e Brindisi – e non quello di Taranto – che reciteranno un ruolo di primissimo piano. Vero assessore Mazzarano? Pardon: ex.