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Lun, Dic

L'aggressione subita da Melucci e il pensiero debole di Vattimo

L'aggressione subita da Melucci e il pensiero debole di Vattimo

Editoriali di Vincenzo Carriero

La violenza subita dal sindaco nei giorni scorsi è inaccettabile. Un'infamia senza alcuna giustificazione, l'ulteriore riprova di come si sia perso il lume della ragione da queste parti. Senza una vera "normalizzazione" della dialettica pubblica, di un'etica comportamentale, Taranto sprofonderà sempre più in un cono d'ombra delle occasioni smarrite. Tornino pure nello loro gabbie mentali i fondamentalisti che si atteggiano a nuova classe dirigente. Non avvertiamo alcun bisogno del loro incipiente trogloditismo

C’è un filo conduttore che lega la nascita del nuovo governo giallo-verde alle aggressioni, dell’altro giorno, al sindaco di Taranto. Un comune brodo di coltura, un’eguale idea disfattista - e complottarda – delle istituzioni e dei suoi rappresentanti. La ricerca del capro espiatorio in luogo di una verità meditata e oggettiva.  La violenza gratuita più che il contraddittorio educato e pacato. Un clima da caccia alle streghe che indebolisce la già precaria tenuta democratica della nostra convivenza civica. Quando il ragionamento arretra, quando il garbo e la buona educazione divengono inutili orpelli da esibire nel dibattito pubblico, nella vita di tutti i giorni, quando l’avversario politico lo si scambia per un nemico e non semplicemente come qualcuno che la pensa diversamente da noi, avanzano gli istinti più ancestrali. La bellezza cede il posto alle brutture di diverso conio, la mediocrità e il dilettantismo fagocitano il sapere e i valori, l’autoritarismo beota si fa beffa della democrazia. E’ l’Italia di questi tempi a raccontarci come il drive in delle imbecillità diffuse, del dilettantismo elevato a nuova ideologia dominante, dell’operosità bolsa, sia ormai elemento consustanziale – e imprescindibile - delle nostre vite. Il filosofo torinese Gianni Vattimo vaticinò tutto ciò nei primi anni ’90, arrivando a coniare l’espressione “pensiero debole”. Deboli nell’elaborazione di grandi idee, nella strategia che è cosa diversa del mero tatticismo, nella ricerca della profondità, nelle relazioni da costruire ai più alti livelli. Forti nel radicalismo straccione, nell’enfasi parolaia, nelle scorciatoie semplicistiche dinanzi al materializzarsi di  problemi complessi. Forti, insomma, nella sola debolezza celata a malapena.
Personalmente considero il sindaco di Taranto l’ennesimo errore della storia. Inadatto a rappresentare una grande capitale del mediterraneo, la terza città del Mezzogiorno peninsulare, il luogo che ospita la più grande industria del Paese, per evidenti limiti caratteriali ancor prima che politici e culturali. Con giornali e tv non parla (tranne che con quelli amici, trasformatesi nel frattempo in una sorta di ufficio stampa aggiunto), con gli alleati di governo non parla, con Emiliano parla e non parla a seconda di come si alza al mattino (Melucci, s’intende), con Calenda ha iniziato a parlare quando l’ex uomo di Confindustria non era più ministro, con la staffista Imbimbo, che si è rivelata nient’altro che una bimba, parlava prima che una laurea di troppo non figurasse nel curriculum vitae della stessa. Uno del genere, umorale, negato per le relazioni pubbliche, con la fissa del volare alto e la vocazione all’incedere rasoterra, non può condurti da nessuna parte. In città lo hanno capito ormai tutti, anche quei consiglieri – maggioranza e opposizione, fa lo stesso - che non lo sfiduciano perché vogliono continuare a portarsi a casa un’indennità tutt’altro che trascurabile di questi tempi. E non lo mandano a casa perché, loro per primi, non vogliono saperne di andarsene a casa. Detto ciò, ribadito l’ovvio per i lettori di CosmoPolis, l’aggressione di qualche giorno fa – subita dal sindaco nei pressi della prefettura - è inaccettabile. Un’infamia senza alcuna giustificazione, l’ulteriore riprova di come si sia perso il lume della ragione da queste parti. Di quanto slabbrata appaia ormai la nostra comunità finanche nei rapporti interpersonali. Ricorrere alla violenza per esibire il proprio disappunto è segno di un incipiente trogloditismo, di uno squadrismo fascista senza connotazioni politiche. Serve a poco parlare di diritti negati nelle feste a base di musica, nei rendez-vous ad alto tasso etilico, quando poi, alla prima occasione, si dimostra di essere altri: settari e fanatici senza arte né parte.
Bonifiche, riconversione industriale, rilancio di una precisa prospettiva identitaria e culturale. Tutto vero, tutto giusto. Ad un’unica condizione, però: Taranto va "normalizzata". Epurata dai fondamentalisti che la imbrattano con le loro azioni sgraziate e la goffaggine comportamentale. Esegeti di quel pensiero debole che Vattimo preconizzò come il vero e unico passaggio dal vecchio al nuovo mondo.