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Gio, Ott

Ponte di Ferragosto

Ponte di Ferragosto

Editoriali di Vincenzo Carriero

La tragedia di Genova e la storia del Punta Penna, l'ingegnere Morandi e quel ruolo di tutor per l'opera fatta nascere nel capoluogo jonico nel 1976. Breve ragionamento, inascoltato, sui ritardi che caratterizzano le nostre infrastrutture (meglio chiamarle infra-storture). A cominciare dal Ponte Girevole

Il ponte Morandi, crollato quest’oggi nel centro cittadino di Genova, fu costruito nel 1967. Il Ponte Punta Penna di Taranto, invece, venne inaugurato nel 1976. Dieci anni circa di differenza per due infrastrutture destinate a cambiare il volto – e la mobilità – dei due centri urbani. Il ponte Morandi deve la sua denominazione al progettista che lo ideò: il professor Riccardo Morandi, per l’appunto. Uno dei massimi esperti di costruzioni di questo tipo in Europa. In pochi sanno che, per la realizzazione del ponte Punta Penna, tutor dell’opera fu proprio l’apprezzato ingegnere romano rimbalzato tragicamente agli onori della cronaca in queste ore. Raccontiamo questo episodio, in una giornata molto triste per ovvie ragioni (i morti accertati nel capoluogo ligure, sino a questo momento, sono 35) affinché possa riprendersi un vecchio ragionamento caro a chi scrive e a questo giornale. Il riferimento è all’altro ponte che collega l’isola di Taranto al borgo umbertino: il Ponte Girevole. Chiariamo subito, a scanso di equivoci e allarmismi inopportuni, che tra le due opere – quella di Genova e quella che campeggia dinanzi al Castello Aragonese – esistono differenze sostanziali. Il primo si reggeva su pilastri di cemento armato, il secondo invece è una struttura metallica. Il tempo, però, passa lo stesso. Al di là del materiale utilizzato. E, il ponte Girevole, ha urgente bisogno di manutenzioni. La cremagliera ha tutti i denti rotti, ragion per cui è consigliabile che i bus – o comunque i mezzi più pesanti - lo attraversino uno per volta. Uno studio redatto dal professor Mele, negli scorsi anni, consigliava la costruzione di un nuovo ponte al posto di quello esistente. Per una serie di ragioni: con una nuova opera, si eviterebbe lo scompenso dell’interruzione al traffico per un periodo piuttosto lungo (a Taranto ancora ci si ricorda della passerella utilizzata nei primi anni ’80). I costi ammonterebbero a circa 4 milioni di euro in luogo dei quasi 3 milioni necessari per il ripristino e la manutenzione straordinaria di quello attuale. E, poi, avremmo un’infrastruttura moderna: non più a scorrimento girevole, ma un ponte che si apra verso l’alto con un semplice telecomando (e non impiegando 37 unità lavorative, come avviene oggi). Qualcosa di molto simile esiste nella città americana di Miami. La Regione finanzierebbe l’intervento. Il Comune di Taranto, una volta superata del tutto la fase del dissesto, avrà una capacità d’indebitamento complessivo di 58 milioni di euro da destinare alla spesa in conto capitale e per investimenti. Infine il Cis – il Contratto istituzionale di sviluppo. Quando smetteremo di litigare sul niente e utilizzeremo concretamente questa imperdibile opportunità? Prima di sapere chi  sarà il prossimo presidente della Provincia, il successore di Sportelli in Camera di Commercio e il nuovo rappresentante degli industriali jonici, si ragioni su un’idea compiuta di comunità. Su un progetto di infrastrutture (e non infra-storture) in grado di rendere la seconda città della Regione esempio di modernità e lungimiranza effettiva. Da spendere nel medio e lungo periodo. Siamo indietro, invece. Siamo lacunosi. Siamo chiacchieroni e inoperosi. Contiamo poco e ci atteggiamo molto. Le tragedie nascono, molto spesso, da un ritardo culturale. Specie poi se si ripetono, come nel nostro Paese, con una ritualità quasi scientifica.