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Mer, Lug

L'Italia è finita

L'Italia è finita

Editoriali di Vincenzo Carriero

Leggere l'ultimo rapporto dell'Eurispes per capire il perchè e il percome questo Paese stia implodendo. Che fine ha fatto la lezione gramsciana sull'intellettuale organico, elaborata dal carcere di Turi? La nuova linea gotica della militare suddivisione geografica tra i garantiti e gli abbandonati

L’Italia è finita, secondo lo scrittore Pino Aprile. A furia di contemplarne due, l’una assai diversa dall’altra, l’una per molti versi parecchio invisa all’altra, si rischia di non averne neanche più una. Il divario tra Nord – con la vocazione di un Centro aggregato – e  Sud si acuisce sempre di più. Lo certifica il 32° Rapporto Italia redatto dall’Eurispes – l’ente del Belpaese che si occupa di studi politici, economici e sociali. Nel periodo che va dal 200 al 2017, lo Stato ha sottratto al Mezzogiorno qualcosa come 840 miliardi di euro. Sempre nello stesso arco temporale, la popolazioni giovanile che ha abbandonato questa vasta area della nazione, per trasferirsi nelle grandi città del Nord o emigrare all’estero, supera le 2 milioni di unità Un vero e proprio stillicidio socio-identitario prima che economico e produttivo. Nel Paese troppo lungo – e stretto – per dirla con le parole di Giorgio Ruffolo, l’Italia rischia d’implodere. Di dissolversi per manifesta incompiutezza. E reiterato mercimonio della sua soporifera – e claudicante - classe dirigente. Sempre nel 2017, la spesa pro capite per ogni singolo cittadino del Centro-Nord è stata pari a 15.297 euro; il corrispettivo per un residente al Sud, invece, non ha superato gli 11.939 euro. Con un differenziale di 3358 euro, a svantaggio di quest’ultimi. Quasi a voler riproporre un’ideale linea gotica tra garantiti e abbandonati, tra gli italiani che viaggiano in prima classe e tutti gli altri. Il Quotidiano del Sud, diretto dal mio amico Roberto Napoletano (nomen omen, è proprio il caso di dire), ne ha fatto una ragione di strategia editoriale e amor proprio. Le due cose viaggiano spesso assieme, quando l’ideale non si lascia ingabbiare dello sterile opportunismo. Un Piano per il Sud, scrive, non esiste neanche nei sogni più reconditi di questo governo. Aggiungerei, per amore dei fatti, che anche quelli precedenti sognavano tutt’altro genere di cose. Il ceto politico, però, rappresenta soltanto il tratto terminale di questa deludente spirale. In quello che fu il Regno delle due Sicilie sono spariti gli intellettuali, non abbiamo più università d’eccellenza, progetti editoriali che travalichino i propri confini territoriali, imprenditori visionari. Prima della geografia, prima del potere - e delle sue posticce movenze - , prima di un prima che a furia di scovarlo si rischia di perdersi, è il pensiero, un fiero pensiero meridionalista e risorgimentale ad essersi liquefatto. La lezione gramsciana, elaborata dal carcere di Turi, quella dell’intellettuale organico, una modalità geniale per orientare il potere attraverso la persuasione culturale, l’abbiamo dimenticata. Proprio noi magnogreci e arabi che ne siamo stati gli estensori. Ma queste valutazioni, e deliri da teoria della nostalgia, non le troverete scritte in alcun rapporto dell’Eurispes. E il Sud sprofonderà sempre più a Sud di se stesso.