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Mar, Dic

Lamento di Portnoy

Lamento di Portnoy

Editoriali di Vincenzo Carriero

Il Porto di Taranto è morto. La Zes confezionataci su misura è una mezza fregatura. Abbiamo un ceto politico analfabeta, una classe dirigente da Paperissima. Emiliano, lo statista dei due mondi, si prende gioco di noi ogni volta che apre bocca. Taranto, un tempo capitale della Magna Grecia. Oggi, semplicemente, landa estrema del Magna Magna

Taranto non ha più un Porto degno di questo nome da quando Evergreen è stato costretto a trasferire armi e bagagli nel Pireo. Nella città dei due mari avviene anche questo, il possibile si adultera nel suo esatto contrario. Lo scalo jonico - quella che poteva divenire l’infrastruttura di maggior pregio del territorio - è morto. Sepolto dal chiacchiericcio di un Paese privo di una reale politica industriale, da almeno un paio di decenni a questa parte. Ostaggio d’interessi contrapposti e da un campanilismo dai tratti deleteri. Reso marginale dalla perdurante inconsistenza delle sedicenti classi dirigenti locali: un manipolo di scappati di casa che non si calcola nessuno. La Zes (Zona economica speciale, ndr) che avrebbe dovuto rilanciarlo è una mezza fregatura. L’ennesima presa in giro fatta patire a questo territorio. E non perché l’ex ministro De Vincenti non abbia ancora provveduto a firmare il decreto per l’attivazione delle stesse in Puglia, a differenza di quanto già fatto in Calabria e Campania. Questo è un falso problema, rilanciato nei giorni scorsi dalla solita informazione pasticciona del “copia e incolla”, da sempre imperante alle nostre latitudini. Le ragioni sono altre, investono aspetti meno burocratici e più, per cosi dire, geostrategici. Che senso ha avuto istituire due Zes in Puglia, quando ne doveva nascere soltanto una? Quella relativa a Taranto – e alla sua area di crisi economica e ambientale. Come pensiamo di competere con la nostra Zes (comprende parte del Porto, con l’aggiunta residuale dei territori del metapontino) rispetto all’altra, fatta nascere lungo la dorsale adriatica, che racchiude i comuni di Foggia, Manfredonia (con il suo Porto), Bari (con il suo Porto assieme all’Interporto), Brindisi (con il suo Porto) e Lecce? Chiunque sano di mente, anche se privo di erudizioni economiche e fiscali, anche se completamente digiuno di processi produttivi e dinamiche legate alla moderna mobilità delle merci, comprenderà bene l’enorme disequilibrio esistente. E’ una competizione impari, da Davide contro Golia. La lobby barese, capeggiata dallo statista dei due mondi, quel Michele Emiliano che a parole dice di voler aiutare Taranto e nei fatti opera per indebolirla su più fronti (politiche sanitarie e socio-ambientali sono da Paese del Terzo Mondo nella nostra realtà urbana), ha fatto sì che le cose andassero in quella direzione. Dividi ricchezza e diventa povertà: questo si è voluto perseguire con le due zone ad economia speciale fatte nascere in Puglia.
Ad assestare un ulteriore colpo di grazia alle nostre sempre più timide – e a tratti ridicole - velleità economiche ci ha pensato nei mesi scorsi l’ex presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni. Recatosi per una visita di Stato in Cina, ha concordato le rotte che finiranno con il riguardare l’Italia attraverso la nuova “Via della seta”. Sapete quali saranno i Porti – e le città - interessati da quella che si preannuncia essere, nei prossimi anni, la più grande e ricca area d’interscambio commerciale tra Oriente ed Occidente? Gli scali di Bari, Trieste e Venezia. E Taranto? Anche in questo caso, non pervenuta. Fatta fuori, espulsa dal club degli ambiziosi. Relegata nelle retrovie di un banchetto che premia soltanto chi siede ai primi posti. Persino una puntata di Report, mandata in onda nelle scorse settimane, inerente lo stato di salute e le potenzialità future della portualità italiana, indica negli scali di Bari e Gioia Tauro gli unici due Porti degni di considerazione nel Mezzogiorno. Della serie: siamo morti e non ce ne siamo ancora accorti. Non ci fila più nessuno.
A ricordarci ciò che poteva essere e, invece, non è stato ci ha pensato Stefano Cingolani sul Foglio dello scorso 26 maggio: “Il Porto del Pireo – scrive uno dei più brillanti giornalisti economici italiani – è risorto. Gli investitori cinesi hanno speso quasi un miliardo di euro per trasformarlo in un crocevia strategico tra Europa ed estremo oriente. Il traffico è più che raddoppiato e, grazie ai lavori di ampliamento, possono ormeggiare anche le grandi navi da crociera. Ma soprattutto lo scalo dovrebbe diventare  il punto di approdo della Nuova Via della Seta. Nel 2013, appena arrivati, i nuovi azionisti cinesi volevano imporre ai portuali greci contratti di lavoro asiatici. Adesso hanno firmato un accordo che prevede aumenti salariali, quattordici mensilità, welfare aziendale e quant’altro. Il prossimo passo sarà la privatizzazione del porto di Salonicco. E’ interessato l’oligarca greco-russo Ivan Savvidis, che possiede la squadra di calcio della città: il Paok”. Tutto questo si sarebbe potuto realizzare a Taranto, nel suo Porto. Se solo il capoluogo jonico non fosse popolato di tanti ominicchi, invidiosi gli uni degli altri. Nemici giurati, gli stessi, sempre e comunque, del merito: lì dove dovesse manifestarsi. Una città mediocre, intrisa e forgiata attraverso la cultura del subappalto. Qui si subappalta ad altri, a chi viene da fuori, al primo tipo curioso che parla un dialetto diverso dal nostro, tutto. Finanche la propria coscienza. Meglio la Grecia, quella originale, alla sua copia. Un tempo capitale della Magna Grecia; oggi landa estrema del Magna Magna.