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Gio, Ott

Nato il 4 marzo

Nato il 4 marzo

Editoriali di Vincenzo Carriero

Con il voto di ieri, siamo di fatto entrati nella Terza Repubblica. Adesso cambia tutto per la nostra democrazia. Potrebbe cambiare anche molto per Taranto. Un'intero ceto politico farebbe bene a ritirarsi a vita privata

Tutti sconfitti, tranne uno. Destra, sinistra e centro: spazzati via in un solo giorno. Con un unico voto, assestato al cuore del potere costituito. Un potere che durava da anni, immarcescibile. Capace di autoalimentarsi con ingordigia a partire dalla stagione di Mani Pulite. Il passaggio da Seconda a Terza Repubblica, adesso, può dirsi concretamente consumato. Entriamo in una fase nuova, senza alcuna certezza per l’avvenire. Niente più sarà come prima, la democrazia italiana s’avvia lungo un sentiero buio e impervio. Cambia la meccanica stessa di quella che si suole definire la costituzione materiale di un dato Paese. L’Italia è l’unica nazione europea nella quale, alla fine, la somma di partiti e formazioni politiche antisistema è sopra il 50% del consenso complessivamente attribuito. Messe assieme, le stesse, sopravanzano di gran lunga quelle di stampo moderato e cultura europeista. Altro che Grande Coalizione alla tedesca e governo riformista sulla falsariga dell’esempio francese, come qualche stratega - senza alcuna strategia - ha profetizzato sino a ieri notte. L’unico accordo plausibile, quello che darebbe forse un governo al Paese nello stato confusionale nel quale ci siamo relegati, è affare esclusivo ormai dei soli populisti. La luce possono accenderla – o spegnerla definitivamente –Di Maio e Salvini. Movimento 5 Stelle e Lega, assieme, superano abbondantemente la soglia del 40%: limite oltre il quale, il Rosatellum, una legge elettorale pessima, pensata per castrare i Cinque Stelle e finita con il castrare il funzionamento della nostra democrazia decidente, ti consente di avere una maggioranza nei due rami del Parlamento. Povero Mattarella, non vorremmo essere nei suoi panni. Dovrà giocare di fioretto, smussare gli angoli, rispolverare le virtù costituenti di una grammatica istituzionale fuori tempo massimo e fuori luogo. Sacrificata sull’altare della più imperante e tracotante improvvisazione.
Se restringessimo il campo d’osservazione alle sole realtà tarantina e pugliese, la vittoria dei grillini diverrebbe ancora più imbarazzante. Per tutti gli altri competitori della partita, s’intende. Nella nostra Regione, con oltre il 44% dei voti ottenuti (più di dieci punti percentuali rispetto al dato nazionale) i pentastellati si aggiudicano tutti i collegi uninominali disponibili. E’ un cappotto che non ammette repliche. Una cosa del genere avvenne, qualche anno fa, soltanto in Sicilia nel momento di massima ascesa di Berlusconi e della sua Forza Italia. Taranto passa dai sette parlamentari eletti nella scorsa legislatura (Pelillo, Vico, Finocchiaro, Duranti, Chiarelli, Furnari e Labriola) agli attuali tre: Cassese, De Giorgi e Turco. Questa flessione, come noi di CosmoPolis avevamo preannunciato, è figlia della scarsa consistenza del nostro ceto politico incapace d’imporsi in posizioni di rilievo nei listini del proporzionale.
Renzi e Emiliano asfaltano il Pd, e riducano l’opzione di una forza socialdemocratica nel nostro Paese ad una mera attività di testimonianza. La sinistra italiana, grazie a questi signori, grazie ai D’Alema e ai Bersani, ai Grasso che neanche quando faceva il magistrato ci entusiasmava, è ridotta ormai ad una riserva indiana. Farebbero bene, tutti quanti, a farsi da parte: la loro inadeguatezza all’impegno politico è ormai universalmente riconosciuta. Si spegne mestamente, un po’ come nello stile dello stesso personaggio, la stella di Raffaele Fitto. S’impegnasse nella sua Maglie e lasci perdere tutto il resto. In caso contrario, cambi mestiere. Nessuno sentirà la sua mancanza. Un discorso a parte merita Forza Italia e le scelte consumate dagli azzurri nella realtà tarantina. La politica non è improvvisazione, esercizio familistico del potere e pirotecnici salti nel buio. Serve competenza, padronanza del proprio ruolo, una qualche idea che non sia sola quella suggerita dalla società di comunicazione interpellata per l’occasione. Agire così, significa consegnarsi ogni volta a sconfitta certa.
Che ne sarà adesso del processo di vendita dell’Ilva? Di Maio & company, se chiamati alla prova del governo, manterranno i loro impegni? La fabbrica verrà chiusa? E, i fondi del Contratto Istituzionale di Sviluppo, circa 800 milioni di euro, arriveranno ancora da queste parti? Melucci continuerà ad operare nell’orbita di Emiliano, a definirsi orgogliosamente “suo uomo” (beato lui!)?, come egli stesso volle far saper appena eletto sindaco di Taranto. Con il voto di ieri cambia molto. Parecchio. Le certezze granitiche che resistevano si sono dissolte tutto d’un tratto, sono venuti meno i vecchi ancoraggi e le presunte protezioni. E i colpi di scena si apprestano a bussare alla porta. Con fare prepotente. Non chiederanno, questa volta, il permesso prima di accomodarsi.