Taranto e quella folle idea dell'azzardo

Editoriali di Vincenzo Carriero
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Abbiamo ancora un’ultima possibilità per tornare ad essere grandi. Essere la città dei moderni, sintesi tra Europa e Africa, capofila di un Sud operoso e per niente lagnone, dipende solo da noi. A fare la storia sono stati sempre gli irregolari

Taranto è posta dinanzi ad un bivio: pensarsi in grande – e agire, in tal senso – o abbandonarsi al destino cinico e baro. Terze soluzioni non ve ne sono, invischiati come siamo nelle polarizzazioni asfissianti e rozze. Perdite ulteriori di tempo ad arrancare dietro la mortificazione e i sotterfugi di vecchio e nuovo conio, a sostituire il possibile con il probabile, non rientrano più nel novero delle opzioni contemplabili. Dento o fuori, quindi. Di qua o di là, con un afflato verso l’avvenire. Un orizzonte ideale tutt’altro che banale da traguardare. Da accarezzare, quasi fisicamente con la punta delle dita, mediante la folle idea dell’azzardo. Siamo pur sempre la terza città dell’Italia meridionale e peninsulare, diamine! Il più mediterraneo conglomerato urbano della Puglia. Il luogo che interseca oriente ed occidente, civiltà e culture diverse, passato e futuro, in quel quadrante - o specchio d’acqua limpidissimo – delle opportunità negate, rappresentato dal nostro Porto. Taranto è condannata ad avere un grande destino dinanzi a sé; in caso contrario, così come avvenuto nell’ultimo quarto di secolo, perisce. Muore lentamente di inedia e omologazioni più o meno dilaganti. Si rassegna all’assuefazione verso i mediocri, perdona i perdigiorno in cerca di vanagloria assurti, nel frattempo, lì dove non sarebbero mai dovuti entrare: nelle stanze dei bottoni, per dirla con le parole di Pietro Nenni. Diventa normale, un luogo qualunque, simile a molti altri, la realtà che ha vissuto nell’eccezionalità l’intera sua vicenda storica. Per svoltare serve coraggio e fantasia. Ipotesi avveniristiche. Tesi non scontate. A fare la storia sono stati sempre gli irregolari. Passati i riti della Settimana Santa, dimentichiamoci per un attimo delle confraternite. La religione non c’entra, lo spirito di devozione neanche. E’ una modalità da circolo chiuso, da setta medioevale, agganciata a comportamenti stereotipati, ruffiani, da plebe genuflessa, che dobbiamo scrollarci di dosso. Abbiamo ancora un’ultima possibilità per tornare ad essere grandi. Essere la città dei moderni, sintesi tra Europa e Africa, capofila di un Sud operoso e per niente lagnone, dipende solo da noi. Il futuro corre veloce, è già alle nostre spalle.