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Lun, Nov

“AMBIENTE SVENDUTO”, LA CASSAZIONE DICE “NO” AI PATTEGGIAMENTI

“AMBIENTE SVENDUTO”, LA CASSAZIONE DICE “NO” AI PATTEGGIAMENTI

Ilva

Nonostante il P.G. avesse dato parere favorevole, la Suprema Corte ha ritenuto inammissibili i ricorsi che “ILVA Spa” e “Riva Forni Elettrici” avevano presentato contro la precedente decisione della Corte d'Assise tarantina

Nonostante il periodo festivo, la vicenda ILVA riserva novità su tutti i fronti. Mentre il “braccio di ferro” fra il Governo e le Istituzioni locali continua in attesa che la situazione possa sbloccarsi (magari) prima dell'incontro previsto il prossimo 10 gennaio al Ministero dello Sviluppo Economico, anche il procedimento “Ambiente svenduto”, quello che vede sotto accusa il colosso siderurgico tarantino per disastro ambientale, trova il modo per far parlare di sé.
Questa volta, l'occasione per tornare ad occupare la ribalta della cronaca è fornita dal pronunciamento con cui la Corte di Cassazione ha respinto il ricorso che era stato formulato contro il rigetto della richiesta di patteggiamento avanzata da “ILVA Spa” e “Riva Forni Elettrici”. Una vera e propria “mazzata” soprattutto se si pensa alla “via libera” che proveniva dal Procuratore Generale, il quale il mese scorso si era detto favorevole all'accoglimento delle istanze delle due società.
Niente da fare, quindi, per le due aziende che speravano di poter uscire dal maxi-processo che si sta celebrando a Taranto. Niente da fare per le due aziende che avevano cercato di definire le rispettive posizioni con proposte che prevedevano, complessivamente, il pagamento di 245 milioni di euro. Una somma che però, già lo scorso giugno, a giudizio dei magistrati della Corte d'Assise del capoluogo ionico non fu ritenuta congrua a fronte della gravità di reati (come l'avvelenamento di sostanze alimentari) per i quali, tra l'altro, non si può prevedere il patteggiamento.
Stando a quanto si è appreso, la Suprema Corte ha ritenuto inammissibile il ricorso presentato dai commissari Gnudi, Carrubba e Laghi (negli interessi di “ILVA Spa”) e dal rappresentante della “Riva Forni Elettrici” ed ha condannato i ricorrenti al pagamento delle spese processuali. Le ragioni alla base della decisione saranno depositate nei prossimi mesi, ma non appare azzardato ipotizzare che la Cassazione abbia aderito alle motivazioni con cui l'Assise tarantina (all'epoca presieduta dal dott. Giuseppe Licci, a latere la dott.ssa Elvia Di Roma e sei giurati popolari) la scorsa estate non permise alle due società di accedere al rito alternativo.
Per dovere di cronaca, va precisato che la proposta di patteggiamento avanzata per conto di “ILVA Spa” prevedeva otto mesi di commissariamento giudiziale, 241 milioni di euro a titolo di confisca (quale profitto del reato commesso fra il 2009 ed il 2013) ed altri 2 milioni come sanzione; mentre, “Riva Forni Elettrici” aveva chiesto di poter chiudere i conti con la giustizia pagando 2 milioni di euro. Pene che però erano state giudicate dalla Corte d'Assise “inadeguate e non affatto rispondenti a doverosi canoni di proporzionalità rispetto alla estrema gravità dei fatti oggetto di contestazione.” Fatti che, va ricordato, sono attualmente al vaglio del maxi-processo che, celebrato nell'aula-bunker della Corte d'Appello, riprenderà le proprie udienze il prossimo 9 gennaio con l'esame di altri testimoni.