Lo Stato-predatore che ha determinato il secondo dissesto finanziario per Taranto

Editoriali di Vincenzo Carriero
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Mancano 150 milioni di euro all'appello; somme che, qualora arrivassero, potrebbero salvare il sistema produttivo locale da un quasi certo default. Meno male che c'è la locale sezione di Confindustria, e il suo presidente in scadenza senza scadenza certa. Dopo il popolamento del Mar Piccolo con le micro-alghe, Cesareo troverà una soluzione anche per le imprese dell'indotto Ilva...

Taranto sta vivendo il secondo dissesto finanziario della sua storia moderna. A distanza di 11 anni dal primo, causato da una dilettantistica gestione delle risorse pubbliche a Palazzo di Città. Questa volta, invece, si rischia il default dell’intero sistema produttivo locale per precise responsabilità dello Stato. Uno Stato-predatore. Uno Stato-affarista. Uno Stato che promette e non mantiene. Uno Stato, insomma, che non fa lo Stato. In apparente - e prolungato - stato confusionale. Allora la signora Di Bello, sindaco glamour di una città messa in ginocchio dall’incipiente crisi industriale, con una discreta capacità decisionale, ma completamente digiuna di prassi amministrativa, determinò un indebitamento netto per le casse comunali di circa 900 milioni di euro. L’ammanco per le imprese dell’indotto Ilva è oggi inferiore, ma comunque consistente. Le aziende tarantine vantano crediti per un ammontare di circa 150 milioni di euro, non proprio due soldi in croce. La storia è risaputa, la conoscono tutti, anche il presidente della locale sezione di Confindustria: l’esperto di fama mondiale di micro-alghe da far proliferare in Mar Piccolo. Le realtà industriali che compongono la filiera dell’indotto Ilva hanno eseguito lavori, realizzato forniture per nome e per conto della gestione commissariale (cioè, per conto dello Stato!) riferibile al siderurgico in tutti questi anni. Si sono impegnati con le banche, con i propri dipendenti, con il mondo intero; e, di rimando, cos’hanno ottenuto? Promesse in luogo di soldi guadagnati legalmente e mai riscossi. Viaggi infausti a Roma, scale sante percorse in questo o quel ministero, un andirivieni estenuante ed umiliante per non concludere comunque niente. In ultimo il Governo, pochi giorni prima della fine dell’anno, ha staccato un assegno di 30 milioni di euro. Poca cosa! Un’inezia. Con quelle somme si avvia a parziale risoluzione, si pone un argine alla massa debitoria per ciò he concerne la sola gestione corrente. E il pregresso? E i crediti vantati e maturati negli scorsi anni? Quando avrà fine questa pantomima posta in essere non da un privato qualsiasi, ma dalle stesse autorità governative?
Non ci resta che consolarci con Mazzarano. L’assessore regionale alle Attività produttive, per l’ultimo dell’anno, ha voluto incontrare i lavoratori di una delle aziende maggiormente esposte. Con l’avvio della campagna elettorale un po’ di solidarietà, di sterile scenografia, di sinistra tutta falce & cazzeggio, torna sempre utile. Un passaggio, quello dell’altro ieri, concordato con la Confindustria tarantina: l’associazione di categoria che tanto si è spesa per la risoluzione del problema. Più di quello che hanno fatto, Cesareo e i suoi collaboratori non potevano. Di mezzo, non va dimenticato, c’è sempre il problema di come popolare di miro-alghe il Mar Piccolo.