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Gio, Giu

Il Primo Maggio e il selvaggio di Kant

Il Primo Maggio e il selvaggio di Kant

Editoriali di Vincenzo Carriero

Non c'è il lavoro nella giornata che festeggia i lavoratori. La forza-lavoro si è trasformata in tele-lavoro senza aver riletto Marx. Libertà e Giustizia somigliano sempre più all'esperanto: una lingua artificiale, caduta in disuso

Non c’è il lavoro nella giornata che festeggia i lavoratori. Non c’è fortuna per i sostantivi (al pari degli artisti): gemelli diversi di una semantica parecchio involuta. Discesa negli inferi artificiali di un esperanto. Quest’anno il Primo Maggio è arrivato prima a negare se stesso. Prima della data segnata in rosso sul calendario. Prima delle libertà divenute un accessorio, orpello fastidioso per i nostri improvvisati governanti. Prima dei diritti retrocessi a rango inferiore rispetto all’eterna lotta con i doveri. Non c’entra il coronavirus. Non almeno nelle proporzioni che vogliono farci credere. Il processo di decostruzione dei nostri valori, di un’architettura novecentesca della socialità produttiva, di un rapporto liquefatto tra lavoro e profitto, parte da molto più lontano. Non bisogna aver letto a fondo l’opera di Jacques Derrida per esserne consapevoli. Inizia con la finanziarizzazione della nostra economia, con gli squali di Wall Street e della City di Londra impegnati nel farci credere che il virtuale potesse sostituirsi al reale. E finisce, rovinosamente, con l’inscriversi in quella spirale di lungo corso che sembra vicina ad arrestare la propria corsa, con il sopraggiungere di una sintesi nuova, poco conosciuta, in grado comunque di segnare uno spartiacque tra il prima e il dopo. Tra ciò che è stato e quello che sarà. Tra le nostre certezze e il dilagare di paure diffuse e di nuovo coniò. La rivoluzione industriale è lontana, il suo tempo sembra essere andato per sempre. E con essa anche le dinamiche e i conflitti interessati tra mondi non più così distanti. Non è un caso se associazioni datoriali e sigle sindacali hanno visto ridursi le distanze delle loro rivendicazioni programmatiche. Se la cogestione, vera forza del modello renano, meriterebbe una profonda riscrittura dello Statuto dei lavoratori elaborato da Gino Giugni il secolo scorso. La rivoluzione adesso assume le forme di una “dittatura sanitaria” per dirla con le parole di Marcello Veneziani. Il mondo è sottosopra senza poter distinguere chi sopravanza cosa. Il progressismo nelle sue varianti politico-culturali annaspa nell’epoca dei rigurgiti nazionalisti, libertà e giustizia sembrano essere assoggettate ad identità malferme e assolutismi vari, la forza-lavoro si è trasformata in tele-lavoro senza aver riletto Marx. Il lavoro che non c’è potrebbe riscattare se stesso solo nel passaggio dal singolare al plurale. Alla fine è sempre una questione di numeri. I lavori, la loro saldatura con i nuovi diritti che la modernità richiede, primo fra tutti quello alla salute, darebbe nuovo smalto, una rinnovata dignità, all’uomo che approccia alla Storia. In caso contrario, rischieremmo di apparire come il selvaggio di Kant. Colui che, al mattino, sentiva il suono della sveglia senza avere il senso del tempo.