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Lun, Nov

ASILO POLITICO

ASILO POLITICO

Editoriali di Vincenzo Carriero

Perchè ai politici tarantini viene sistematicamente precluso di sedere negli esecutivi regionali e nazionali? Perchè sono scarsi e non contano niente? Ma nelle altre città non sono messi così meglio rispetto a noi, altrimenti non avrebbero eletto tipacci come Di Maio e Salvini. La nostra eccezionalità risiede in altro. Noi di CosmoPolis ci siamo fatti un'idea, abbiamo consultato direttamente San Cataldo

Guai ad oltrepassare i confini comunali. Guai a volersi spingere ad un livello ulteriore. Accada quel che accada, bisogna restare ancorati ad una dimensione localistica. Andare oltre rischia di divenire un atto eretico e oltraggioso al tempo stesso. Il nostro limes è una categoria dell’anima, una condizione intellettiva nella quale siamo relegati, più che una mera espressione geografica. Taranto – e le sue rappresentatività politiche – devono rimanere a Taranto. Non sono pronte, adatte, per il governo di realtà sovradeterminate. Non concorrono per essere promosse negli esecutivi regionali o nazionali. Contano poco anche quando contano molto, almeno per quel che concerne la loro consistenza numerica. Non c’è un tarantino nella giunta presieduta da Emiliano; non c’è un tarantino nei posti di sottosopragoverno dispensati in questi giorni dai gemelli diversi del populismo nostrano: Di Maio&Salvini. Eppure la nostra attuale rappresentanza, a Bari, non è mai stata così ampia negli ultimi decenni. Nei due rami del Parlamento poi, con le scorse elezioni, questo territorio ha eletto tra gli altri ben cinque deputati grillini. E allora, se i numeri ci danno ragione, se almeno con la quantità ci siamo, dove risiede il problema? Perché la seconda città della Regione, il terzo capoluogo di provincia dell’Italia meridionale e peninsulare, la realtà che esprime la più grande fabbrica del Paese, ha espresso nella sua storia una sola volta un ministro della Repubblica, con il socialista Signorile nei primi anni ’80? Ai respingimenti in mare aperto dei migranti – il mantra ideologico di quella che si suole definire la nuova destra sovranista – sembra sommarsi quello dei tarantini dagli incarichi d’indirizzo e gestione della cosa pubblica. Non c’è richiesta di asilo politico che possa accogliersi quando di mezzo ci siamo noi. Dobbiamo restarcene nelle nostre case, non emigrare in altri luoghi, non entrare nella stanza dei bottoni riecheggiata da Nenni, non pensare in grande, per chissà poi quale tara storica. Il fatto che chi deleghiamo a rappresentarci sia scarso e c’entri poco - o nulla - con l’attività politica, è una scusa che ha fatto il proprio tempo. Non serve più a spiegare la nostra perdurante debolezza. Nelle altre città, in altri territori, non sono messi così meglio (o peggio) rispetto a noi: un Di Maio e un Salvini lo si trova ovunque. Non c’è mai penuria di gente modesta, d’improvvisati, di dilettanti che se la credono, anche in tempi grami come quelli che viviamo. L’eccezionalità tarantina però risiede in altro, si nutre di un’invidia cronica che proviamo l’un per l’altro, trae linfa dall’incapacità che perpetriamo nello stringere alleanze, costruire reti e rapporti tra di noi in primis e ai diversi livelli poi. Restiamo isolati, facciamo gli spocchiosi, non ci dotiamo di un metodo, guardiamo con fastidio la qualità, finendo quasi con l’essere irretiti dalla bravura altrui. Non abbiamo, insomma, un afflato campanilistico. Non ci spingiamo oltre l’ordinarietà. Siamo corrosi dalle gelosia che ci ottunde le menti. A San Cataldo sono sempre piaciuti i forestieri, ma non ditelo a Salvini…