11
Mar, Ago

TOGHE OPACHE

TOGHE OPACHE

Editoriali di Vincenzo Carriero

I domiciliari concessi questa mattina al procuratore capo di Taranto, Carlo Maria Capristo, rappresentano un fatto gravissimo. Per lo smacco arrecato all’istituzione guidata. Per la tenuta etica e democratica di Taranto: una città che meriterebbe migliori fortune. Aver scambiato la separazione dei poteri, con il protagonismo di certe procure, ha contribuito a rendere il nostro Paese un non-luogo della democrazia governante

Le indagini le lasciamo com’è giusto che sia ai giudici. A noi interessa più il contesto che si staglia attorno, l’analisi d’insieme. E allargare la visuale delle vicende giudiziarie alle sue implicazioni storiche e politiche. Alla dimensione localistica d’intrecci poco chiari. Alle zone d’ombra che stridono con l’afflato etico di chi dovrebbe sovraintendere l’applicazione – e il rispetto - della legge. I domiciliari concessi questa mattina al procuratore capo di Taranto, Carlo Maria Capristo, rappresentano un fatto gravissimo. Per lo smacco arrecato all’istituzione guidata. Per la tenuta etica e democratica di Taranto: una città che meriterebbe migliori fortune. Sotto tutti i punti di vista. La nostra cultura garantista ci porta a considerare un magistrato, al pari di chiunque altro, innocente sino a prova contraria. Sino a sentenza passata in giudicato, come si suole dire in questi casi. Ai giudici di Potenza l’onore - e l’onere - di provare le accuse gravissime rivolte ad un loro collega. Fare pressioni su un Pm, Silvia Curione secondo gli inquirenti, affinché questa perseguisse ingiustamente una persona per reati di usura che avrebbero agevolato tre imprenditori baresi, è molto più che un abuso di potere. Essere accusato di depistaggi nell’ambito delle indagini sull’Eni, assieme all’avvocato Piero Amara (arrestato, poi, nel febbraio di quest’anno), un’onta dalla difficile decifrabilità quando si è chiamati a guidare una Procura come quella di Taranto: sede del processo “Ambiente svenduto”. Nessun Codice Penale, in quanto compromesso discutibile tra fatto compiuto e reato perseguito, elemento di mera arbitrarietà delle umane possibilità, può spingersi sino alla soglia dell’insensatezza nefasta. Contemplarne la dirittura morale. Montesquieu era solito affermare: “Non c’è tirannia peggiore di quella esercitata all’ombra della legge e sotto il calore della giustizia”. La verità giornalistica e storica segue percorsi diversi da quella giudiziaria. Si spera paralleli: nel medio e lungo periodo. Quanto avvenuto negli ultimi anni alla Procura di Trani, luogo di lavoro dello stesso Capristo sino al 2017, le indagine e le sentenze truccate, le dichiarazioni rese da Antonio Savasta, magistrato radiato assieme al suo collega Michele Nardi, avrebbero meritato maggiore attenzione. Da parte di tutti. Da parte, soprattutto, del Csm: organo di autogoverno della magistratura. Dilaniato da una deriva correntizia peggiore della peggiore politica partitocratica. Con Tangentopoli, invece, abbiamo scambiato la separazione dei poteri con il protagonismo di certe procure. E il ruolo di molti giudici è andato progressivamente confondendosi con quello dei politici, in un gioco pericoloso – e limaccioso – tra accusatori e accusati. Carnefici e vittime. Complice una certa stampa che, grazie alla (sotto)cultura giustizialista che andava gonfiando le vele nella nuova antropologia del Paese, tutti siamo divenuti guardie e ladri di noi stessi. Lo disse molto bene Saverio Borrelli, a capo di quel pool di giudici milanesi che cambiò il senso della nostra storia contemporanea: “Vi chiedo scusa per il disastro seguito a Mani Pulite. Non valeva la pena buttare all’aria il mondo precedente per cascare poi in quello attuale”. Valeva la pena forse indicare, per i vertici della procura tarantina, un magistrato con un altro profilo. In attesa che la giustizia compia il suo corso.