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Gio, Ott

Chiusura Ilva: posizioni a confronto

Chiusura Ilva: posizioni a confronto

Ilva

“Vi siete mai chiesti quanto costa, a noi tarantini, un chilo di acciaio? Non ci riferiamo ai costi della semplice produzione; vi chiediamo quanto costi in termini di distruzione”. Questo nella lettera inviata da “Genitori Tarantini” a “L’Eco di Bergamo” che ha pubblicato un articolo lo scorso 19 maggio titolato “Se chiude l’Ilva paghiamo tutti”. Pubblichiamo inoltre le dichiarazioni del Presidente di Confindustria Taranto, Vincenzo Cesareo: “Pur nel rispetto delle diverse opinioni, riteniamo che la chiusura, invocata erroneamente come se fosse realmente la risoluzione di tutti i mali, non farebbe che aggiungere povertà ad un territorio già dilaniato da una crisi visibile a tutti, e che coinvolge tutti i settori”. Proponiamo, volutamente insieme, punti di vista diversi sul futuro dello stabilimento siderurgico e di Taranto per alimentare un confronto che si auspica possa essere sempre costruttivo e svolgersi in un clima di reciproco rispetto

Genitori Tarantini. “Editore, Direttore responsabile, Caporedattore e Redazione tutta de “L’Eco di Bergamo”, riteniamo l’articolo da voi titolato “Se chiude l’Ilva paghiamo tutti”, pubblicato in data 19 maggio 2018, offensivo per l’intera comunità pugliese. Come tarantini, ancor più profondamente e duramente censuriamo le vostre parole. Queste sono talmente sciagurate da non trovare la benché minima giustificazione.
Da anni la comunità tarantina paga un prezzo altissimo, insopportabile per quella produzione che, secondo voi, è di supporto anche all’economia del nord. Vi siete mai chiesti quanto costa, a noi tarantini, un chilo di acciaio? Non ci riferiamo ai costi della semplice produzione (a questo sapreste rispondere in un secondo, immaginiamo); vi chiediamo quanto costi in termini di distruzione. Quanto costa in vite umane? Quanto in malattie e spese sanitarie? Quanto in tumori in ogni parte del corpo, senza distinzione di sesso e età? Quanto in gravi patologie cardiovascolari? Quanto in quelle respiratorie? Quanto in viaggi della speranza, quasi sempre diventata disperazione? Quanto in casi di depressione? Quanto in casi di infertilità maschile e femminile? Quanto in bambini nati già malati, nati morti o mai nati? Quanto in offese alle tombe dei nostri morti, deturpate dall’infinita impronta del rosso-ruggine maledetto? Quanto in diritti negati, soprattutto ai bambini? Quanto in territorio offeso? Quanto in giovani che partono per colpa di un’industria che crea disoccupazione? Quanto in agricoltura e allevamento negati? Quanto in mare violentato? Quanto in inquinamento che toglie il respiro? Quanto in futuro negato ad un’intera provincia di questa nazione? Quanto in sfregi alla bellezza e alla Storia? Quanto costa in tradimenti della Costituzione della Repubblica italiana? Voi, invece, vi preoccupate delle ricadute economiche sull’Italia del nord”. “Vogliamo ricordarvi che l’area a caldo di Genova venne chiusa perché procurava morti e malattie ad operai e cittadini. Quella stessa area di produzione venne trasferita a Taranto e fu, per le stesse ragioni, l’oggetto che mosse la Magistratura tarantina ad ordinarne il sequestro senza facoltà d’uso. Voi dichiarate discutibile l’intervento dei giudici; i governi italiani lo hanno calpestato con ben dodici decreti legge, prevedendo, tra le altre cose, l’immunità penale per i commissari e anche per i futuri acquirenti. Cose da quarto mondo!
Impianti talmente vetusti da cadere a pezzi non potranno mai garantire (e già da decenni non garantiscono) sicurezza e salute sia per quei 14.000 dipendenti che richiamate nell’articolo, sia agli abitanti di un’intera provincia, senza parlare di quelli delle province limitrofe. E nessun riferimento alle percentuali di malattie e morte per danni riconducibili all’inquinamento industriale che riguardano il territorio tarantino. Dal vostro articolo, però, ricaviamo una conferma alle certezze che già nutrivamo. Siete talmente aridi da calpestare il sacrificio di esseri umani, vostri connazionali fino a prova contraria, per continuare ad essere assistiti. Perché la verità è che avete sempre condannato il sud per quella parte d’Italia propensa all’assistenzialismo. In realtà, dopo aver depredato in maniera vergognosa il sud, ancora oggi chiedete sacrifici, non importa di quali entità, a noi per continuare ad essere assistiti a nostre spese”. Questa una parte della lettera inviata da “Genitori Tarantini” a “L’Eco di Bergamo” che ha pubblicato un articolo lo scorso 19 maggio titolato “Se chiude l’Ilva paghiamo tutti”.

