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Gio, Gen

Riapre il Fusco. Il Teatro dell'assurdo, invece, non è mai stato chiuso

Riapre il Fusco. Il Teatro dell'assurdo, invece, non è mai stato chiuso

Editoriali di Vincenzo Carriero

La struttura che verrà consegnata ai tarantini nelle prossime settimane avrà una capienza di circa 450 posti. Troppo pochi. Così resteremo, ancora una volta, fuori da circuiti culturali che contano. Molto meglio portare a compimento il progetto iniziale, quello elaborato a suo tempo dalla Giunta Di Bello. Fare del capoluogo jonico la città della lirica nazionale. Ma la grandeur non rientra nelle nostre corde. A noi piace crogiolarci nella mediocrità: unico collante sopravvissuto all'identità perduta

Alla fine la montagna ha partorito il topolino. Un topolino piuttosto piccolo. Assai gracile. Forse addirittura inopportuno. Non proprio un fallimento, ma poco ci manca. Taranto avrà il suo teatro, il Fusco sarà riaperto per l’ultimo dell’anno. Che Capodanno, ragazzi, quello che ci attende. Roba da non stare più nella pelle. Evviva. Felicitazioni vivissime. Baci & Abbracci dispensati a tutti, a parenti e amici. Conoscenti ed estranei. Il 2018 si chiude con il botto lieve, con un afflato prospettico, con un’esplosione culturale. Fanculo, per una volta, la stupidità dinamitarda e i suoi epigoni. Essere l’unico capoluogo di provincia – assieme ad Isernia –a non avere un teatro pubblico, da Roma in giù, rappresentava un’onta difficile da poter accettare ancora a lungo. Anche da queste parti. Soprattutto da queste parti se si pensa che, nella monumentale e impareggiabile opera di Cyprian Broodbank – Il Mediterraneo – Taranto figura tra le città dell’antichità con il più alto numero di teatri ed anfiteatri. Perché non è vero che si stava meglio quando si stava peggio, questa è una fesseria da adagio popolare. Una burla psichica, per dirla con le parole di Giuseppe De Rita e dell’ultimo rapporto del suo Censis. Si stava meglio quando si stava meglio. Facile, no? Il Fusco avrà all’incirca 450 posti a sedere: un’inezia. Una presenza impalpabile. Un teatro da paese più che da città di 200 mila abitanti che, tra l’altro, ha dovuto attendere così a lungo per averne uno. La struttura di via Ciro Giovinazzi per essere competitiva - e attrattiva – avrebbe dovuto contenerne almeno il doppio. Una capienza così ridotta, come quella attuale invece, ti espone ai rischi di una marginalità duratura, di un’inconsistenza abborracciata. Le grandi compagnie, i grandi attori, gli spettacoli più prestigiosi hanno costi di gran lunga superiori ai ricavi che un’opera come quella che ci si appresta ad inaugurare potranno determinare. Il progetto iniziale, quello targato dalla Giunta Di Bello, prevedeva altro. Un distretto dell’offerta teatrale incentrato su luoghi diversi della città, tenuti assieme dallo sviluppo di una sorta di strategica filiera culturale. Il Fusco, secondo quella impostazione, avrebbe avuto una destinazione di teatro lirico. L’Italia, patria dell’opera lirica, ha paradossalmente poche strutture con queste caratteristiche. Per Taranto si sarebbero schiuse le porte di una ribalta nazionale, di una centralità in grado di espandersi ben oltre i confini provinciali. Con la possibilità di creare un indotto per servizi di questo genere che Luca Ricolfi, nell’edizione odierna del Messaggero, calcola in diversi milioni di euro. E invece, niente. Noi tarantini siamo allergici alla grandeur. Al “volare alto” preferiamo la camminata rasoterra. Ci crogioliamo nella mediocrità, il vero - e unico - collante collettivo sopravvissuto all’identità perita. Per il teatro dell’assurdo, siamo perfetti. Quanto al resto, meglio lasciar perdere.