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Mer, Nov

Martina Luther King

Martina Luther King

Editoriali di Vincenzo Carriero

La solitudine di un (non) numero primo dinanzi ai cancelli Ilva, la sinistra che non c'è più, i Cinque Balle e l'ignoranza leghista che ci trascineranno nel baratro. E' un'Italia ben assortita quella di questi anni: il non detto dell'inconcludenza spaccona elevato a nuovo patto costituente

Combattere il pregiudizio politico-culturale nei confronti della sinistra. Il compito di Martina Luther King è di quelli proibitivi. Difficile che riesca nell’impresa, ci vorrebbe un fisico bestiale. Altro che il gracile Martina. Tutto troppo complicato per gli attuali dirigenti che, a vario titolo, si atteggiano ad epigoni del progressismo italico. Martina dinanzi ai cancelli dell’Ilva, qualche giorno fa, è un’istantanea da rimandare a futura memoria. La certificazione di un fine vita programmatico e d’immagine. La sua, nella veste di segretario nazionale del Pd, non è una solitudine da numeri primi. E’ la sconfitta di un partito, di un’idea, di una storia. Un arretramento culturale prim’ancora che politico ed elettorale. La sinistra non esiste più nel nostro paese; è ridotta, ormai, a mera testimonianza di non si sa che. A riserva indiana senza più indiani. Se la passa piuttosto male, ad onor del vero, anche nel resto del mondo. Se Atene piange, Sparta di certo non ride. E’ l’epilogo triste di questi tempi grami. Chi poteva dotarsi di un progetto, definire le coordinate future della società italiana, tentare il governo della complessità, ha ripiegato sulla gestione sterile del potere. Sull’autoreferenzialità sgraziata. Sul ragionamento camuffato da belluria. Dall’altra parte, invece, si staglia all’orizzonte il nulla cosmico. Il vuoto a perdere dei Cinque Balle e dell’ignoranza leghista. Martina, dinanzi ai cancelli di Ilva, non doveva essere abbandonato dai democratici jonici. Non è il solo responsabile di questa catastrofe, vero Mancarelli?