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Mar, Giu

Il Sud e la banca negata

Il Sud e la banca negata

Economia

Breve - e documentata - storia sulle privatizzazioni nel nostro Paese a partire dagli anni '90. La scomparsa del Mezzogiorno dai radar nazionali trova compimento e definitiva realizzazione in quel preciso periodo storico. Ridicolo, oggi, il governatore Emiliano con la sua proposta sull'unificazione dei tre istituti di credito popolari pugliesi. Per deliberare bisogna conoscere, ripeteva Luigi Einaudi. Capito, Big Michele?

Lo scorso anno fu tenuto un convegno al Senato sulle privatizzazioni degli anni ‘90. Sarebbe più corretto parlare di bottino delle privatizzazioni all’italiana. Privatizzazioni che non hanno prodotto nessuno dei risultati che con grande enfasi avevano descritto i promotori. Quella folla di liberisti catturati dal dogma dello Stato minimo, dalla efficienza del mercato autoregolato e del “privato è bello”. Predazione della proprietà pubblica, che non ha fatto diminuire il debito pubblico e non ha fatto nascere un azionariato diffuso, costarono in maniera abnorme le succulenti commesse pagate alle banche d’affari internazionali coinvolte nelle privatizzazioni. Venti anni di crescita asfittica e pari, a poco più del 5%, può essere imputata alle privatizzazioni senza liberalizzazioni? In questo Paese dei poteri deviati mai è stata fatta una vera inchiesta sulla predazione della pubblica proprietà in quegli anni. Chi ci ha guadagnato? Chi ne ha elaborato le linee guida ? Perché nessuno ha pagato per lo smantellamento della industria pubblica - compresa quella del credito?  Un convegno sullo Stato azionista, prima della crisi del 2008, sarebbe stato classificato come scandaloso dai tanti riformisti alle vongole o figli del sogno escatologico. o, peggio, prezzolati esecutori di potenti grumi di potere finanziario nazionale e internazionale. La grande bugia propalata in quei anni fu che la ritirata dello Stato dall’economia era la premessa per una forte spinta allo sviluppo, una minore corruzione e una maggiore efficienza. Si confrontavano due strategie: quella di Guido Carli e l’altra di Giuseppe Guarino. Carli mirava a collocare sul mercato internazionale i titoli del debito pubblico e le privatizzazioni rappresentavano una operazione di lifting per la ricerca di credibilità verso i poteri della finanza mondiale. Di industria e servizi pubblici fu fatto uno “spezzatino”. Solo giganti come ENI e Finmeccanica sopravvissero a quella incredibile svendita e frammentazione. Il “Piano Guarino”, invece, mirava a fare privatizzazione con liberalizzazione al fine di costruire grandi gruppi. Attraverso la collocazione dei titoli soprattutto all’estero si generava un potente vincolo estero. Era convinzione che il capitale di rischio, sempre problematico in Italia, sarebbe afflusso dal mercato.  
Dopo un quarto di secolo - e dopo che le società pubbliche sono state trasformate in società per azioni - lo Stato ritorna alla sua vecchia vocazione con il Governo Gentiloni che ha impegnato nel decreto salva banche 20 miliardi di euro per salvare MPS, Popolare di Vicenza e Veneto Banca. E, da ultimo, per aiutare le banche a liberarsi dei crediti in sofferenza (prestiti erogati e che non sono esigibili come crediti dubbi, incagli, sofferenze. Conosciuti con la sigla NPL: Non Performing Loans). L’elemento da sottolineare è che negli ultimi 80 anni mai si è verificato che lo Stato abbia versato, in una unica soluzione, una tale cifra a Iri, Eni, Enel, Efim, Egam. Mai!!! Il decreto salva banche di Gentiloni dimostra che le crisi bancarie non possono essere risolte attraverso un prevalente finanziamento privato. IL fallimento del “Fondo Atlante” costituito con i capitali di banche, assicurazioni e fondazioni pari a 3,4 mld è stato totalmente assorbito per colmare il capitale mancante di Veneto Banca e Popolare di Vicenza è li a dimostrarlo. Nel 2000 l’Ufficio Studi di Mediobanca, per conto della Camera dei Deputati, fece un primo bilancio delle privatizzazioni. Una analisi che ebbe pochissimo eco. Si era del dogma liberista e della scientificità della teoria economica, che si era illusa di leggere il futuro con modelli matematici. Addirittura sviluppando una branca, l’econofisica applicata ai mercati finanziari. L’econofisica è l’applicazione dei metodi tipici della fisica allo studio del mercato finanziario, considerato come un sistema complesso (Stanley Boston University, Medaglia Boltzmann 2004).
Questo moto pendolare dello Stato nell’economia, presente fino agli anni 90, uscito con le privatizzazioni e rientrato con il decreto salva banche necessiterebbe di una lettura critica di quegli anni e delle privatizzazioni fatte. Quale l’elemento principale che emerse dall’analisi citata di Mediobanca? “Il rendimento cumulato delle partecipazioni al netto del costo, anch'esso cumulato, dei fondi di dotazione rispetto al rendimento dei titoli di Stato. Mediobanca ne ricavò un saldo positivo per lo Stato imprenditore nel suo complesso” (fonte Senatore  Mucchetti, ex presidente Commissione Industria Senato). Emblematico il caso del vituperato Iri. Fu terminata la liquidazione nel 2002 e con il  bilancio finale furono 20 i miliardi acquisiti dallo Stato. Insomma questo vituperato Stato, per i cosiddetti riformatori degli anni ’90, presenta numeri che non giustificavano la damnatio memoriae di cui è stato fatto oggetto. Le privatizzazioni hanno prodotto l’aumento considerevole della capitalizzazione di Borsa, ma questa non ha aiutato a ricapitalizzare le società quotate. Tra il 1995 e il 2016 la  Borsa italiana ha drenato dalle società quotate qualcosa come 346 miliardi, al netto delle nuove emissioni (fonte CONSOB). Nel 2003, dopo 70 anni, fu sciolto l’Istituto di Ricostruzione Industriale che aveva assolto al suo impegno statutario, ovvero la restituzione ai privati delle società in grave difficoltà a causa della grande crisi del 1929. Iri privatizzata, Efim liquidata, Eni venduta per quote. Poi le tre banche di interesse nazionale (il 73% del sistema bancario era in mano dello Stato), la rete telefonica e le Ferrovie dello Stato. Si tratta di vedere quale è stato il guadagno dell’Italia. Capire se quel grande patrimonio imprenditoriale pubblico fu venduto rispettando l’interesse degli italiani. Inquietante resta la vicenda del Banco di Napoli venduto alla BNL per 61 mld e da questa rivenduta a IMI San Paolo per 3660 mld di lire. Il salvataggio della BNL attraverso il saccheggio del Banco di Napoli. Capitale sociale azzerato nel 1996 e, poi, ricapitalizzato il Banco senza riconoscere nulla al diritto di opzione dei vecchi soci: tra cui la Fondazione Banco di Napoli. Il Sud ancora oggi sconta l’assenza di una Banca che promuova lo sviluppo del territorio.