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Sab, Ago

La terra del rimorso

La terra del rimorso

Editoriali di Vincenzo Carriero

Mittal salva Taranto condannandola. La grande finanza si prende gioco di noi perchè manchiamo di amor proprio e di una definita e condivisa idea di capitale sociale. Di monocultura dell’acciaio si può morire perché niente è per sempre. Tutto cambia, molto finisce con il trasformarsi nelle vicende umane così come in quelle produttive e industriali

Mittal salva Taranto condannandola. Ad un destino cieco e baro. Senza proposizione, senza amor proprio. Con l’autonomia e la dignità sacrificata sull’altare di un’eterogenesi dei fini estranea a se stessa. Comunque la si pensi, distante dai suoi desiderata. Il padrone ha deciso, un’intera città ha obbedito senza colpo ferire. La finanza statuisce, elucubra, la politica – e le sue ridicole rappresentanze (non) dirigenti – si genuflette. Una prassi del genere non cura la malattia, tende soltanto ad acuire i sintomi e a rinviare l’eventuale - ed infausto - epilogo. Trascinare un’idea morente, fuori tempo massimo, espulsa dalle specifiche dinamiche della storia, è comportamento malsano. C’è pavidità di ragionamento nel riproporre una minestra riscaldata, una soluzione coatta, una teoria forzata. Quanto altro tempo impiegherà il signor Mittal prima che volti nuovamente le spalle a Taranto? Qualche mese, forse un anno o due. Dopodiché saremo punto e a capo, in una sorta d’estenuante gioco dell’oca. Di monocultura dell’acciaio si può morire perché niente è per sempre. Tutto cambia, molto finisce con il trasformarsi nelle vicende umane così come in quelle produttive e industriali. Soltanto un gruppo dirigente cieco, crogiolatosi nella cultura dei prestatori di manodopera, del subappalto come modus operandi, può sperare che siano sempre gli altri a pensare per noi stessi. Che sempre quell’altro rischi al nostro posto. Ancelle per vocazione più che per intima opportunità, gli imprenditori jonici. Le ricette conservatrici poi, unite a quelle di una sinistra massimalista, convergono verso la reiterata messa in scena dello status quo. I populisti, di ogni risma, non fanno testo. Soffiano sul fuoco sperando che l’incendio divampi e cancelli ogni cosa, a cominciare dall’inettitudine del propri comportamenti. Concorso di idee per Taranto, Piano alternativo di sviluppo, rischiano di apparire espressioni vuote con gli attuali attori in campo. Cantieri navali, Università degli studi di Taranto (e non più di Bari, con il contentino della sede distaccata), sistema dell’agroalimentare in chiave apulo-lucana, mobilità cittadina intelligente (magari utilizzando le idrovie in una realtà attraversata da due mari anziché uno), un’adeguata strategia di potenziamento della rete infrastrutturale, recupero e trasformazione della Città Vecchia in una sorta di grande museo diffuso, sono alcune delle possibilità che si stagliano al nostro orizzonte. Ricette riformiste, dettate dal buon senso e dal governo competente della cosa pubblica. Basta con l’improvvisazione, riportiamo le leve del comando nelle mani della conoscenza. Solo così potremo mandare a quel paese i franco-indiani – o chi per essi la prossima volta che dovessero riprovarci…