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Dom, Lug

LA CLASSE CORPORALE

LA CLASSE CORPORALE

Editoriali di Vincenzo Carriero

Leggere Paolo Volponi per capire di non aver capito niente della crisi economica - e culturale - dell'ex Ilva. La vecchia ferriera non esiste più. E con essa la più becera contrapposizione della storia moderna: viene prima la salute o il lavoro? Attenti al capitalismo statalista, prepara la strada al totalitarismo

La vecchia ferriera non esiste più. Bastava farsi una passeggiata, questa mattina, dalle parti della direzione per rendersene conto. Emette gli ultimi vagiti alla stregua di un animale agonizzante, ferito a morte. La classe operaia – o Corporale, per citare un vecchio libro di Paolo Volponi – è evaporata. Dissolta nei numeri (lo sciopero, alla fine, è affare per pochi intimi!) e in quella che un tempo veniva chiamata la “coscienza di classe”. Se ne sono perse le tracce. Al pari degli (im)propri rappresentanti sindacali: più parte che possibile soluzione del problema. Fintamente riottosi gli uni con gli altri nella contrapposizione più becera che la storia moderna conosca: viene prima la salute o il lavoro…? La politica si dà appuntamento in insulse video-conferenze che hanno il merito (?) di parlarsi addosso con la prassi da remoto. Le istituzioni locali si tengono lontane da quella che, con linguaggio tecnico, si suole definire un’aporia: un problema, cioè, senza apparente soluzione. Lo Stato vorrebbe continuare a produrre acciaio. Farlo a Taranto, se possibile: la città degli equivoci. Dei facili protagonismi: ambientali e produttivi, fa lo stesso. Cambia poco. L’unica, in Italia, a contemplare una fabbrica con un’area a caldo. Cioè a ciclo integrale. Per giunta a ridosso di un quartiere popoloso come i Tamburi. Peccato che non può più permetterselo. Leggere Angelo Panebianco, sul Corriere della Sera di ieri, per comprenderne le ragioni. Quando il capitalismo fallisce bisogna soltanto prenderne atto. Voltare pagina. Dotarsi di una strategia di segno contrario. Oltre non c’è niente, se non la presa d’atto del mancato raggiungimento di un obiettivo. Lo statalismo – e l’economia pianificata – è un inciampo della storia. Qualcosa che lede non soltanto le libertà economiche, ma finanche quelle politiche e civili. Si veda il capitalismo governativo (un ossimoro che manda gambe all’aria lo studio di una disciplina come l’economia politica) di Cina e Russia per comprendere quanto breve, se non nullo, sia il passo dal dirigismo al totalitarismo. Da questa partita, alla fine, ne usciremo tutti sconfitti. Tutti, tranne Mittal. Gli indiani ci hanno messo nel sacco. Hanno ottenuto il possibile e il suo contrario: prima l’immunità penale – o licenza di uccidere, fate voi, tanto è uguale – e poi un contratto capestro, come affittuari degli impianti. Non hanno ottemperato ad una sola prescrizione ambientale, così come previsto nell’Autorizzazione integrale ambientale. Adesso chiedono anche un prestito di due miliardi a Conte & company, attraverso la Sace: la società di Cassa Depositi e Prestiti. Facile che ottengano anche quello. Nel frattempo che, scioperi e video-conferenze, consumino l’ennesimo cerimoniale. Un atto inerziale dalla dubbia validità.