Il bluff del risanamento di Taranto vecchia

Editoriali di Vincenzo Carriero
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Esistono davvero i 90 milioni promessi per la bonifica ambientale del capoluogo jonico, per il recupero del suo centro storico? Non c’è concorso d’idee che tenga, né progetto avveniristico che possa andare bene. Lo Studio Boeri, i suoi boschi verticali da far nascere sui grattacieli di Milano che tanto glamour adrenalinico hanno suscitato nel nostro esecrabile provincialismo, i Renzo Piano o gli Oriol Bohigas, servono a poco se i tuoi interlocutori in loco poi si chiamano Sergio Scarcia e Valentina Tilgher

Peggio di una citta vecchia non risanata c’è soltanto una città vecchia ingannata. Ridicolizzata dal gioco estenuante dei rinvii a data da destinarsi. Illusa dal chiacchiericcio afono di un dibattito pubblico sulfureo. Sedotta e abbandonata da politica e burocrazia statale. La vergogna di Taranto, assieme alla ferita socio-ambientale inflittale da uno sviluppo economico privo di etica, sciacallo e mafioso, è rappresentato dal degrado nel quale versa il suo centro storico. Unico caso in Italia di sciatteria amministrativa, di scarsa propensione a far rivivere il bello, di un’imprenditoria locale ruffiana e assistita, di una borghesia – o ceto medio riflessivo, a voler utilizzare espressioni care ad una certa sociologia progressista-  che ai ragionamenti di medio e lungo periodo preferisce lo shopping da Zara. La somma di tutti questi fattori ha fatto sì che, con il passare degli anni, sconfinassimo nell’annientamento delle identità locali. Nell’azzeramento costante della propria storia: tanto quella passata quanto quella futura ancora tutta da scrivere. Nella colpevole perdita di memoria collettiva.
Non c’è concorso d’idee che tenga, né progetto avveniristico che possa andare bene. Lo Studio Boeri, i suoi boschi verticali da far nascere sui grattacieli di Milano che tanto glamour adrenalinico hanno suscitato nel nostro esecrabile provincialismo, i Renzo Piano o gli Oriol Bohigas, servono a poco se i tuoi interlocutori in loco poi si chiamano Sergio Scarcia e Valentina Tilgher: assessori di un progetto complessivo di città che non esiste se non nelle declamazioni di principio. Secondo quel carrozzone inutile che risponde al nome d’Invitalia, il risanamento dell’Isola sarà completato nel 2030. Un arco temporale dilatato oltre misura, offensivo, che si somma ai decenni già persi, sprecati nell’abbaiare alla luna mentre in altre città – a Bari e a Brindisi, se volessimo citare realtà a noi vicine – con operosità e spirito di appartenenza si cambiava il volto dei rispettivi centri storici. Da noi, invece, nella città vecchia, non esiste neanche una rete per lo smaltimento delle acque piovane. L’acqua s’infiltra direttamente nei terreni, rende molli le già pericolanti fondamenta d’immobili consumati dal tempo e dall’incuria. Meno male che c’è il Contratto Istituzionale di Sviluppo. Meno male che c’è il ministro De Vincenti. Meno male che ci sono i 90 milioni di euro stanziati per il risanamento ambientale di Taranto. E chissenefrega se, nella prassi, nelle vacue promesse, nei tic comportamentali, restiamo democristiani anche se la Democrazia Cristiano non esiste più da un pezzo ormai. La Prima Repubblica è tra noi, più viva che mai, anche se a qualcuno pare di ascoltare i vagiti di una nuova era. Promettiamo sogni che tali rimarranno. Raccontiamo corbellerie con l’unico intento di prendere tempo. Ne volete un esempio? I 90 milioni promessi al capoluogo jonico, quelli per intenderci che dovranno servire per l’agognato recupero del centro storico entro il 2030, in realtà sono risorse di competenza e non di cassa. Tradotto dal freddo linguaggio delle scienze finanziarie, significa una sola cosa: i soldi non ci sono anche se sono stati iscritti in bilancio. E’ un bluff, un inganno. L’ennesima fregatura rifilataci.
Il 2030 potrebbe essere non così lontano poi, se solo la smettessimo d’innamorarci perdutamente delle cazzate con le quali ci accompagniamo.