Jack Lang e l'eccezione culturale che tanto servirebbe a Taranto

Editoriali di Vincenzo Carriero
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L'ex ministro francese dell'era Mitterrand - e la sua elaborazione di una politica del bello - dovrebbe essere studiato, osservato attentamente dalle classi dirigenti locali che dirigenti non sono. Le invettive blasfeme di sacrestie senza sacrestani verso chi, inopinatamente, e senza cercare il permesso, si discosta dalla linea tracciata alla base del nostro fallimento come comunità

Con la sua “eccezione culturale”, Jack Lang cambiò la storia della Francia. Diede al Paese transalpino il via per costruire il proprio futuro. Impresse un’accelerata al lento e ossequioso dispiegarsi del tempo. Un futuro che dovesse essere eminentemente culturale, pena la sua negazione. Non nel nozionismo acquisito o, peggio, vantato; ma nella prospettiva, nell’approccio al fallace disordine delle nostre vite sociali. Assieme al presidente Mitterrand, Lang fu ministro della Cultura. Erano i primi anni ’80 del secolo scorso, il socialismo francese viveva la sua età d’oro. Lo sperimentalismo nel mondo delle arti figurate, nell’architettura, nei testi teatrali, nella scienza urbanistica, poneva la politica al fianco dei grandi propositi. Tratteggiava scenari avveniristici, con provocazioni fascinose e a tratti immaginifiche. L’eccezione culturale, in fondo, altro non era che coraggio speranzoso in un avvenire alimentato dal bello. Una Francia bella, nell’accezione più ampia e nobile del termine, avrebbe garantito standard elevati di benessere, migliorato la qualità della vita e fatto prosperare gli indici di ricchezza economica. Si rispetta la diversità a partire dalla rivendicazione orgogliosa e alta della propria identità. Una sinistra di governo, riformista ed istituzionale, ha iscritte nel proprio codice genetico queste prerogative. Le destre si combattono non scimmiottandole, ma ascrivendo un profilo altro alla propria cifra programmatica.
Quanto sarebbe servita – e quanto servirebbe ancora – un tale idea meta-politica, a Taranto. Ma chi avrebbe dovuto farsene carico? Le sue classi dirigenti che dirigenti non sono? Le piccole invidie della camarille dello struscio, poste a guardia su via D’Aquino? Le invettive blasfeme di sacrestie senza sacrestani verso chi, inopinatamente, si discosta dalla linea tracciata? Tutti a ricercare il particulare rievocato da Gucciardini ci siamo dimenticati, nel frattempo, dell’interesse generale, inteso come salvaguardia del bene comune. L’eccezione culturale di Lang qui non è mai giunta. Da noi regna, semmai, la distruzione culturale. Una sorta di sconfinamento dell’animo umano nella terra di nessuno. Ha vinto il brutto, in tutte le sue sfaccettature. Rendersene conto soltanto adesso, quando rischiano di saltare alcune migliaia di posti di lavoro, non rende appieno l’idea del male inflittoci. Continuiamo a guardare la punta del nostro dito e ci dimentichiamo della luna che si staglia appena dopo.