21
Mer, Nov

Quando l'Avvocatura di Stato dava ragione a Calenda

Quando l'Avvocatura di Stato dava ragione a Calenda

Editoriali di Vincenzo Carriero

I pareri cambiano anche se l'argomento resta lo stesso, immutato per l'inerzia laboriosa dei suoi protagonisti. L'Ilva più che fare giurisprudenza ricorda un passo dell'Enrico VI di Shakespeare

Meno male che c’è l’Avvocatura di Stato, in Italia. Cosa sarebbe il nostro Paese senza questo meraviglioso organismo tecnico-giuridico, istituito con Regio decreto n°1611 del 1933? Suo compito precipuo è, tra le altre cose, dar ragione al governo di turno – a ai suoi rappresentanti. Impegno gravoso, non c’è che dire. Per il quale necessitano competenze accademiche straordinarie, fuori dal comune. Potrebbe mai l’organo legale dello Stato dare torto allo Stato stesso? E come se il nostro avvocato, pagato per difenderci in un qualsiasi giudizio nel quale siamo coinvolti, perorasse le considerazioni della controparte. L’Avvocatura ha dato prima ragione all’ex ministro Calenda; e, adesso, a distanza di soli pochi mesi, sposa le tesi politiche del suo successore: Di Maio. Poco importa che l’argomento del contendere sia sempre lo stesso, immutato per inerzia laboriosa dei suoi protagonisti: la procedura di aggiudicazione di Ilva a Mittal. Calenda non riaprì la fase dei rilanci perché ritenne che l’interesse pubblico preminente imponesse di realizzare gli interventi ambientali nel più breve lasso di tempo. Decisione, questa, che ebbe il conforto dell’Avvocatura con il solito parere redatto al bisogno. Nel frattempo la geografia politica in Italia è cambiata, al ministero per lo Sviluppo economico siede Giggino Di Maio, estensore di una teoria che si beve assieme, con un solo sorso, Maynard Kaynes e Milton Friedman: la Gigi economy. E, sempre lei, la magnifica e sorprendente Avvocatura dello Stato cosa ti combina? Confeziona un parere con il quale stabilisce che la procedura di vendita di Ilva, pur illegittima, non è annullabile. Non trovate del talento finissimo in tutto questo? Non c’è norma che tenga dinanzi ad una tale coerenza di giudizio. Questa vicenda ci ricorda un passo dell’Enrico VI di Shakespeare. Il grande drammaturgo inglese, in quell’opera, fa dire al seguace di Jack Cade (rivoluzionario irlandese vissuto nel 1450) che “nessuna rivoluzione potrà mai dirsi compiuta se, per prima cosa, non si dovessero ammazzare tutti gli avvocati”. Shakespeare sbagliava, naturalmente. Non ebbe la fortuna di conoscere la nostra Avvocatura di Stato.