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Mer, Nov

La filiera del subappalto che trascina all'inferno le imprese tarantine

La filiera del subappalto che trascina all'inferno le imprese tarantine

Editoriali di Vincenzo Carriero

Una pratica tribale, da medioevo economico, strozza agenzie marittime e aziende dell'autotrasporto locale. Presentata un'interrogazione parlamentare sull'argomento. Lunga vita al malandro collettivo: l'eroe di Olivier Guez, emblema di una latinità sgraziata e madida nell'imbroglio

E’ la filiera del subappalto, bellezza! Una pratica da medioevo economico, praticata a Taranto con baldanzosa rassegnazione. Qualcosa che delimita – e definisce – la nostra identità culturale prim’ancora di una qualsiasi disquisizione su teorie e processi finanziari. Agenzie marittime, imprese dell’autotrasporto, intere categorie produttive sull’orlo del fallimento. Pronte a portare i libri contabili in tribunale da un giorno all’altro. Interrogazioni parlamentari che si susseguono per arginare un fenomeno al limite dello strozzinaggio, riunioni e tavole rotonde intrise di uno scirocco che gareggia con la disperazione più urticante. Nella città delle grandi realtà industriali, con imprese di Stato e gruppi dal profilo internazionale, l’assegnazione del lavoro rischia di seguire percorsi tribali e accidentati. Modernità, o qualcosa che si spacci per tale, e conservazione viaggiano a braccetto: l’una in modo speculare all’altra. L’Eni, sembrerebbe, prima assegna una commessa di lavoro ad un’agenzia londinese, poi la stessa agenzia si rivolge ad una società di servizi di Brindisi, e infine il lavoro può essere attribuito, udite udite, a imprese del luogo. Tre passaggi, se non addirittura quattro, per un’unica attività.  Dal prezzo iniziale fissato per eseguire il lavoro, di circa 2 mila euro, i nuovi servi della gleba, gli sfruttati con partita iva e società intestate, i titolari di quel che ancora resiste di un azzoppato sistema produttivo locale, intascano appena 200 euro. Dieci volte meno. La filiera del subappalto, per l’appunto: una sorte di nostra seconda pelle. In altre città italiane dove sono ubicati impianti e raffinerie, l’Eni si comporta alla stessa maniera? Perché, qui da noi, tutto diviene possibile? Persino l’impossibile? Siamo dei sudamericani senza musica, creativi e tristi. Madidi nell’imbroglio. Con il malandro collettivo, per dirla con le parole di Olivier Guez, una sorta di simpatico perdigiorno delle nostre coscienze, ad insegnarci come deve scorrere la vita. E quali regole, in assenza di regole, dovremo far finta di rispettare