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Lun, Dic

La "via della setta"

La "via della setta"

Economia

Già nel 2003 Stiglitz in “Globalization and its discontent” mostrava che la globalizzazione era in crisi. Serve la glocalizzazione: ovvero adeguarsi alle realtà locali con un sistema di produzione rispettoso delle leggi e degli usi delle tradizioni autoctone. Così facendo è possibile generare prodotti e servizi da vendere sul mercato internazionale. I settori strategici vanno messi al sicuro e, infatti, Gran Bretagna, Francia e gli Usa lo stanno facendo. Non gli italiani che hanno consentito la penetrazione in gruppi sensibili per la sicurezza nazionale. Un esempio per tutti è rappresentato da Ansaldo Energia

La via della seta, il nuovo mantra della politica con “il futuro alle spalle”, e la cui unica finalità è intercettare risorse pubbliche a prescindere. Antichi squali della politica utilizzano sempre lo stesso schema, per la strategia antica di predazione delle sempre più vuota  casse dello Stato: un convegno con qualche nome noto organizzato da un accademico, che ha dedicato la vita alla transumanza interpartitica occupando scranni ministeriali, europarlamentari, commissari straordinari e infine di presidente di Autorità amministrativa indipendente. In questi ambiti s’invita anche qualche ministro degli Esteri.  In seguito, com’è successo nei giorni scorsi, si mette sulla bocca dell’uomo del Quirinale la grande idea della “via della seta” , che dovrebbe attraverso il vincitore del confronto “Porto di Trieste “ vs “Porto di Venezia “ rappresentare la pietra miliare di un nuovo miracolo economico fondato sul commercio internazionale. Soppiantando porti efficienti e di storica importanza come Rotterdam, Anversa con retroterra portuale interconnesse con reti ferroviarie efficienti. E’ la seconda volta che mettono in bocca all’uomo del Quirinale una  come si dice oggi “fake news”:  tradotto,  in  vernacolare,  una “fine patacca”. La prima volta lo scorso anno quando, con eco mediatico vasto, l’uomo del Quirinale  battezzò il Freccia Rossa Milano/Roma che avrebbe impiegato due ore e venti e poi addirittura due ore per collegare le due città. Tutti possono verificare questa patacca consultando un orario di “freccia rossa 1000” senza fermate Milano/Roma. Impiega due ore e cinquantacinque minuti. Patacche equivalenti le affermazioni che questo treno possa raggiungere 400 Km/h e 360 di velocità commerciale. Una clamorosa inesattezza se non si aggiunge  che la velocità massima è quella consentita dalla linea e non quella connessa alla potenza dei motori e della corrente addotta dalla linea elettrica.
Passiamo alla patacca numero 2”! La via della seta, per l’appunto. Dove sta il problema? Nella constatazione non compresa dal pensiero stratificato della modernità, incapace di leggere i segni dei sistemi complessi e dei feedback non lineari, che caratterizzano il nostro tempo. Il mondo in cui viviamo oggi è in una transizione di fase! I dati comunque aiutano e segnano l’era della deglobalizzazione. Già nel 2003 Stiglitz in “Globalization and its discontent” mostrava che la globalizzazione era in crisi. Il commercio internazionale negli anni 90 cresceva di 2,5 punti percentuali quando il PIL mondiale aumentava di un punto percentuale. All’inizio di questo secolo del 2% e, oggi, viaggia intorno all’1%. Anche gli investimenti diretti esteri non di portafoglio sono dimezzati rispetto agli anni ‘90. La globalizzazione per avere qualche speranza di sopravvivere deve tessere trasformata in glocalizzazione: ovvero adeguarsi alle realtà locali con un sistema di produzione rispettoso delle leggi, degli usi delle tradizioni locali  generando prodotti e servizi da vendere sul mercato globale. La via della seta è intrinsecamente pericolosa se funzionale alla penetrazione/egemonizzazione cinese dell’Europa, in generale. La via della seta al di là degli asfittici scambi commerciali può  diventare  il cavallo  di troia, per i cinesi, ai quali interessa unicamente conquistare i brand italiani. I settori strategici vanno messi al sicuro e, infatti, Gran Bretagna, Francia e gli Usa lo stanno facendo. Non gli italiani che hanno consentito la penetrazione in gruppi sensibili, per la sicurezza nazionale, un esempio per tutti è rappresentato da Ansaldo Energia. La “via della seta“ avrebbe nelle intenzioni dei volponi politici veneti come sbocco il porto di Venezia, ma il confronto con il porto di Trieste è sempre più in accesa competizione.

Trieste potenzia e fa investimenti sul cosiddetto Molo VII e sulle banchine mentre Venezia punta tutte le sue carte sul porto offshore. Infrastruttura, quest’ultima, contrastata nei fatti dal presidente del Friuli, Debora Serracchiani, che teme danni per il porto di Trieste. Il porto offshore chiamato anche terminal d’altura ha ricevuto il via libera dal ministero dell’Ambiente nel 2013. Il costo dell’opera è stimato in 2,8 mld di euro, ma memori di come sono andate in Veneto i costi con lo scandaloso Mo.S.E. questi valori sono molto teorici Il progetto è stato fatto dalla società Thetis controllata dal Consorzio Venezia Nuova: la società dello scandalo Mo.S.E. I soldi saranno messi dallo Stato, ai sensi della legge speciale  del 1984 su Venezia. Una “via della seta“ in salsa veneta dopo lo scandalo del Mo.S.E., del progetto alta velocità Verona/Padova con costo di 4,1 mld del lotto di 44 Km Verona/Vicenza, della Pedemontana Veneta e,  terminando, con i 5 mld del decreto salva-banche per ricapitalizzare nuovamente la Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca, che comunque continuerebbero ad avere grandi problemi con 9,5 mld di sofferenze coperte al 50%. Quindi con 4,75 mld di perdite! Sarebbe davvero il caso di fermarsi a riflettere e ponderare evitando che, vertici istituzionali con evidente leggerezza, legittimassero esposizioni finanziarie dello Stato in un momento di estrema crisi come quella che viviamo, ormai, da un decennio.

Erasmo Venosi