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"Politiche attive del lavoro:indispensabili"

Economia
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Accordo di programma per ogni settore e un piano assunzionale per il lavoro pubblico.Il Segretario Generale della Uil di Taranto, Giancarlo Turi, fa un'analisi dell'attuale situazione economico-occupazionale, prodotto delle fallimetari scelte degli ultimi anni.Un invito ai futuri amministratori a dar vita a organismi ad hoc per programmare, piuttosto che limitarsi a difendere l'occupazione

Valutando le politiche sul lavoro degli ultimi anni, un dato è incontrovertibile: le misure congetturate dai diversi governi che si sono alternati alla guida del Paese nel corso della crisi (2008-17) si sono rivelate, tutte, inadeguate a risolvere il problema che si erano prefisse di affrontare. Dal liberismo spinto di Berlusconi, al rigorismo di Monti, per giungere all’introduzione di dosi massicce di flessibilità infarcite di generosi incentivi previdenziali a favore delle imprese: nulla è servito a invertire il trend, soprattutto al Sud.Con il 2017 si chiude un decennio di bassa crescita economica (l’economia dello zerovirgola) che segna la fuoriuscita dalla stagnazione, ma già all’orizzonte si profila un nuovo modello di sviluppo (industria 4.0) che potrebbe generare scarsa, o addirittura, nessuna occupazione.Anche il partito di governo si divide sul tema: gradualisti, da una parte, massimalisti dall’altra. La differenza si sostanzia nel ruolo dello Stato nell’economia. I primi si affidano al mercato sostenuto da investimenti pubblici (Masterplan, patti regionali), i secondi ricorrono alla ricetta classica di un intervento diretto dello Stato con un piano straordinario di assunzioni.La situazione si complica ancor più se si considera che la cessione di sovranità all’Europa sul tema ci priva di molte leve che vanno armonizzate con l’Ordinamento sovranazionale per evitare di incorrere in qualche procedura di infrazione.Attenzione, però, la dimensione del problema è di tale drammaticità che deve coniugarsi con la variabile tempo. I numeri ci dicono che, nel corso della crisi, abbiamo perso molto terreno dall’Europa, doppiando le quantità, ma ci siamo allontanati anche in termini prospettici. Siamo, ormai desolatamente ultimi o penultimi (non fa molta differenza) in Europa per investimenti nei settori dell’istruzione, della ricerca e per numero di laureati.
In sostanza, preoccupa molto il presente, ma inquieta ancor più il futuro proprio per l’assenza di politiche che siano in grado di inquadrare il problema con un approccio ampio e profondo. In tale ottica, va evidenziato che l’ambito che trattiamo è estremamente complesso in quanto si fonda su un vero e proprio sistema composito, fatto da una moltitudine di segmenti che interagiscono l’uno con l’altro. Il riferimento è a quel sistema di welfare state che ricomprende sia le fasi che anticipano il lavoro (misure di sostegno per chi ne è privo: reddito di dignità, assegno sociale, etc.), sia quelle che lo sostengono quando lo si perde (tutte le declinazioni della cassa integrazione), ma anche di tutte le misure sociali che devono sostenere la parte debole e più esposta al rischio esclusione rappresentata dai lavori espulsi dai processi produttivi.
Un’analisi corretta dovrebbe partire proprio dalla fase che lo protegge che è stata fortemente indebolita proprio dalla riforma del lavoro fortemente voluta dal Governo Renzi: quel contestatissimo Jobs act, rivelatosi, alla prova dei fatti, uno strumento non solo inefficace, ma anche divisivo, tant’è che le misure in deroga, ormai, non si contano più.
Ma, ad oggi, guardando al sistema radicatosi in terra jonica, ai gradualisti, corrente cui appartiene il Ministro De Vincenti, diciamo che ci siamo occupati efficacemente solo delle c.d. politiche difensive del lavoro (solidarietà e cigs per i lavoratori dell’Ilva, dell’Agenzia di somministrazione per quelli del Porto, e di altre misure, tutte compendiate nell’area di crisi complessa).
Il grande assente riguarda le politiche attive del lavoro, troppo flebili per essere apprezzate e prive di quelle misure tecnico – giuridiche in grado di determinare ricadute dirette sul territorio.Occorre, a nostro giudizio, un punto di osservazione autorevole (task force!) altrettanto autorevolmente diretto dalle Istituzioni del territorio che faccia sintesi dei bisogni, fotografando in tempo reale lo stato occupazionale dell’intera provincia. Disponiamo di dati aggiornati disaggregati per macro settori un anno dopo rispetto a quando si sono determinati.
Quanto, poi, alle regole che devono consentire alle opportunità che si determinano di andare a vantaggio dei lavoratori indigeni, sarà bene ricordare che il felice epilogo della vertenza Isolaverde si deve all’inserimento della clausola sociale all’interno della Legge n.20/2015 (c.d. legge per Taranto), che all’art.4 ne dispone espressamente la sussistenza.Ma parliamo di un unico ambito, quello delle bonifiche, tutti gli altri ne sono sforniti.
I tentativi di emularne gli effetti si sono infranti contro le posizioni ANAC, che ne hanno decretato la difformità rispetto alle norme comunitarie.Serverebbero, quindi, accordi di programma che ne scandiscano i contenuti nel senso auspicato, come necessiterebbe riordinare i diversi ambiti lavorativi sulla base della tipologia del lavoro svolto (c.d. bacini occupazionali) in modo da consentire la migrazione degli inoccupati non appena se ne determinano le condizioni.Il modello è già stato organizzato per i lavoratori del Porto con la costituzione dell’Agenzia, che sposa appieno tale principio. Un appello, dunque, alle istituzioni del territorio (Regione e Comune) per dotarsi di quegli strumenti che servono per cogliere tutte le opportunità di lavoro che si determinano.Tornando, invece, al piano straordinario di assunzioni pubbliche, Taranto attende che si bandiscano con immediatezza le procedure per assumere i duemila e più addetti alle professioni sanitarie (medici, paramedici, OSS) con procedure selettive territoriali.
Ma è l’intera Pubblica Amministrazione, compressa sia dalle politiche di spending che da un processo riformatore interrotto, che avrebbe bisogno di una profonda riorganizzazione. Rilanciare una politica corposa di assunzioni di lavoratori pubblici andrebbe nel senso dello sviluppo e di una seria risposta da dare ai tanti giovani alla ricerca affannosa di un posto di lavoro.
A Taranto, lo cerca, vanamente, ben oltre il 65% dei giovani in età compresa tra i quindici e i ventiquattro anni.
Lo spettro della disoccupazione si allontana con una nuova cultura del lavoro, a Taranto come nel Paese. L’incipit vale per tutti quelli che si candidano a svolgere azioni di governo.