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Mer, Apr

Il Porto delle nebbie

Il Porto delle nebbie

Editoriali di Vincenzo Carriero

Qualcuno sta giocando una pericolosa partita attorno alla nostra più importante infrastruttura. Si fermi prima che sia tropppo tardi. Senza il suo scalo marittimo, Taranto cessa di esistere. Diviene una città normale. Relega nella discussione parolaia la propria strategicità geopolitica

Più che un Porto Bello sembra un Torto Bello. Nel senso di un grande guazzabuglio di ricorsi e controricorsi amministrativi. Di aspettative mal poste e desiderata poco aderenti alla realtà. Con la giustizia, che nel nostro Paese funziona poco e male quando funziona, a fare da contraltare. Neanche la Clerici, con la riedizione in Rai del programma che fu del grande Tortora, ha saputo fare di peggio. Taranto – e il suo scalo marittimo – sembrano essere accomunati dallo stesso (infausto) destino. Quale? Quello di complicarsi la vita, non raggiungere la meta che dista ormai pochi metri, compromettere il proprio futuro per il solo gusto di non darla vinta agli altri. Chiunque essi siano: l’avversario, il contendente, il proprio dirimpettaio. Una sorta di coazione a ripetere l’assurdo, a pronunciare l’indicibile. Qualcosa di gravemente patologico. E’ l’invidia – e il disfattismo spicciolo – a muovere i nostri comportamenti. Anche quelli di natura economica e produttiva. Altro che la “mano invisibile” di Adam Smith. La Questione Meridionale – e le contorsioni logico-deduttive nelle quali Taranto è solita inciampare – risiedono tutte qui. S’iscrivono in un sostantivo immune allo scorrere del tempo e assai sensibile, invece, all’imbecillità umana: vero discrimine della nostra Storia recente e non. Siamo, insomma, alle solite. Prima che lo facciano gli altri, operiamo noi stessi affinché i risultati che c’interessano possano essere mancati. In maniera clamorosa, tra l’altro. Masochismo allo stato puro. I turchi di Yilport (tredicesimo operatore mondiale per quel che concerne i traffici marittimi) si aggiudicano, per i prossimi 49 anni, parte del molo polisettoriale, ma a noi non va bene. Vogliono rilanciare il porto jonico, dare certezza occupazionale agli ex lavoratori Evergreen (circa 500), far contare l’intera portualità italiana, partendo proprio dall’infrastruttura tarantina, ma a noi non va bene. Creare un moltiplicatore economico in grado di rinverdire la nostra identità euro-mediterranea, ma a noi non va bene. Persino il far bene a noi non va bene… Il Tar, se non dovessero esserci ulteriori rinvii, discuterà il prossimo 20 febbraio la richiesta di sospensiva avanzata dal consorzio Southgate Europe Terminal, guidato da Guglielmo Guacci (figlio di Giuseppe, già presidente negli scorsi anni dell’Autorità portuale jonica). Qualora il Tribunale amministrativo dovesse pronunciarsi per la sospensiva, si riaprirebbe la procedura di aggiudicazione delle aree portuali. I ricorrenti, insomma, non diventerebbero de facto aggiudicatari delle stesse al posto di Yilport. Perché, allora, sollevare un tal polverone per un risultato tutto sommato minimo quad'anche lo si raggiungesse? Perché dilatare nel tempo una crisi economica e di progetto che si protrae già da tanti anni? L’obiettivo è forse quello di far desistere i turchi dai loro propositi? Alzare semmai la posta per un tornaconto personale? Senza il suo Porto (più che con il siderurgico e Arcelor Mittal), Taranto cessa di esistere. Diviene una citta normale, disperde il suo appeal. Relega nella discussione parolaia la propria strategicità geopolitica. Prima che sia troppo tardi, qualcuno si fermi. In fondo i Tar sono nostre invenzioni.