La verità di Borges nel borgo umbertino di Taranto

Editoriali di Vincenzo Carriero
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Centro storico, parte nuova della città: cambia poco. Avanza il brutto, dilaga la sciatteria. Non è solo un problema di arredo urbano, manchiamo di un complessivo progetto di rinascita culturale. E, le nostre presunte èlite intellettuali, fanno ridere tanto sono impalpabili

Non solo la città vecchia, ma anche il borgo umbertino. Sembra non esserci alcuna soluzione di continuità nella sciatteria imperante che segna – e deturpa - il corredo urbano di Taranto. Alla vocazione per il bello, alla sensibilità per un’originalità mai banale, abbiamo sostituito l’inclinazione verso il brutto.  Per l’incuria che cammina sotto braccio al tempo che scorre, con fare inesorabile. Urban, Concorso d’idee, Piani particolari e altre amenità di questo genere, da noi sembrano non attecchire. Fanno bello il ministro di turno, il presidente di quell’ordine professionale piuttosto che il reggente dell’associazione di categoria tal dei tali. Discussioni cacofoniche e nient’altro. Avanspettacolo delle cavolate in libera uscita. Una sorte di asta permanente dell’indicibile.
Di bella, Taranto è bella. Molto bella. Tra le più belle città italiane. Personalmente ne sono irrimediabilmente innamorato. Peccato che sia tenuta malissimo. Peccato che non abbia un progetto complessivo d’identità urbana e culturale da coltivare con un minimo di cognizione futura. Mediocri le Amministrazioni che si sono succedute negli ultimi vent’anni (compresa l’attuale!), impalpabile la sua sedicente borghesia intellettuale. Siamo sprovvisti di avanguardie, di ceto medio riflessivo. Siamo pieni zeppi di retroguardie. Di qualsiasi genia. Di qualsiasi conio e sottospecie. Si passeggia per il salotto della città e sembra di essersi cacciati nel ripostiglio. Basta alzare lo sguardo verso l’alto, e staccarlo per un attimo dai display di quelle diavolerie elettroniche che si sono impossessati delle nostre vite. “Se guardi il cielo, ti avvicini più speditamente alla verità”, ci suggeriva Borges. Se guardi il cielo a Taranto, nel suo borgo umbertino, nella sua parte storica, avverti un senso di vertigine al contrario. Invece che sprofondare verso il basso, temi d’inabissarti negli interstizi del niente. Un niente omologante, abbandonato, alienante ed alienato.
Non c’è progetto di rinascita, idea di modernità, famigliarità da coltivare con il futuro senza cultura. Gli immobili – brutti, sporchi e cattivi – del centro cittadino ce lo ricordano. E la verità di Borges diviene nient’altro che un esercizio visivo.