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Mar, Dic

Braccia tornate all'agricoltura

Braccia tornate all'agricoltura

Economia

“Coltivare in modo sostenibile può significare mangiare “di meno” ma mangiare tutti e meglio, senza sprechi, ed anche a costi inferiori di quelli dell'attuale mercato”

Nell'epoca dell'industrializzazione forsennata e del modello americano dove pollo e insalata hanno lo stesso sapore, c'è chi resiste e va controtendenza, non per reazione ma per naturale esigenza umana: è questo il caso di diversi under 40 del Mezzogiorno come Domenico Sellitti, classe '81, che dopo le stagioni della giovinezza inscatolate in una valigia di cartone legata con lo spago e fragorosamente spacchettata a Valencia, dove ha lavorato nel campo del turismo per alcuni anni, ha deciso di fare marcia indietro e tornare nella sua terra d'origine per avviare un progetto così semplice, eppure così rivoluzionario: vivere di agricoltura con la vendita diretta dei prodotti, prendendo le ordinazioni tramite i social network, e portando la “spesa” direttamente a casa del cliente. E siccome far concorrenza ai colossi del mercato globale rimanendo a galla con le proprie risorse non è uno scherzo, abbiamo voluto parlarne con lui per conoscere i retroscena dell'agricoltura ambientalmente ed umanamente sostenibile di oggi.

Perché hai iniziato a fare l'agricoltore?
<< Ho deciso di intraprendere questa strada perché avevo la passione di far crescere le piante, quindi diciamo pure che avevo il “pollice verde”. Quando tornai qui a Taranto non mi fu possibile riprendere a lavorare nel mondo del turismo come facevo a Valencia, anche se sarei stato molto entusiasta di mostrare la mia città ai turisti. Non sapevo se andarmene via di nuovo o rimanere qua, quando vidi che ci sarebbe stata l'opportunità di ottenere finanziamenti europei per i nuovi imprenditori agricoli, trasformando in lavoro quel mio hobby della coltivazione. Per questo ho chiamato il mio progetto da coltivatore diretto “Arreterra”, parola palindroma dal dialetto tarantino “arret-terra”, ovvero “di nuovo alla terra”. >>

Originale l'idea del nome. E questi finanziamenti cosa ti hanno permesso di fare?
<< La nota dolente è che questi finanziamenti non sono ancora realmente arrivati, ma io ho iniziato comunque a lavorare da zero, non avendo terreni di famiglia. Fino ad oggi, ho reinvestito tutti i miei guadagni nei terreni che coltivo, ma nonostante tutto sono stracontento, perché la sera vado a dormire in pace ed al mattino posso guardarmi allo specchio: sto facendo un lavoro su cui nessuno può dire niente. >>

È vero che coltivi “Bio”? Le difficoltà non devono esser poche...
<< Sì, ho ottenuto la certificazione “Bio”, ma questo concetto può trarre in inganno; è molto relativo, perché lavorare in modo “bio” significa soprattutto inquinare il meno possibile. Non significa produrre cose completamente “pulite”, perché viviamo tutti in un ambiente inquinato. L'obiettivo deve essere quello di puntare sulla rigenerazione del terreno, anche se la cosa più difficile rimane quella di “combattere” con prodotti naturali ed organici i funghi, le piante infestanti, gli insetti, e le punture sui frutti: ma questa, noi, dovremmo percepirla come normalità. Bombardare le piante di agenti chimici per avere dei prodotti perfetti da esporre in vetrina, non solo priva di sapore il cibo, ma lo rende anche dannoso a lungo andare. Io utilizzo degli “aiuti” naturali che servono ad allontanare gli insetti come aglio ed ortica, od induttori di resistenza per far resistere la pianta alle malattie di origine: faccio le cose in maniera non distruttiva, senza riempire di concimi chimici i miei terreni agricoli. >>

Quindi c'è molto poco di “Bio” in un prodotto venduto in plastica o polistirolo, perfetto da guardare, ma che presenta l'etichetta di agricoltura biologica. La clientela come risponde al pomodoro “punto” che vendi? Qualcuno dei tuoi ortaggi dovrà pur sfuggire ad aglio ed ortiche.
<< Ai miei non ancora clienti dico: “Innanzitutto assaggialo pensando a quello che stai mangiando”: non ho mai ricevuto una reazione negativa, anzi... È normale che qualche pomodoro sia “punto”, guai se non fosse così. A volte capita di trovarsi davanti alla diffidenza, di chi magari non comprende perché il prodotto che vendo ha un costo leggermente superiore rispetto a quello del supermercato, ma se un anno e mezzo fa avevo zero clienti, perché ho iniziato a coltivare in aprile 2017, ho cominciato a vendere i miei prodotti agli amici per ricevere i primi feedback, e poi è tramite Facebook che la risposta è stata ottima, perché ho trovato tante persone interessate. Non mi aspettavo di ricevere una tale sensibilità, e non posso che esserne contento, avendo anche partecipato ad alcuni piccoli eventi. >>

I tuoi pomodori costano € 2,00/Kg, un prezzo esorbitante rispetto a quello di una bottiglia di passata di pomodoro industriale. Qui un pensiero è d'obbligo: cosa ne pensi del caporalato?
<< Il caporalato è una cosa che è “uscita” seguendo l'andazzo italiano: ce lo siamo inventati noi per guadagnare di più speculando sulle persone. Non esiste per quanto mi riguarda, poiché nella mia attività pago regolarmente e secondo legge i miei eventuali collaboratori. In questo periodo storico per poter vendere un prodotto ai prezzi stracciati che vediamo, risparmiamo sulla qualità, sui fertilizzanti chimici, e quindi anche sfruttando la manodopera. In uno Stato normale non dovrebbe esistere tutto ciò. >>

Di cos'ha bisogno oggi un agricoltore?
<< Un agricoltore oggi ha bisogno di un'amministrazione statale alle sue spalle che sia in grado di semplificare. Io sono coltivatore diretto, non imprenditore agricolo: il fatto che non abbiamo ricevuto i finanziamenti europei ha dell'incredibile. L'agricoltura è un settore sempre insicuro: una grandinata può distruggere il lavoro di un anno. Abbiamo bisogno di essere aiutati in questo, come anche nell'acquisto di macchine e mezzi di lavoro. >>

Quali sono i tuoi progetti futuri?

<< In futuro mi piacerebbe non rimanere soltanto al prodotto fresco, ma seguire gli step successivi, quindi trasformarlo artigianalmente e poi venderlo. Il problema rimane quello di inserirsi in questo mercato. Sensibilizzare, lavorare con le persone, cercare di continuare a “fare cultura” in questo senso, ampliando la clientela con l'apertura di un punto vendita. >>

La sfida dell'Unione Europea sarà quella di riuscire ad adottare una politica agricola in grado di valorizzare l'etica e la qualità della produzione, non relegando l'acquisto di alimenti più sani alle “élite” di alcuni strati sociali (reddituali!). Coltivare in modo sostenibile può significare mangiare “di meno” ma mangiare tutti e meglio, senza sprechi, ed anche a costi inferiori di quelli dell'attuale mercato: il consumismo continua a remare contro le buone intenzioni di chi ci crede, ma a sentire gli strilli apocalittici di geologi, meteorologi, agronomi, l'inversione di marcia obbligatoria sembra distare meno di un secolo.