Pubblichiamo inoltre parte dell’intervento del Presidente di Confindustria Taranto, Vincenzo Cesareo, sulla vicenda Ilva. “Attorno al risanamento o alla chiusura dell’Ilva di Taranto si rincorrono in questi giorni – anche a seguito della stesura oramai ultimata del contratto di Governo – voci contrastanti e in alcuni casi anche molto confuse.
Ritengo che un po’ di chiarezza, considerato che si parla del futuro del nostro territorio, non guasterebbe. Confindustria ha sempre ribadito, anche a mezzo stampa in queste ultime concitate ore, la sua netta contrarietà alla fermata dello stabilimento e continua a sostenerne fortemente le ragioni.
Pur nel rispetto delle diverse opinioni, riteniamo infatti che la chiusura, invocata erroneamente come se fosse realmente la risoluzione di tutti i mali, non farebbe che aggiungere povertà ad un territorio già dilaniato da una crisi visibile a tutti, e che coinvolge tutti i settori.
E mi fermo qui, attendendo che chi è di parere diverso mi possa spiegare – però portandomi a conforto risorse, strumenti e cifre, senza parlare di fantomatici accordi di programma (come se mettere giù un accordo fosse già una soluzione) – come poter impiegare una forza lavoro di 15mila e passa unità, se consideriamo anche l’indotto. E dovrebbe anche spiegarmi che fine farebbe il risanamento ambientale, finora strettamente legato alla prosecuzione dell’attività.
Abbiamo tutti, credo, sotto gli occhi, vicende di aziende dismesse che ancora oggi, dopo diversi lustri, non trovano soluzione per il ricollocamento al lavoro dei loro ex dipendenti, trascinati stancamente da un anno all’altro fra ammortizzatori sociali e soluzioni stiracchiate e temporanee. E siamo, in questi casi, nell’ordine delle decine, delle centinaia di unità nei casi più gravi. Abbiamo sotto gli occhi, sul piano del risanamento, il caso Bagnoli, reale ed emblematico. Altro aspetto, che in questo momento mi preme ancor di più, che coinvolge (e sconvolge, purtroppo) tutta la comunità, è la sicurezza: la tragedia dello scorso 17 maggio ha riproposto in tutta la sua drammaticità una questione che non si può lasciare all’improvvisazione, ai rinvii, ai provvedimenti- tampone. Bene ha fatto il governatore Emiliano a porre l’accento sulla necessità di controlli con vigore e convinzione; bene, a loro volta, i sindacati, che attorno alla questione si sono ritrovati, con un coro unanime, a pretendere un intervento deciso da parte dello Stato, chiamando in causa anche il Presidente della Repubblica.
Basterà? Non lo so, ma la questione è prioritaria, non più derogabile, vitale nel senso letterale del termine, come lo è quella del risanamento ambientale della fabbrica, che è l’altra faccia della stessa medaglia, perché la sicurezza non contempla solo la solidità e l’affidabilità degli impianti, ma anche l’impatto che gli stessi hanno nell’ambiente circostante.
E’ questo l’aspetto che più di altri, in questo momento della travagliata storia del nostro stabilimento, preme con più forza, e su cui dovremmo tutti concentrare le nostre istanze. Dovrebbe essere questa la nostra conditio sine qua non per poterci dichiarare almeno parzialmente tranquilli rispetto alle sorti della nostra comunità, perché nella fabbrica ci sono i nostri giovani, i nostri parenti, i nostri amici”.
“Infine, pur tralasciando altri aspetti che in questo momento meriterebbero altro spazio, esprimo la solidarietà mia e di Confindustria Taranto al sindaco Melucci per l’aggressione di giovedì scorso: ho atteso che allo stesso arrivassero delle motivazioni e delle scuse plausibili, e non sono arrivate, anzi. Leggo post in cui si tende a giustificare quanto accaduto, e tutto ciò è grave, inammissibile, privo di qualsiasi senso. La città ha bisogno, pur nelle diverse opinioni, di trovarsi unita, anche a discutere ed infuriarsi. La violenza, sia essa verbale che fisica, divide e non risolve. Semmai, complica uno scenario già fin troppo complesso e faticoso, sulla cui soluzione tutti, nessuno escluso, dovremmo lavorare”.